﻿RICHARD MATHESON.
...
.
...
TUTTI I RACCONTI. 1950 - 1959.
...
.
...
Parte 1.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
...
.
...
Indice dei racconti di questa parte.
...
.
...
Nato d’uomo e di donna.
Sogni a occhi aperti.
Terzo dal sole.
Figlio di sangue.
L’abito fa il monaco.
Il vestito di seta bianca.
Occhi di sceriffo.
Le montagne della mente.
Ritorno.
La cosa.
Dai canali.
Guerra di streghe.
Prima che avvenga.
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
Nato d’uomo e di donna.
...
.
...
Titolo originale: Born of Man and Woman. 1950.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
x – Questo giorno, quando c’è stata la luce, mamma mi ha chiamato schifo. Sei uno schifo ha detto. Ho visto la rabbia nei suoi occhi. Chissà cos’è uno schifo.
Questo giorno veniva giù l’acqua dall’alto. Cadeva tutto intorno. Io l’ho vista. Il terreno di dietro l’ho guardato dalla finestrella. La terra risucchiava l’acqua come una bocca assetata. Ne ha bevuta troppa e si è sentita male e così è diventata tutta viscida e marrone. Non mi piaceva.
.
Mamma è bella lo so. Qui dove dormo con intorno tutti i muri freddi ho una cosa di carta che prima stava dietro la stufa. C’è scritto STELLE DEL CINEMA. Nelle fotografie ci vedo tutte facce come quelle di mamma e papà. Papà dice che sono belle. L’ha detto una volta. E anche mamma, ha detto lui. Mamma così bella e io invece così brutto. Guardati ha detto e non aveva una buona faccia. Gli ho toccato il braccio e ho detto fa lo stesso papà. Lui ha tremato tutto e si è spostato dove non ci potevo arrivare. Oggi mamma ha allentato un poco la catena così ho potuto guardare fuori dalla finestrella. È così che ho visto l’acqua che cadeva dall’alto.
.
xx – Questo giorno era tutto dorato, in alto. L’ho capito quando ho guardato sopra e mi facevano male gli occhi. E dopo che ho guardato la cantina è diventata tutta rossa. Credo che era la chiesa. Andavano via da sopra. La grande macchina li inghiottiva e poi passava davanti e non c’era più. Nella parte di dietro c’è la piccola mamma. Lei è molto più piccola di me. E io posso guardare dalla finestrella come mi piace.
.
Questo giorno quando ha fatto buio mi sono mangiato il mio cibo e qualche bacarozzo. Sentivo che ridevano di sopra. Mi piace sapere perché ci sono le risate. Ho tirato la catena dal muro e me la sono girata intorno. Ho camminato fino alle scale e facevo ciac ciac. Quando ci salgo sopra cigolano. Le gambe ci scivolano sopra perché non ci so camminare, sulle scale. I piedi si appiccicano al legno.
.
Sono salito su e ho aperto la porta. Era un posto bianco. Bianco come quelle cose bianche luccicanti che qualche volta vengono da sopra. Sono entrato e sono rimasto buono buono. Sentivo che ridevano ancora. Ho camminato verso il suono e mi sono messo a guardare le persone. Più persone di quante credevo. Ho pensato che dovevo ridere con loro. Mamma è venuta e ha spinto la porta in dentro. Mi ha colpito e mi ha fatto male. Sono caduto sul pavimento morbido e la catena ha fatto un rumore. Io ho strillato. Lei ha fatto un suono come se soffiava dentro e si è messa la mano sulla bocca. Gli occhi sono diventati grandi.
.
Mi ha guardato. Ho sentito papà che gridava. Che è caduto ha chiesto. Lei ha detto l’asse da stiro. Vieni e aiutami a raccoglierlo ha detto. Lui è venuto e ha detto non è pesante tanto che non ce la puoi fare da sola. Mi ha visto ed è diventato grosso. Gli è venuta la rabbia negli occhi. Mi ha picchiato. Mi è uscito un po’ di liquido dal braccio, per terra. Non è stato bello. Era un verde brutto sopra il pavimento. Papà mi ha detto di andare in cantina. Dovevo andarci. La luce mi faceva male agli occhi. In cantina non è così.
.
Papà mi ha legato le gambe e le braccia. Mi ha messo sul letto. Sopra sentivo che ridevano mentre io me ne stavo là zitto a guardare un ragno nero che scendeva dondolando verso di me. Ho pensato a quello che aveva detto papà. Oddio ha detto. E ha appena otto anni.
.
xxx – Questo giorno papà ha spinto la catena nel muro, prima della luce. Io dovevo cercare di tirarla fuori ancora. Ha detto che sono stato cattivo ad andare su. Ha detto di non farlo mai più oppure mi picchia sul serio. Quello fa male. Io avevo male. Ho dormito tutto il giorno e ho riposato la testa contro il muro freddo. Ho
pensato a quel posto bianco là sopra.
.
xxxx – Ho strappato la catena dal muro. Mamma stava di sopra. Ho sentito delle risatine. Ho guardato fuori dalla finestra. Ho visto tanta gente piccola come la piccola mamma e anche dei piccoli papà. Erano carini. Facevano dei bei rumori e saltavano in giro. Le loro gambe si muovevano veloci. Sono come mamma e papà. Mamma dice che quelli bravi sono fatti come loro. Uno dei piccoli papà mi ha visto. Ha indicato la finestra. Io ho lasciato perdere e sono scivolato addosso al muro nel buio. Mi sono arrotolato così non mi potevano vedere. Ho sentito che parlavano vicino alla finestra e un rumore di piedi. Di sopra c’era qualcuno che sbatteva la porta.
.
Ho sentito la piccola mamma che parlava forte di sopra. Ho sentito i piedi che facevano tanto rumore e sono corso nel mio letto. Ho rimesso la catena a posto e mi sono messo a pancia in giù. Ho sentito mamma che scendeva. Sei andato alla finestra ha detto. Sentivo la rabbia. Stai lontano dalla finestra. Hai tirato ancora la catena.
Ha preso il bastone e mi ha picchiato con quello. Io non ho pianto. Non lo so fare. Ma il liquido ha bagnato tutto il letto. Lei lo ha visto e si è piegata tutta e ha fatto un rumore. O mioddiomioddio ha detto perché hai fatto questo a me? Ho sentito il bastone che rimbalzava sul pavimento di pietra. Lei è corsa di sopra. Ho dormito tutto il giorno.
.
xxxxx – Questo giorno ha fatto ancora l’acqua. Quando mamma era di sopra ho sentito quella piccola che scendeva piano i gradini. Mi sono nascosto nel cesto del carbone perché mamma si arrabbiava se la piccola mamma mi vedeva. Aveva una piccola cosa viva con lei. Camminava sulle braccia e aveva le orecchie a punta. Lei gli diceva delle cose. Era tutto a posto, solo che la piccola cosa mi ha odorato. È corsa vicino al carbone e mi ha guardato. Aveva tutti i capelli dritti. Con la gola faceva un rumore arrabbiato. Io ho soffiato ma lei mi è saltata addosso.
.
Io non volevo fare male. Ho avuto paura perché mi ha morso forte più di un topo. Ho sentito male e la piccola mamma ha strillato. Ho acchiappato quella cosa viva e l’ho stretta. Faceva dei suoni che non ho mai sentito. L’ho spinta tutta insieme. Era tutta molliccia e rossa sul carbone nero. Me ne stavo nascosto lì quando mamma ha gridato. Avevo paura del bastone. Lei è andata via. Io sono strisciato sul carbone insieme con quella cosa. L’ho nascosta sotto il mio cuscino e poi ci ho dormito sopra. Ho rimesso ancora la catena a posto.
.
x – Questa è un’altra volta. Papà mi ha incatenato stretto. Sentivo dolore perché mi ha picchiato. Questa volta ho preso il bastone e gliel’ho tirato via dalla mano, e ho fatto un rumore. Lui è andato via e la sua faccia era bianca. Correva via dal mio letto e ha chiuso la porta a chiave. Non sono tanto contento. Qui è freddo tutto il giorno. La catena esce poco dal muro. E ho una brutta rabbia contro mamma e papà. Glielo farò vedere. Farò quello che ho fatto già una volta. Strillerò e riderò forte. Correrò sui muri. E alla fine mi metterò a testa in giù con tutte le gambe e riderò e schizzerò di verde per tutta la cantina fino a che non saranno dispiaciuti che non mi hanno trattato bene. Se cercano di picchiarmi di nuovo gli farò male. Lo prometto.
...
.
...
Fine.
...
.
...
Sogni a occhi aperti.
...
.
...
Titolo originale: The Waker Dreams. 1950.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
Chi avesse sorvolato la città a quell’ora di quel giorno, identico a qualsiasi altro giorno dell’anno 3850, avrebbe giurato che ogni forma di vita fosse scomparsa.
Saettando in mezzo alle guglie luccicanti, avrebbe cercato inutilmente un segno dell’attività dell’uomo. Il suo sguardo avrebbe scandagliato i nastri delle grandi autostrade, che s’intrecciavano come l’ordito di un enorme telaio. Ma non avrebbe visto nessuna automobile, soltanto le corsie vuote e il susseguirsi di luci colorate dei semafori, che continuavano imperterriti ad ammiccare.
Sprofondando fra le torri scintillanti, aggirandole di qua e di là, avrebbe potuto vedere i marciapiedi mobili, la studiata rotazione dei giganteschi ventilatori stradali, caldi d’inverno e freddi d’estate, le minuscole porte che si aprivano e si richiudevano, le fontane dei parchi che schizzavano in aria le loro metodiche colonne d’acqua.
Proseguendo, avrebbe raggiunto i grandi spazi aperti sui quali le lucide astronavi erano allineate davanti ai loro hangar. Ancora più in là avrebbe visto il fiume, le navi metalliche arenate sulla spiaggia, con la schiuma che gorgogliava delicatamente dalle loro poppe per effetto dell’interminabile azione dei motori.
Poi sarebbe ritornato verso la città vera e propria, cercando qualche segno di vita negli ampi viali, nel reticolo di strade, nello schema meticoloso di abitazioni della zona residenziale, nella metallica solidità del quartiere commerciale.
La ricerca sarebbe stata inutile.
Ogni movimento in basso sembrava di origine meccanica. E, sapendo di che città si trattasse, i suoi occhi si sarebbero soffermati in cerca dei cittadini e avrebbero osservato con attenzione le tozze strutture metalliche che si spingevano a più di settecento metri di distanza. Queste costruzioni metalliche ospitavano le macchine, sempre attive, i servitori ronzanti e perfettamente organizzati dei cittadini.
Erano queste macchine che facevano tutto: ripulivano l’aria dalle impurità, azionavano i marciapiedi, aprivano le porte, inviavano impulsi sincronizzati ai semafori, curavano la manutenzione delle fontane e delle astronavi, delle imbarcazioni del fiume e dei ventilatori.
E in queste macchine, vista la loro impeccabile efficienza, gli abitanti della città riponevano una cieca fiducia.
Al momento i cittadini riposavano nelle loro stanze, sui letti pneumatici. E la musica che
sgorgava dagli altoparlanti, la fresca brezza che usciva dai ventilatori, la stessa aria che respiravano...
tutto ciò proveniva dalle macchine, le fidate, inesauribili, infallibili macchine.
Adesso avrebbe sentito una specie di brusio nelle orecchie. Adesso la città si stava risvegliando. C’era un brusio, un brusio incessante.
Lo hai sentito appena emerso dal nero turbinio del sonno. Hai arricciato il naso e i venti
condotti neurali che conducevano alle autostrade delle tue estremità hanno avuto una contrazione.
Il suono si è fatto più profondo, è penetrato attraverso uno strato di sonnolenza e ha proteso un
dito impaziente fino alla materia pulsante del tuo cervello. Hai girato la testa sul cuscino e hai fatto una smorfia.
Ma il ronzio non cessava. Hai allungato la mano stupefatta e hai sollevato il ricevitore. Con un
solo occhio aperto per puro sforzo di volontà, hai farfugliato stancamente qualcosa nel microfono.
«Capitano Rackley!» La voce tagliente come la lama di un coltello ti ha fatto digrignare i denti.
«Sì» hai detto.
«A rapporto immediatamente, al quartier generale della sua compagnia!»
Quella voce ha cancellato il sonno e la contrarietà, come un vecchio giocatore di scacchi che, irritato, spazzasse via tutti i pezzi dalla scacchiera. I muscoli del tuo stomaco si sono messi in funzione e sei saltato a sedere sul letto. Dentro il tuo nobile petto, quella palla di carne pulsante che è causa della circolazione sanguigna ha ritenuto opportuno dilatarsi e contrarsi con enfasi più marcata. Le tue ghiandole sudorifere si apprestavano a mettersi opportunamente in attività, pronte all’azione, al pericolo, all’eroismo.
«È...» stavi cominciando.
«A rapporto, immediatamente!» ha gracchiato la voce, e c’è stato un violento clic nel tuo orecchio.
Tu, Justin Rackley, hai lasciato cadere il ricevitore – plonk – nella sua forcella e sei balzato giù dal letto in un trionfo di lenzuola svolazzanti.
Sei corso alla porta del guardaroba e l’hai spalancata. Sei sprofondato dentro e ne sei riemerso
subito con i pantaloni attillati e la tunica che aderiva al tuo petto da atleta. Li hai indossati, ti sei
lasciato cadere su una sedia vicina e hai infilato i piedi negli anfibi neri.
E il tuo viso rifletteva pensieri cupi, oh, quanto cupi. Dopo esserti pettinato i folti capelli biondi sapevi con certezza di quale emergenza si trattasse.
I Rugginosi! Eccoli di nuovo!
Ben sveglio, adesso, hai arricciato il naso con consapevole sangue freddo. I Rugginosi erano
cibo rivoltante per il pensiero, con le loro dodici zampe, segno di progenitori alieni, e il loro essudato
fatto di uno schifoso umore da rettili.
Appena schizzato via da casa, dopo aver saltato la balaustra ed essere sceso a precipizio per le
scale, tornavi a domandarti da dove avessero avuto origine quei nauseanti Rugginosi, quale odiosa
promiscuità avesse generato quella stirpe di mostri. Ti domandavi dove vivessero, dove mettessero al
mondo la loro raccapricciante progenie, dove tenessero le loro adunate di guerra, da dove iniziassero a
strisciare verso l’alto per raggiungere le grandi spaccature terrestri dalle quali attaccavano in massa.
Senza nessuna risposta a portata di mano per tutte quelle interminabili domande, sei corso
fuori dal palazzo e hai sceso di slancio le scale fino alla tua fedele automobile. Vi sei scivolato dentro,
schiacciando pulsanti, leve, pedali e quant’altro, e ben presto correvi come un fulmine, diretto verso
l’ampia autostrada che portava al quartier generale.
A quell’ora del giorno, naturalmente, c’era in giro pochissima gente. Per dirla tutta, anzi, non
vedevi nessuno. Solo dopo qualche minuto, mentre svoltavi bruscamente e risalivi a razzo lungo la
rampa dell’autostrada, ti sei accorto delle altre automobili che sfrecciavano verso la torre lontana otto
chilometri. Hai ipotizzato, senza sbagliare, che fossero altri ufficiali come te, anch’essi strappati tutti al
sonno dalla mobilitazione.
I palazzi ti volavano accanto mentre schiacciavi ancora di più i pedali, sempre cupo in volto,
pronto al pericolo, grande guerriero! È vero, dopo un mese di inattività questa occasione di metterti in
moto non ti disturbava affatto. Ma la circostanza, quella sì che era leggermente sgradevole. Il solo
pensiero di un Rugginoso faceva venire i brividi, eh?
Che cosa li aveva fatti rovesciare dai loro pozzi sconosciuti? Perché cercavano di distruggere
le macchine, riversando sul metallo il cancro acido della loro sudorazione, facendo cadere i denti degli
ingranaggi come i petali di un fiore morente? Qual era il loro scopo? Avevano intenzione di mandare in
rovina la città? Di governare i suoi abitanti? O di massacrarli? Brutte domande, tutte senza risposta.
Bene, pensavi mentre ti dirigevi verso il parcheggio del quartier generale, grazie al cielo i
Rugginosi erano riusciti a raggiungere soltanto poche macchine all’esterno. Fra le quali non c’era la
tua, per fortuna.
Almeno loro, come te, non avevano la più pallida idea di dove si trovasse la Grande Macchina,
la favolosa sorgente di ogni energia, guida di tutte le altre macchine.
Sei scivolato fuori dall’automobile strusciando sul sedile la stoffa dei pantaloni militari e sei
uscito nel parcheggio. I tuoi stivali neri risuonavano rumorosamente mentre correvi verso l’ingresso.
Altri ufficiali stavano uscendo dalle automobili, tutti correvano. Nessuno diceva nulla, e tutti avevano
l’aria corrucciata. Qualcuno ti ha rivolto un saluto frettoloso mentre salivate tutti con l’ascensore.
Brutta storia, hai pensato.
La porta ha emesso un rantolo idraulico e si è aperta, con un leggero strattone. Sei uscito e hai
percorso senza fare rumore il corridoio, fino alla sala riunioni, dal soffitto altissimo.
La stanza era già quasi piena. I giovani, invariabilmente belli e muscolosi, si erano raggruppati
e parlavano a bassa voce dei Rugginosi. Le pareti grigie insonorizzate risucchiavano i loro commenti e
restituivano aria morta.
Quando sei entrato gli uomini ti hanno rivolto un’occhiata e un cenno di saluto, poi sono
tornati al loro chiacchiericcio. Tu, il capitano Justin Rackley, ti sei accomodato su un sedile in prima
fila.
Poi hai alzato gli occhi. La porta delle Alte Sfere si è spalancata. Il Generale è entrato a passo
di marcia, con un fascio di documenti stretto nel pugno spigoloso. Anche la sua faccia era cupa.
È salito sulla pedana e ha sbattuto le carte sul tavolo massiccio. Poi si è lasciato cadere in un
angolo e ha scalciato con lo stivale sulla zampa del tavolo fino a quando tutti i tuoi colleghi ufficiali
non hanno sciolto i gruppetti e si sono affrettati a mettersi seduti. Mentre il silenzio aleggiava sopra le
loro teste, lui si è morso le labbra e ha picchiato sul tavolo il palmo della mano.
«Signori,» ha detto, con quella voce che sembrava emergere da una tomba antica «ancora una
volta la città è in grave pericolo.»
Poi ha fatto una pausa, dando l’impressione di chi fosse in grado di fronteggiare qualsiasi
emergenza. Tu speravi di diventare generale, un giorno o l’altro, e di essere capace di fronteggiare
qualsiasi emergenza. Non vedo perché no, pensavi.
«Non sprecherò del tempo prezioso» ha proseguito il generale, sprecando del tempo prezioso.
«Tutti voi conoscete il vostro ruolo, tutti voi conoscete le vostre responsabilità. Al termine di questa
riunione vi recherete all’arsenale e ritirerete le vostre pistole a raggi. Ricordate sempre che non bisogna
consentire ai Rugginosi di raggiungere le macchine vivi. Sparate per uccidere. I raggi non sono nocivi,
ripeto, non sono nocivi per le macchine.»
Vi ha squadrato tutti, voi giovani ansiosi di entrare in azione.
«Conoscete anche» ha detto «i rischi dell’avvelenamento da Rugginosi. Per questo motivo,
poiché il minimo tocco dei loro aculei può provocare la morte fra atroci tormenti, vi verrà assegnata,
come già sapete, un’infermiera addestrata a curare gli avvelenamenti sistemici. Perciò, dopo avere
lasciato l’arsenale, vi presenterete alla Sezione preventiva.»
Ha ammiccato, con un gesto assolutamente fuori luogo.
«E ricordate» ha aggiunto con una vibrazione crescente nella voce «che questa è una guerra! E
soltanto una guerra!»
Le sue affermazioni, naturalmente, hanno suscitato sorrisi di apprezzamento, qualche smorfia e
molti commenti soffocati assai poco militareschi. Al che il generale ha abbandonato il suo temporaneo
ruolo di fratello maggiore e ha recuperato il suo autoritario, rigoroso distacco.
«Quando vi sarà stata assegnata l’infermiera, quelli di voi le cui macchine si trovano a più di
venti chilometri dalla città si recheranno allo spazioporto, dove verrà loro consegnata una
spaziomobile. Da quel momento agirete tutti con la massima celerità. Domande?»
Nessuna domanda.
«È inutile che vi ricordi» ha concluso il generale «l’importanza di questa operazione difensiva.
Come vi renderete bene conto, se i Rugginosi riuscissero a penetrare nella nostra città, a portare la loro
azione devastante nel cuore dei nostri macchinari, a localizzare – il cielo non voglia! – la Grande
Macchina, non potremo aspettarci altro che un massacro senza pietà. La città sarebbe sopraffatta, noi
tutti verremmo annientati, e l’esistenza dell’Uomo sarebbe cancellata.»
Gli uomini lo guardavano con i pugni serrati, mentre il patriottismo impazzava come un satiro
ubriaco nei loro cervelli. Compreso il tuo, Justin Rackley.
«È tutto» ha detto il generale, agitando la mano. «Buona caccia.»
È saltato giù dalla pedana e si è dileguato oltre la porta, che si era spalancata magicamente una
frazione di secondo prima che il suo naso imperioso vi andasse a sbattere contro.
Ti sei alzato in piedi, con i muscoli che ti formicolavano. Avanti! Salviamo la nostra città!
Ti sei fatto strada attraverso i capannelli di persone. Di nuovo l’ascensore, spalla a spalla con i
tuoi colleghi, mentre un’esaltante sensazione di totale consapevolezza percorreva il tuo corpo giovane e
sano.
La sala dell’arsenale, all’interno, con le pareti pesantemente imbottite che inghiottivano ogni
suono. Tu, sempre cupo in volto, ti trascinavi lungo la fila in attesa della tua arma. Un bancone, un po’
come un grosso mercato. Hai mostrato all’addetto la tua carta d’identità e lui ti ha consegnato una
pistola a raggi nuova fiammante e una borsa a tracolla di ricariche supplementari.
Poi hai attraversato la porta e scorticato i gradini imbottiti di gomma che portavano alla
Sezione preventiva. Nelle tue vene i globuli rossi erano in pieno tumulto.
Eri il quarto della fila e anche lei lo era; ecco in che modo ti è stata assegnata.
Hai studiato il suo profilo, notando che la sua divisa, anche se simile alla tua, chissà come le
calzava in modo diverso. Questo ti ha distolto per il momento da riflessioni più guerresche. Et voilà! La
tua libido ha cominciato a strofinarsi le mani callose.
«Capitano Rackley,» ha detto l’uomo «questa signorina è il tenente Forbes. È la sua unica
garanzia contro la morte nel caso dovesse essere punto da un Rugginoso. Faccia in modo che rimanga
sempre al suo fianco.»
Non ti sembrava proprio un’incombenza sgradevole, così hai salutato l’uomo. Poi hai
scambiato con la ragazza un’occhiata appena accennata e hai ordinato bruscamente di mettervi in
movimento. Questo vi ha portati verso l’ascensore.
Marciando in silenzio, ogni tanto le rivolgevi un’occhiata furtiva. Rimuginavi cose lontane,
dimenticate, mentre il tuo cervello rivitalizzato fremeva di nuova vita. Eri molto colpito dai riccioli neri
che le ricadevano sulla fronte e si ammassavano sulle spalle come dita attorcigliate. Ti sei accorto che i
suoi occhi erano marroni e dolci, come scaturiti da un sogno. E perché poi non avrebbero dovuto
esserlo?
Però c’era qualcosa che mancava. Qualche rallentamento continuava a riportarti a terra, a
impedirti di volare sulle ali dell’immaginazione. Poteva essere il dovere?, ti sei domandato. E,
ricordando quello che eri stato incaricato di fare, all’improvviso hai provato di nuovo paura. Le nuvole
rosa marciavano schierate come tanti soldatini.
Il tenente Forbes è rimasto in silenzio fino a quando la spaziomobile che ti era stata assegnata
non si è librata in volo nel cielo, diretta verso i confini della città. Solo allora, in risposta alle tue banali
osservazioni sul tempo, ti ha rivolto quel suo sorriso grazioso, rivelando le fossette.
«Ho appena sedici anni» ha proclamato.
«Allora questa è la sua prima volta.»
«Sì» ha replicato lei, guardando nel vuoto. «Ho molta paura.»
Tu hai annuito, le hai dato una pacca sul ginocchio in quello che voleva essere un gesto
paterno ma che, quasi subito, le ha fatto avvampare le guance di pudica modestia.
«Resti vicina a me» le hai detto, facendo del tuo meglio perché sembrasse un doppio senso.
«Mi prenderò cura io di lei.»
Rozzo, ma efficace con una sedicenne. Lei è arrossita ancora di più.
Le torri della città scintillavano sotto di voi. In lontananza, come un puntino ai margini di una
ragnatela, hai visto la tua macchina. Hai spinto in avanti la leva; la navetta è discesa e ha cominciato
una lunga planata verso terra. Hai tenuto gli occhi fissi sul pannello dei comandi, con la massima
concentrazione, chiedendoti il motivo di quello strano senso di eccitazione che ti attraversava
furiosamente il corpo, senza capire se fosse il presagio di un qualche impegno in battaglia.
Questa era la guerra. La città veniva prima di tutto. Evviva!
La navetta si è abbassata fluttuando e si è librata sopra la macchina mentre tu azionavi i freni
ad aria. Lentamente è discesa sul tetto come una farfalla che si posi su un fiore.
Hai girato la chiavetta dell’interruttore, con il cuore che ti batteva all’impazzata: avevi
dimenticato tutto, a parte il pericolo. Hai afferrato la pistola a raggi, sei balzato fuori e hai corso verso
il bordo del tetto.
La tua macchina si trovava oltre il perimetro della città. Tutt’intorno c’erano dei campi. I tuoi
occhi impazienti hanno perlustrato la zona circostante.
Non c’era nessun segno del nemico.
Sei tornato di corsa alla navetta. Lei era ancora dentro, e ti seguiva con lo sguardo. Hai girato
la manopola e il sistema di comunicazione ha vomitato la sua interminabile tiritera di avvisi. Hai atteso
impaziente fino a quando l’annunciatore ha pronunciato il numero della tua macchina e ha detto che i
Rugginosi si trovavano a meno di due chilometri di distanza.
Hai sentito che la ragazza tratteneva il respiro e hai notato che aveva sollevato su di te gli
occhi spaventati. Hai spento il ricevitore.
«Forza, entriamo» hai detto, brandendo la pistola a raggi con la mano che fremeva
piacevolmente. Era bello essere spaventato. La sottile sensazione di vivere pericolosamente. Non era
per quello che ti trovavi lì?
L’hai aiutata a scendere. La sua mano era fredda. Gliel’hai stretta e le hai rivolto un mezzo
sorriso d’incoraggiamento. Poi, dopo avere chiuso lo sportello della spaziomobile per evitare che vi
entrasse il nemico, hai cominciato a scendere le scale. Mentre entravi nella sala principale, la testa ti si
è subito riempita del ronzio soffocato dei macchinari.
Lì, a quel punto dell’avventura, hai deposto la pistola a raggi e le hai spiegato il funzionamento
della macchina. Vale la pena di notare che non era tanto la macchina a interessarti, mentre parlavi,
quanto la vicinanza della ragazza, che era assai più eccitante. Così graziosa, così giovane, così
bisognosa di conforto.
Le hai preso di nuovo la mano. Poi le hai cinto col braccio la vita snella e lei ti era vicina.
Qualcosa di diverso dalla difesa militare ha preso forma nella tua mente.
È giunto il momento in cui lei ha sollevato le palpebre insonnolite e ti ha guardato fisso negli
occhi, per dirla un po’ all’antica. Ti sei reso conto che il suo sguardo ti dava un po’ le vertigini. L’hai
stretta ancora di più a te. Il profumo di rosa del suo alito si ancorava in nodi casuali dentro il tuo corpo.
Eppure c’era ancora qualcosa che ti tratteneva.
Swish! Slap!
Lei si è irrigidita e ha urlato.
I Rugginosi erano giunti al muro!
Sei corso al tavolo su cui avevi appoggiato la pistola. Sulla panca vicino al tavolo c’erano le
munizioni. Ti sei messo la borsa a tracolla. Lei è corsa verso di te e, con solennità, le hai porto la
cassettina del pronto soccorso. Ti sentivi come il generale quando faceva la faccia seria, sicuro e
fiducioso.
«Tenga gli aghi pronti a portata di mano» hai detto. «Potrei...»
La frase è rimasta a metà mentre un altro enorme, sbavante Rugginoso picchiava contro il
muro. Il rumore delle sue grandi ventose si sentiva anche dall’esterno. Cercavano le macchine nello
scantinato.
Hai controllato la pistola. Era pronta.
«Resti qui» hai farfugliato. «Io devo scendere.»
Non hai sentito la sua risposta. Ti sei precipitato giù per le scale e hai raggiunto al volo lo
scantinato proprio nel momento in cui il primo mostro sgusciava da sotto una finestra sul pavimento di
metallo, simile a una colata di lava che sfidasse la legge di gravità.
La fila di occhi giallastri ammiccanti si è posata su di te; ti sei sentito accapponare la pelle. La
schifosa creatura color oro sporco ha cominciato a sgambettare verso le macchine con un cic-ciac
vischioso. Per poco non sei stato raggelato dalla paura.
Ti è venuto in soccorso l’istinto. Hai sollevato subito la pistola. Un raggio crepitante di un
azzurro luminoso è uscito dalla canna, ha raggiunto il corpo scaglioso e lo ha avviluppato. Urla stridule
e il puzzo dell’olio che frigge hanno riempito l’aria. Quando il raggio si è dissipato il Rugginoso
giaceva senza vita a terra, nero e fumante, e una poltiglia scorreva lungo le saldature delle lastre.
Hai sentito provenire da dietro di te il risucchio di altre ventose. Ti sei girato di scatto e con
una raffica hai messo anche il secondo Rugginoso in condizioni di non nuocere. Ce n’era un altro
ancora che era scivolato sotto il bordo della finestra e puntava verso di te. Ancora un raggio e il terzo
mostro è finito bruciacchiato, a contorcersi sul pavimento metallico.
Hai mandato giù una bella sorsata di eccitazione, la tua testa si muoveva a scatti, il tuo corpo
balzava di qua e di là. Dopo un secondo ne hai visti altri due che si dirigevano verso di te. Due raffiche
di pistola: una ha mancato il bersaglio. Il secondo mostro ti era quasi addosso quando sei riuscito a
incenerirlo, mentre tentava di sollevarsi per piantarti nel petto i suoi aculei neri.
Ti sei voltato di scatto e hai lanciato un urlo, inorridito.
Un Rugginoso stava scivolando giù per le scale, un altro sibilava verso di te, con i lunghi
aculei puntati sul tuo cuore. Hai premuto il pulsante. Un grido ti si è strozzato in gola.
Avevi finito le munizioni!
Sei balzato di lato e il Rugginoso è caduto in avanti. Hai aperto freneticamente la scatola e vi
hai frugato dentro in cerca di un caricatore. Uno è caduto al suolo, inutilizzabile, sbattendo sul metallo.
Avevi le mani come di ghiaccio, e ti tremavano vistosamente. Il sangue pompava nelle tue vene, e
avevi i capelli dritti in testa. Ti sentivi spaventato, e allo stesso tempo eccitato.
Il Rugginoso si è preparato a caricare mentre tu infilavi il caricatore nella pistola a raggi. Ti sei
spostato... ma non abbastanza! L’estremità di un pungiglione ti ha lacerato la tunica e ti ha squarciato il
braccio. Hai sentito il veleno che penetrava bruciante nel sistema circolatorio.
Hai premuto il pulsante e il mostro è scomparso in una nuvola di fumo untuoso. I macchinari
dello scantinato erano al sicuro dagli attacchi... i Rugginosi li avevano aggirati.
Sei scattato verso la scala. Dovevi salvare le macchine, salvare lei, salvare te stesso!
I tuoi anfibi rimbombavano sui gradini metallici. Sei piombato nella grande sala macchine e
hai dato una rapida occhiata in giro.
Hai spalancato la bocca in un rantolo strozzato. Lei giaceva abbandonata sul divano,
scomposta, inerte. Una riga di fluido rugginoso le correva sulla tunica rigonfia.
Ti sei girato di scatto e, proprio mentre lo facevi, il Rugginoso è scomparso dentro il
macchinario, infilando il corpo scaglioso in mezzo agli ingranaggi. La fanghiglia sgocciolava dal suo
corpo e dalle mascelle acquose. La macchina si è fermata, poi è ripartita, con le ruote straziate che
gemevano.
La città! Sei balzato sul bordo della macchina scaricandoci dentro una raffica di colpi! Il
luminoso raggio azzurrino ha mancato il Rugginoso. Hai sparato di nuovo. Il Rugginoso si muoveva
troppo rapidamente, nascosto dietro gli ingranaggi. Ti sei messo a correre intorno alla macchina,
continuando a sparare.
Hai dato un’occhiata alla ragazza. Quanto ci avrebbe messo il veleno a fare effetto? Nessuno te
lo aveva mai detto. Ma aveva già cominciato a bruciarti dentro la carne. Ti sembrava di andare a fuoco,
come se grossi pezzi del tuo corpo si staccassero uno dopo l’altro.
Dovevi fare un’iniezione, a te stesso e a lei.
Ma il Rugginoso continuava a sfuggirti. Ti sei dovuto fermare e inserire un altro caricatore
nella pistola. La stanza ha preso a girarti intorno; le vertigini si stavano facendo insopportabili. Hai
premuto ancora il grilletto, più e più volte. Il raggio penetrava nella macchina.
Quasi non ti reggervi più sulle gambe, e respiravi a fatica. Ti sei dovuto strappare il colletto
della tunica. Il puzzo del grasso bruciato e dei raggi ti riempiva la testa. Hai girato intorno alla
macchina, incespicando, e hai sparato ancora al Rugginoso che si muoveva sempre più veloce.
Poi, proprio quando stavi per crollare, sei riuscito a inquadrarlo. Hai premuto il grilletto, il
Rugginoso è stato avvolto dalle fiamme, è caduto in frammenti liquefatti sotto la macchina ed è stato
inghiottito dalla pompa di scarico.
Hai lasciato cadere a terra la pistola e hai raggiunto la ragazza barcollando.
Le siringhe ipodermiche erano sul tavolo.
Le hai strappato la tunica, hai infilato l’ago nella sua spalla bianca e morbida e le hai iniettato
con mano tremante l’antidoto nelle vene. Poi ne hai infilato uno nella tua spalla, avvertendo subito un
senso di freschezza che ti scorreva nella carne e nel sistema circolatorio.
Ti sei accasciato accanto a lei, respirando a fatica, e hai chiuso gli occhi. La violenza della tua
azione ti aveva spossato. Ti sentivi come se avresti dovuto riposarti per un mese di fila. E naturalmente,
l’avresti fatto.
Lei gemeva. Tu hai aperto gli occhi e l’hai guardata, ricominciando a respirare pesantemente,
ma stavolta sapevi da dove proveniva l’eccitazione. Hai continuato a guardarla. Una sensazione di
calore ti ha sfiorato le membra. Lei ti guardava fisso.
«Io...» hai detto.
Poi ogni resistenza è stata vinta, ogni dubbio cancellato. La città, i Rugginosi, le macchine... il
pericolo era passato, dimenticato. Lei ti ha sfiorato la guancia con una mano.
«E poi, quando ti sei risvegliato» concluse il dottore «eri di nuovo in questa stanza.»
Rackley rise, girando la testa sul cuscino e tormentandosi le mani per la soddisfazione.
«Ma mio caro dottore,» disse, sempre ridendo «lei è proprio in gamba, a sapere tutto. Come
diavolo fa, brutto ficcanaso?»
Il medico abbassò lo sguardo sull’uomo, alto e bello, sdraiato sul letto, ancora incapace di
trattenere le risa.
«Dimentichi» disse «che sono stato io a farti l’iniezione. Perciò è del tutto naturale che debba
sapere quello che succede dopo.»
«Oh, naturale! Naturalissimo» disse Justin Rackley con voce stridula. «Oh, è stato fantastico,
assolutamente fantastico. Pensi un po’. Io!» Fece scorrere le dita robuste sui bicipiti rigonfi del braccio.
«Io, un eroe!»
Sbatté le mani e un’altra risata gli scosse il petto; i denti bianchissimi risaltarono contro la
carnagione scura del viso. Il lenzuolo scivolò, mostrando il torace ampio e flessuoso, e i muscoli tesi
dello stomaco.
«Oh, povero me» disse, sospirando. «Povero me. Quanto sarebbe insopportabile questa vita se
non ci fossero le sue benedette iniezioni a rompere la nostra noia infinita!»
Il dottore lo guardò freddamente, stringendo le dita fino a formare un pugno esangue. Il
pensiero gli trafisse il cervello come una coltellata dolorosa: questa è la fine della nostra razza, il picco
infelice dell’evoluzione dell’uomo. Questa è la corruzione finale.
Rackley sbadigliò e si stiracchiò. «Ho bisogno di riposare.» Alzò gli occhi sul dottore. «È stato
un sogno così faticoso.»
Cominciò a ridacchiare, con la grande testa bionda che dondolava sul cuscino. Stringeva il
lenzuolo tra le mani come se stesse per morire dal ridere.
«Mi dica,» aggiunse in un rantolo «ma che diavolo c’è in quelle favolose iniezioni? Gliel’ho
chiesto più di una volta.»
Il medico raccolse la borsa di plastica. «È soltanto una combinazione di prodotti chimici che
da una parte stimolano la produzione di adrenalina e dall’altra inibiscono i centri superiori del cervello.
In breve» concluse «è un miscuglio di calmanti e di eccitanti.»
«Oh, lei dice sempre così» commentò Justin Rackley. «Ma è delizioso. Assolutamente,
piacevolmente delizioso. Tornerà fra un mese per il mio prossimo sogno e per riviverlo insieme a me?»
Il dottore emise un sospiro esausto. «Sì» rispose, senza nemmeno tentare di nascondere il suo
disgusto. «Tornerò il prossimo mese.»
«Grazie al cielo» disse Rackley. «Per altri cinque mesi non ne voglio più sapere di
quell’orribile sogno sui Rugginosi. Puah! È un sogno così spaventosamente volgare! Mi piacciono di
più i sogni in cui si lavora nelle miniere e si trasportano minerali da Marte e dalla Luna, e le avventure
nei centri alimentari. Sono decisamente più piacevoli. Però...» Gli tremarono le labbra. «Ci metta
dentro molte più belle ragazze.»
Il suo corpo forte e stanco vibrò di piacere.
«Oh, lo faccia» aggiunse con un filo di voce, chiudendo gli occhi.
Sospirò e si girò lentamente, a fatica, per appoggiarsi sul fianco ampio e muscoloso.
Il dottore attraversò le strade deserte, sul volto la tensione di una frustrazione ormai antica.
Perché? Perché? La sua mente continuava a ripetere quella domanda.
Perché dobbiamo continuare a sostenere la vita nelle città? A quale scopo? Perché non lasciare
morire quell’ultimo avamposto della civiltà, com’è giusto che sia? Perché impegnarsi a tenere in vita
uomini come questi?
Centinaia, migliaia di Justin Rackley: animali ben tenuti, meccanicamente allevati, nutriti e
manipolati perché assumessero una forma fisica ottimale. Meccanicamente limitati, anche, in modo da
non trasformarsi materialmente in quei molluschi grassi e biancastri che erano già sotto a livello
mentale e che sarebbero diventati anche fisicamente, se non opportunamente assistiti. O quello, o la
morte.
Perché non lasciarli morire? Perché visitarli ogni mese, riempire le loro vene di droghe
ipnotiche e sedersi a guardarli, uno dopo l’altro, mentre sprofondavano nei loro mondi di sogno per
sfuggire alla noia? Doveva proprio continuare all’infinito a riempire di suggestioni quei cervelli
afflosciati, a farli volare su lune e pianeti, ad affollare di ogni forma d’amore e d’avventura i loro sogni
tragicomici?
Il dottore continuò a camminare stancamente e giunse in un altro dormitorio. Altri corpi
perfetti, aitanti o bellissimi, inerti sui loro letti. Altre iniezioni per farli sognare.
Le fece, osservandoli mentre si alzavano e si dirigevano barcollando verso i guardaroba.
Questa volta attrezzatura da esploratori, caschi coloniali ed eleganti calzoni corti, stivaloni da caccia
sotto le cosce nude. Si affacciò alla finestra, li vide raggiungere esitanti le loro automobili e dileguarsi.
Si mise a sedere e aspettò che tornassero, conoscendo in anticipo ogni loro mossa perché era stato lui a
istillargliela nella mente.
Si sarebbero diretti verso le vasche idroponiche e avrebbero lottato per scongiurare
un’invasione di Mangiatori d’Energia. Più grossi dei Rugginosi, e fatti di pura forza, minacciavano di
risucchiare la linfa vitale dalle piante coltivate negli impianti, quella carne viva e informe che cresceva
perennemente nelle soluzioni nutritive. I Mangiatori di Energia sarebbero stati sconfitti, naturalmente.
Era sempre così.
Naturalmente. Erano solo sogni. Creature di un’illusione fantastica evocate in menti bramose
di sognare grazie alla magia della chimica e all’incanto della pura e semplice scienza.
Ma che cosa avrebbero detto tutti quei Justin Rackley, quelle belle e disperate rovine di carne
flaccida, se avessero scoperto in che modo li si prendeva in giro?
Avrebbero scoperto che i Rugginosi erano soltanto finzioni della mente per oggettivare la
semplice ruggine e l’usura e trasformarle in mostri fantasiosi. Mostri che erano gli unici in grado di
stimolare, seppur debolmente, quel poco che rimaneva dell’istinto di autoconservazione, ormai quasi
del tutto scomparso in quella razza perduta. I Mangiatori di Energia erano scarafaggi e spore e i rifiuti
esausti della crescita. I Trivellatori di Mine erano bestiacce di vapore che bisognava scacciare con la
forza dai depositi metalliferi della Luna e di Marte. E poi ce n’erano altri, altri ancora, tutti minacce a
ciò che fa vivere e alimenta e rinnova una città.
Che cosa avrebbero detto, tutti quei Justin Rackley, se avessero scoperto che ognuno di loro,
nei suoi sogni, svolgeva un lavoro manuale vero e proprio? Che le loro armi a raggi erano pistole ad
aria compressa o ingrassatori a spruzzo o martelli pneumatici, che i loro raggi mortali erano nient’altro
che lubrificanti, antiruggine, insetticidi o fertilizzanti?
Che cosa avrebbero detto se avessero saputo che le iniezioni antiveleno erano in realtà degli
afrodisiaci? Che li si imbottiva di droghe per stimolare una spinta riproduttiva ormai dimenticata, visto
che la loro unica pulsione era diventata quella di sostenere le macchine che davano loro la vita?
Fra un mese sarebbe tornato da Justin Rackley, il capitano Justin Rackley. E infatti gli ci
voleva un mese per riposarsi, svuotati com’erano di ogni energia. Un mese per recuperare quel minimo
di forza necessaria a sopportare un’iniezione di sostanza ipnotica, per oliare una macchina o aggiustare
un contenitore alimentare, e per tirare fuori la minima scintilla vitale.
Tutto per le macchine, per la città. Quanto all’uomo...
Il dottore sputò sul pavimento immacolato della stanza piena di letti pneumatici.
Gli uomini erano macchine più delle macchine stesse. Una razza schiava, un deplorevole
residuato, impotente, senza speranza.
Oh, quanto avrebbero pianto e sofferto, pensò, e l’idea gli procurò una cupa soddisfazione, se
avessero avuto la possibilità di percorrere le interminabili gallerie sotterranee fino alla gigantesca
camera in cui si trovava la Grande Macchina, quella che consideravano la fonte di ogni energia, e
avessero capito il motivo per cui bisognava metterli al lavoro con l’inganno. La Grande Macchina era
stata progettata per eliminare tutto il lavoro dell’uomo, per curare e seguire le macchine minori, gli
impianti alimentari, le miniere.
Ma qualche saggio del Consiglio di Controllo, secoli prima, aveva avuto il fegato di
distruggere il cervello meccanico della Grande Macchina. E adesso tutti i Justin Rackley avrebbero
visto con i loro stessi occhi increduli la ruggine, la decomposizione, il gigantesco ammasso metallico deturpato dalla morte... ma non sarebbe stato così.
Il loro compito era quello di sognare un lavoro avventuroso, e di lavorare mentre sognavano. Per quanto tempo ancora?
...
.
...
Fine.
...
.
...
Terzo dal sole.
...
.
...
Titolo originale: Third from the Sun. 1950.
Traduzione di: Maurizio Nati
...
.
...
I suoi occhi erano già aperti cinque secondi prima che la sveglia suonasse. Non ebbe nessun problema a svegliarsi. Lucidamente cosciente, allungò la mano sinistra nell’oscurità e premette il blocco. La sveglia s’illuminò per un secondo, poi si spense. Accanto a lui, sua moglie gli appoggiò una mano sul braccio.
«Hai dormito?» le chiese.
«No, e tu?»
«Un po’» rispose lui. «Non molto.»
Per qualche secondo lei rimase in silenzio. La sentì contrarre la gola, e rabbrividire. Sapeva già
cosa avrebbe detto.
«Ci andiamo lo stesso?» chiese lei.
Lui dimenò le spalle e respirò a fondo.
«Sì» rispose, e sentì le dita di sua moglie che gli stringevano il braccio.
«Che ora è?» chiese lei.
«Quasi le cinque.»
«Sarà meglio che ci prepariamo.»
«Sì, sarà meglio.»
Non si mossero.
«Sei sicuro che potremo salire a bordo della nave senza che nessuno se ne accorga?» gli
domandò lei.
«Pensano che sia solo un altro volo di prova. Nessuno farà controlli.»
Lei non disse nulla. Gli si accostò un poco. Lui si accorse di quanto la sua pelle fosse fredda.
«Ho paura» disse lei.
Lui le prese la mano e la tenne stretta. «Non averne» le disse. «Andrà tutto bene.»
«È dei bambini che mi preoccupo.»
«Andrà tutto bene» ripeté lui.
Lei portò la mano di suo marito alle labbra e la sfiorò con un bacio.
«D’accordo» disse poi.
Si drizzarono a sedere entrambi, nel buio. Lui la sentì scendere dal letto. La sua camicia da
notte cadde frusciando sul pavimento, e lei non la raccolse. Rimase immobile, rabbrividendo nell’aria
fresca del mattino.
«Sei sicuro che non ci serve nient’altro?» gli chiese.
«No, niente. Ho tutte le provviste che ci occorrono a bordo della nave. In ogni caso...»
«Che cosa?»
«Non possiamo portare nulla oltre il posto di guardia» le disse. «La guardia deve pensare che
tu e i bambini state venendo solo per vedermi partire.»
Lei cominciò a vestirsi. Lui gettò via le coperte e si alzò. Attraversò il pavimento gelido, andò
all’armadio e si vestì.
«Vado a preparare i bambini» disse sua moglie.
Lui grugnì qualcosa, mentre infilava la testa dentro la maglia. Giunta alla porta, lei si fermò.
«Sei sicuro...» cominciò.
«Di che cosa?»
«Alla guardia non sembrerà strano che... che vengano a vederti partire anche i nostri vicini?»
Lui si mise a sedere sul letto e armeggiò con i lacci delle scarpe.
«È un rischio che dobbiamo correre» le rispose. «Devono venire con noi.»
Lei sospirò. «Sembra tutto così freddo, così calcolato.»
Lui si raddrizzò e vide la sagoma di sua moglie stagliarsi sulla soglia.
«Che altro possiamo fare?» le domandò, accorato. «Non possiamo fare sposare fra loro i nostri
figli.»
«No» disse lei. «È solo che...»
«Solo cosa?»
«Niente, tesoro. Scusami.»
Richiuse la porta. Il rumore dei suoi passi si attenuò lungo il corridoio. La porta della camera
dei bambini si aprì. Lui sentì le loro voci. Un sorriso senza allegria gli si formò sulle labbra. Si direbbe
un giorno di festa, pensò.
Infilò le scarpe. Almeno i bambini non sapevano quello che stava succedendo. Erano convinti
di doverlo semplicemente accompagnare al campo. Pensavano che poi sarebbero tornati a casa e
avrebbero raccontato tutto ai compagni di scuola. Non sapevano che non vi avrebbero mai fatto ritorno.
Finì di allacciarsi le scarpe e si alzò. Arrancò verso il comò e accese la luce. Strano che una
persona normalissima come lui avesse progettato tutto quello.
Freddo. Calcolato. Le parole di sua moglie tornarono a riempirgli la mente. Be’, non c’era altro
modo. Entro pochi anni, forse anche prima, l’intero pianeta sarebbe esploso in una vampata accecante.
Quella era l’unica via di fuga. Scappare, ricominciare tutto daccapo, poche persone su un nuovo
pianeta.
Si guardò allo specchio.
«Non c’è altro modo» disse a sé stesso.
Guardò in giro per la camera. Addio, vita di ora. Spegnere la lampada fu come spegnere una
luce dentro la sua mente. Chiuse delicatamente la porta alle sue spalle e fece scivolare la mano sulla
maniglia consumata. Suo figlio e sua figlia stavano scendendo le scale. Bisbigliavano fra loro, con aria
misteriosa. Lui scosse la testa, quasi divertito.
Sua moglie lo aspettava. Scesero insieme, mano nella mano.
«Non ho paura, tesoro» gli disse. «Andrà tutto bene.»
«Certo» confermò lui. «Ci puoi scommettere.»
Andarono tutti a fare colazione. Lui sedette vicino ai figli. Sua moglie versò loro del succo di
frutta, poi andò a prendere il cibo.
«Aiuta tua madre, bambolina» disse a sua figlia. Lei si alzò.
«Manca proprio poco, papi, vero?» disse suo figlio. «Manca pochissimo, eh?»
«Fai silenzio» lo riprese. «Ricordati quello che ti ho detto. Se ti fai sfuggire una parola con
qualcuno dovrò lasciarvi qui.»
Un piatto cadde rumorosamente a terra. Lui si voltò subito a guardarla. Lei lo fissava, con le
labbra tremanti.
Poi distolse lo sguardo e si chinò. Cominciò a raccogliere goffamente un po’ di pezzi, poi li
lasciò cadere, si rialzò e li sospinse verso il muro con un piede.
«Come se avesse qualche importanza» disse, nervosamente. «Come se contasse qualcosa,
lasciare la casa pulita.»
I bambini la fissarono sbalorditi.
«Che succede?» chiese la femmina.
«Niente, tesoro, niente» disse lei. «Sono solo un po’ nervosa. Torna a tavola e bevi il tuo succo
di frutta. Dobbiamo sbrigarci a mangiare. I vicini arriveranno fra poco.»
«Papi, come mai i vicini vengono con noi?» chiese suo figlio.
«Perché» rispose lui, tenendosi sul vago «hanno voglia di farlo. E adesso lascia perdere. Non
ne parliamo più.»
La stanza era silenziosa. Sua moglie portò il cibo e lo depose sulla tavola. Solo i suoi passi
rompevano il silenzio. I bambini continuarono a scambiarsi occhiate, poi guardarono il padre. Lui
teneva gli occhi fissi sul piatto. Il cibo era insipido, e faticava a mandarlo giù: il cuore gli batteva forte
nel petto. L’ultimo giorno. Questo è l’ultimo giorno.
«Sarà meglio che mangi anche tu» disse a sua moglie.
Lei sedette per mangiare, ma mentre sollevava una posata suonò il campanello. La posata le
cadde dalle dita quasi paralizzate e finì a terra tintinnando. Lui si affrettò a raccoglierla e posò una
mano su quella di sua moglie.
«Va tutto bene, amore» le disse. «Va tutto bene.» Poi si rivolse ai figli. «Andate ad aprire la
porta» disse.
«Tutti e due?» chiese la bambina.
«Tutti e due.»
«Ma...»
«Fate come vi dico.»
I due scivolarono dalle sedie e lasciarono la stanza, girandosi a guardare i genitori.
Quando la porta scorrevole li tagliò fuori dalla loro visuale, lui si rivolse a sua moglie. Era
pallida, e tesa in volto; stringeva forte le labbra.
«Tesoro, ti prego» le disse. «Ti prego. Lo sai che non vi porterei con me se non fossi sicuro
che non ci sono pericoli. Lo sai quante volte ho volato su quella nave prima d’ora. E so bene dove
siamo diretti. È un posto sicuro. Credimi, è sicuro.»
Lei si premette la mano del marito contro la guancia e chiuse gli occhi, mentre grosse lacrime
le sgorgavano da sotto le palpebre, scivolando lungo le guance.
«Non è tanto q... questo» disse. «È solo che... partire, non tornare mai più. Abbiamo sempre
vissuto qui, per tutta la nostra vita. Non è come... trasferirsi. Non potremo ritornare. Mai più.»
«Ascoltami, tesoro» le disse, con voce tesa e tono sbrigativo. «Tu lo sai bene quanto me. È
questione di anni, forse anche meno, ma ci sarà un’altra guerra, una guerra terribile. Non rimarrà
niente. Dobbiamo andarcene. Per i nostri figli, per noi stessi...»
Fece una pausa, saggiando nella mente le parole da dire.
«Per il futuro della vita stessa» concluse fiaccamente. Si pentì di averlo detto. Di mattina
presto, davanti a una volgare colazione, quel tipo di discorso sembrava fuori posto. Anche se era vero.
«Tu non avere paura» le disse. «Andrà tutto bene.»
Lei gli strinse la mano.
«Lo so» disse con un filo di voce. «Lo so.»
Si sentì un rumore di passi che si avvicinavano. Lui tirò fuori un fazzoletto e lo porse a sua
moglie. Lei si affrettò ad asciugarsi il viso.
La porta si aprì. Entrarono i vicini, con il figlio e la figlia. I bambini erano eccitati, e i genitori
non riuscivano a tenerli a freno.
«Buongiorno» disse il vicino.
La moglie del vicino si avvicinò a sua moglie e tutte e due si diressero verso la finestra, dove si
misero a parlottare a bassa voce. I bambini si trattennero sulla soglia, impazienti, scambiandosi
occhiate nervose.
«Avete mangiato?» chiese lui al suo vicino.
«Sì» rispose l’altro. «Non credi sarebbe meglio muoversi?»
«Immagino di sì» replicò lui.
Lasciarono tutti i piatti sul tavolo. Sua moglie salì di sopra e prese dei capi di vestiario per tutta
la famiglia.
Lui e sua moglie restarono un attimo sulla veranda, mentre gli altri si dirigevano verso la
vettura di superficie.
«Dobbiamo chiudere la porta?» le domandò.
Lei fece un sorriso rassegnato e si passò le mani fra i capelli, poi alzò le spalle. «Ha
importanza?» gli chiese, e si voltò, allontanandosi.
Lui chiuse la porta a chiave e la seguì lungo il vialetto. Quando la raggiunse, sua moglie si
girò.
«È una bella casa» mormorò la donna.
«Non pensarci più» le disse.
Voltarono le spalle alla loro abitazione e salirono a bordo.
«L’hai chiusa?» gli chiese il vicino.
«Sì.»
Il vicino sorrise senza allegria. «Anche noi» disse. «Non volevo, ma poi sono dovuto tornare
indietro a chiuderla.»
Percorsero le strade silenziose. Il cielo cominciava a rosseggiare all’orizzonte. La moglie del
vicino e i quattro bambini erano seduti sul sedile posteriore, sua moglie e il vicino davanti insieme a
lui.
«Sarà una bella giornata» disse il vicino.
«Lo credo anch’io» confermò lui.
«L’hai detto ai tuoi figli?» gli chiese il vicino a bassa voce.
«Naturalmente no.»
«Nemmeno io, nemmeno io» si affrettò ad aggiungere il vicino. «Era solo per sapere.»
«Oh.»
Per un po’ avanzarono senza parlare.
«Voi avete mai la sensazione che stiamo... scappando?» chiese il vicino dopo un po’.
Lui si irrigidì. «No» rispose, a labbra strette. «No.»
«Credo sia meglio non parlarne» tagliò corto il vicino.
«Molto meglio» disse lui.
Mentre si avvicinavano al posto di guardia accanto al cancello, lui si girò all’indietro.
«Ricordate» disse. «Non una parola.»
La sentinella era mezza addormentata e non dimostrò grande interesse. Lo riconobbe subito
come il capo pilota collaudatore della nuova nave. Tanto gli bastò. La famiglia lo aveva seguito per
vederlo partire, disse lui alla sentinella. Tutto a posto. La sentinella lasciò che raggiungessero la
piattaforma di lancio.
La vettura si fermò sotto gli enormi sostegni. Scesero tutti e guardarono in su.
Molto in alto, sopra le loro teste, con il muso puntato verso il cielo, la grande nave metallica
cominciava a riflettere il bagliore del primo mattino.
«Andiamo» disse lui. «Presto.»
Mentre si affrettavano verso l’ascensore, lui si fermò per un attimo e guardò indietro. Il posto
di guardia appariva deserto. Osservò tutto intorno e cercò di imprimersi ogni cosa nella memoria.
Si piegò e raccolse una manciata di terra. Se la mise in tasca.
«Addio» disse in un sussurro.
Corse verso l’ascensore.
Le porte si aprirono davanti a loro. Il cubicolo cominciò a salire in un silenzio rotto soltanto
dal ronzio del motore e qualche imbarazzato colpetto di tosse dei bambini. Lui li guardò. Essere portati
via così giovani, pensò, senza la possibilità di fare nulla.
Chiuse gli occhi. Sua moglie si aggrappò al suo braccio. La guardò. I loro sguardi
s’incontrarono e lei gli sorrise e bisbigliò: «È tutto a posto.»
L’ascensore si fermò con un sobbalzo. Le porte si spalancarono e loro scesero. Era sempre più
chiaro. Lui li guidò di corsa lungo la piattaforma coperta.
S’infilarono tutti dentro lo stretto portello sulla fiancata della nave. Prima di seguirli, lui esitò.
Voleva dire qualcosa di adatto alla circostanza. Provava il desiderio irresistibile di farlo.
Non ci riuscì. Entrò anche lui di corsa e, grugnendo, richiuse il portello, rigirando la ruota e
stringendola.
«È fatta» disse. «Venite tutti.»
I loro passi echeggiarono sui ponti e le scale di metallo mentre risalivano verso la sala di
comando.
I bambini corsero verso gli oblò e guardarono fuori. Quando si accorsero di quanto fossero in
alto, emisero un rantolo di sorpresa. Le madri li raggiunsero e guardarono il terreno con occhi
spaventati.
Lui li raggiunse.
«È altissimo» disse sua figlia.
Lui l’accarezzò sulla testa. «Altissimo» ripeté.
Poi si voltò di scatto e andò verso il quadro comandi. Restò lì un attimo, indeciso. Sentì
qualcuno che gli si avvicinava.
«Non sarebbe il caso di dirlo ai bambini?» gli chiese sua moglie. «Non dovremmo fargli
sapere che è la loro ultima occasione per dare un’occhiata?»
«Dài» rispose lui. «Diglielo.»
Aspettò di sentire i suoi passi. Non ce ne furono. Si voltò e lei lo baciò sulla guancia. Poi andò
a dirlo ai bambini.
Lui azionò l’interruttore. Nel ventre della nave una scintilla accese il propellente. Una vampata
concentrata di gas fuoriuscì con violenza dagli ugelli. Le paratie cominciarono a tremare.
Sentì sua figlia che piangeva. Cercò di non prestare ascolto. Protese una mano tremante verso
la leva, poi si guardò indietro di scatto. Tutti avevano gli occhi fissi su di lui. Posò la mano sulla leva e
la spinse. La nave fremette per il tempo di un secondo, poi la sentirono decollare lungo la liscia rampa
di lancio. Si sollevò verso il cielo, sempre più veloce. Tutti sentirono l’aria che sibilava contro la
fiancata.
Lui vide che i bambini si erano girati verso gli oblò e stavano guardando di nuovo fuori.
«Addio» dissero. «Addio.»
Si accasciò stancamente sulla poltrona davanti al quadro comandi. Con la coda dell’occhio
vide che il suo vicino gli si stava sedendo accanto.
«Lo sai dove stiamo andando?» gli chiese il vicino.
«Ecco, lì, su quella carta.»
Il vicino diede un’occhiata alla carta e sollevò le sopracciglia.
«In un altro sistema solare» disse.
«Proprio così. Ha un’atmosfera simile alla nostra. Lì saremo al sicuro.»
«La razza sarà al sicuro» disse il suo vicino.
Lui annuì e tornò a voltarsi per guardare la sua famiglia e quella del vicino. Stavano ancora
osservando fuori dagli oblò.
«Che cosa?» domandò.
«Ho chiesto» ripeté il vicino «quale di questi pianeti è.»
Lui si chinò sulla carta, indicò col dito.
«Quello piccolo, laggiù» rispose. «Vicino a quella luna.»
«Questo? Il terzo dal sole?»
«Esatto» disse lui. «Quello. Il terzo dal sole.»
...
.
...
Fine.
...
.
...
Figlio di sangue.
...
.
...
Titolo originale: Blood Son. 1951.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
Gli abitanti del quartiere giunsero alla definitiva conclusione che Jules era pazzo, quando
sentirono parlare del suo tema.
Giravano dei sospetti da tempo.
Faceva rabbrividire la gente con la sua espressione vacua. Il suo modo di parlare di gola, rauco
e cavernoso, sembrava del tutto innaturale in quel corpo così fragile. Il pallore cadaverico della sua
pelle spaventava quasi tutti bambini. Sembrava che gli pendesse dalla carne. Lui odiava la luce del
sole.
E aveva idee un po’ strampalate, per quelli che vivevano nel quartiere.
Jules voleva essere un vampiro.
Tutti sapevano che era nato in una notte in cui il vento aveva sradicato gli alberi. Si diceva che
fosse nato con tre denti. Si diceva che li usasse per ancorarsi al petto della madre, per succhiare sangue
oltre al latte.
Si diceva che al crepuscolo starnazzasse e abbaiasse nella sua tana. Si diceva che all’età di due
mesi già camminasse e si mettesse a fissare la luna piena.
Questo era ciò che si diceva in giro.
I suoi genitori erano sempre in ansia per lui. Era l’unico figlio, e si accorsero subito delle sue
anomalie.
Pensarono che fosse cieco finché il dottore non disse loro che aveva semplicemente lo sguardo
inespressivo. Gli disse anche che Jules, con la sua grossa testa, poteva diventare un genio o un idiota.
Successe che divenne un idiota.
Non disse mai una parola fino all’età di cinque anni. Poi, quando una sera venne in casa per la
cena, sedette al tavolo e disse: «Morte».
I suoi genitori furono combattuti fra felicità e disgusto. Alla fine scelsero una via di mezzo.
Decisero che Jules non poteva essersi reso conto del significato di quella parola.
Invece Jules se n’era reso conto.
Da quella notte si costruì un vocabolario così ricco da sbalordire chiunque lo conoscesse. Non
solo assimilò ogni parola che veniva pronunciata in sua presenza, e le imparò dai cartelli, dalle riviste e
dai libri. Se ne inventò di sue.
Come fiordinotte o amordimorte. Si trattava effettivamente di parole fuse fra loro.
Esprimevano concetti che Jules sentiva, ma che non riusciva a spiegare con altri termini.
In genere se ne stava seduto sulla veranda mentre gli altri bambini giocavano a campana, a
palla avvelenata o ad altri giochi. Sedeva lì, fissava il marciapiede e inventava parole.
Fino ai dodici anni Jules si tenne abbastanza fuori dai guai.
Naturalmente ci fu quella volta in cui lo sorpresero mentre cercava di spogliare Olive Jones in
un vicolo. E quell’altra volta in cui venne sorpreso mentre dissezionava un gattino sul letto.
Ma fra un fatto e l’altro trascorsero parecchi anni, e ci si dimenticò di quegli scandali.
In generale, attraversò l’infanzia semplicemente disgustando la gente.
Andò a scuola ma non studiò mai. Passò due o tre anni in ogni classe. Gli insegnanti lo
conoscevano tutti solo di nome. In certe attività, come leggere e scrivere, era quasi geniale.
In altre era un caso disperato.
Un sabato, all’età di dodici anni, Jules andò al cinema. Vide Dracula.
Quando il film fu finito attraversò le file di ragazzini e ragazzine e si allontanò. Era un fascio
di muscoli pulsanti, pronti a scattare.
Arrivato a casa si esaminò allo specchio del bagno per due ore filate.
I genitori picchiarono sulla porta e lo minacciarono, ma lui non uscì.
Finalmente girò la chiave e sedette al tavolo per la cena. Aveva un pollice bendato e
un’espressione soddisfatta sul viso.
La mattina dopo andò alla biblioteca. Era domenica. Restò seduto sui gradini per tutto il
giorno, aspettando che aprisse. Infine se andò a casa.
Il giorno dopo, invece di recarsi a scuola, tornò in biblioteca.
Trovò Dracula sullo scaffale. Non poteva prenderlo in prestito perché non era iscritto, e per
iscriversi doveva portare uno dei genitori.
Allora s’infilò il libro dentro i calzoni, lasciò la biblioteca e non lo restituì mai.
Andò al parco, si mise a sedere e lesse tutto il libro. Lo finì quando era già sera inoltrata.
Ricominciò dall’inizio, leggendo mentre correva da un lampione all’altro, per tutta la strada
verso casa.
Non sentì una parola della lavata di testa che gli fecero per avere saltato il pranzo e la cena.
Mangiò, se ne andò in camera sua e lesse il libro fino alla fine. Gli chiesero dove se lo fosse procurato.
Lui rispose che l’aveva trovato.
Col passare dei giorni Jules non fece che leggerlo e rileggerlo. Non andò mai a scuola.
La sera tardi, quando Jules si addormentava, esausto, la madre prendeva il libro, lo portava in
salotto e lo faceva vedere a suo marito.
Una sera si accorsero che Jules aveva sottolineato certe frasi con tratti irregolari di pennarello
nero.
Tipo: ‘Le labbra erano cremisi di sangue fresco e il rivolo era sgocciolato lungo il mento,
macchiando il bianco tessuto del suo sudario.’
Oppure: ‘Quando il sangue cominciò a sgorgare, mi strinse le mani in una delle sue, tenendole
strette mentre con l’altra mi afferrava il collo e avvicinava la mia bocca alla ferita...’
Quando sua madre vide tutto questo scaraventò il libro nello scivolo della spazzatura.
Al mattino, quando Jules si accorse che il libro non c’era più, si mise a urlare e si aggrappò al
braccio della madre finché lei non gli disse dov’era finito.
Allora lui corse giù in cantina e rovistò nei mucchi di spazzatura fino a quando non lo ritrovò.
Con le mani e i polsi sporchi di fondi di caffè e bucce d’uovo, andò al parco e lo rilesse di nuovo.
Per un mese non fece che leggerlo con avidità. Poi, dopo averlo praticamente imparato a
memoria, lo gettò via e non ci pensò più.
Dalla scuola cominciarono ad arrivare le segnalazioni di assenza. Sua madre fece un gran
baccano e Jules decise di tornarci per un po’.
Voleva scrivere un tema.
Lo scrisse un giorno, mentre era a scuola. Quando tutti ebbero finito, l’insegnante domandò se
qualcuno voleva leggere il proprio tema alla classe.
Jules alzò la mano.
L’insegnante ne fu sorpresa. Ma si sentì impietosita. Voleva incoraggiarlo. Ritrasse il mento
minuscolo e sorrise.
«Va bene» disse. «Ragazzi, state attenti. Jules ci leggerà il suo tema.»
Jules si alzò in piedi. Era eccitato. Il foglio gli tremava fra le mani.
«‘Il mio Desiderio’ di...»
«Vieni a metterti davanti alla classe, Jules caro.»
Jules si mise davanti alla classe. L’insegnante sorrideva amabilmente. Jules ricominciò.
«‘Il mio Desiderio’ di Jules Dracula.»
Il sorriso s’indebolì.
«Quando sarò grande voglio diventare un vampiro.»
Le labbra ancora atteggiate al sorriso dell’insegnante si torsero in giù e all’infuori. Gli occhi
erano sgranati.
«Voglio vivere per sempre e vendicarmi di tutti e trasformare ogni ragazza in una vampira.
Voglio odorare di morte.»
«Jules!»
«Voglio avere l’alito cattivo, che puzza di terra morta e di cripte e di dolci bare.»
L’insegnante rabbrividì, tormentando il registro verde con le mani. Non poteva credere alle sue
orecchie. Guardò gli altri ragazzini. Erano tutti a bocca spalancata. Qualcuno ridacchiava, ma non le
ragazzine.
«Voglio essere tutto freddo e avere la carne marcia con il sangue rubato dentro le vene.»
«Basta così... humph!»
L’insegnante si schiarì rumorosamente la gola.
«Basta così, Jules» disse.
Disperato, Jules alzò la voce.
«Voglio affondare i miei terribili denti bianchi nei colli delle mie vittime. Voglio che...»
«Jules! Torna subito al tuo posto!»
«Voglio che taglino come rasoi sulla carne e nelle vene» lesse con accanimento Jules.
L’insegnante balzò in piedi. I ragazzini stavano tremando. Nessuno ridacchiava.
«Poi voglio snudare i miei denti e lasciare che il sangue scorra libero nella mia bocca e scenda
caldo nella mia gola e...»
L’insegnante lo prese per un braccio. Jules si liberò con uno strattone e corse verso un angolo.
Barricato dietro uno sgabello lesse ancora, quasi strillando.
«E tirare fuori la lingua e passare le labbra sulla gola delle mie vittime! Voglio bere il sangue
delle ragazze!»
L’insegnante si precipitò verso di lui. Lo trascinò via da quell’angolo. Lui le si aggrappò e urlò
per tutto il tragitto fino alla porta e poi nell’ufficio del preside.
«Questo è il mio desiderio! Questo è il mio desiderio! Questo è il mio desiderio!»
Una scena orribile.
Jules venne chiuso in camera. L’insegnante e il preside erano chiusi in salotto insieme ai suoi
genitori. Parlavano con voci sepolcrali.
Raccontarono loro tutta la scena.
Ne discussero anche tutti i genitori del quartiere. All’inizio non ci credette quasi nessuno.
Pensarono che i loro figli si fossero inventati tutto.
Poi decisero che, se i ragazzini si erano inventati tutto, loro dovevano essere stati dei pessimi
genitori.
Perciò ci credettero.
Da quel momento ognuno si tenne alla larga da Jules, come se avesse la lebbra. La gente
evitava di toccarlo, addirittura di guardarlo. Quando lo vedevano avvicinarsi, i genitori allontanavano i
figli. E tutti mormoravano pettegolezzi su di lui.
Le segnalazioni di assenza si intensificarono.
Jules disse a sua madre che non sarebbe più andato a scuola, e che niente gli avrebbe fatto
cambiare idea. Infatti non ci andò più.
Quando in casa si presentava un ispettore incaricato di seguire gli alunni che marinavano la
scuola, Jules se la filava attraverso il tetto e si allontanava il più possibile da casa.
Un anno trascorse in questo modo.
Jules gironzolava per le strade in cerca di qualcosa, senza nemmeno sapere che cosa. Cercava
nei vicoli, frugava nei bidoni della spazzatura, guardava nei parcheggi. Girò per ogni zona della città.
Non riuscì a trovare quello che cercava.
Dormiva pochissimo. Non parlava mai. Continuò a cercare, con gli occhi bassi, in
continuazione. Dimenticò le sue parole speciali.
E poi...
Un giorno che si trovava al parco, Jules fece una puntatina allo zoo.
Fu folgorato da una specie di scossa elettrica quando vide il pipistrello vampiro. Spalancò gli
occhi e i denti scoloriti si scoprirono in un sorriso opaco.
Da quel giorno Jules andò tutti i giorni allo zoo a guardare il pipistrello. Gli parlò e lo chiamò
il Conte. Si convinse che era davvero un uomo che aveva cambiato aspetto.
Fu colpito da una gran voglia di apprendere.
Rubò un altro libro dalla biblioteca, uno che parlava della vita degli animali selvatici.
Trovò la pagina sul vampiro pipistrello. La strappò e gettò via il libro. Imparò a memoria il
testo di quella pagina.
Sapeva in che modo il pipistrello feriva le sue vittime. Sapeva in che modo leccava il sangue,
come un gattino che bevesse il latte. Sapeva in che modo camminava appoggiandosi sulle ali ripiegate
come uno stelo e sulle zampe posteriori, simile a un ragno nero e peloso. Sapeva perché si nutriva
esclusivamente di sangue.
Jules continuò a osservare il pipistrello, un mese dopo l’altro, e gli parlò. Divenne l’unica
consolazione della sua vita, l’unico simbolo di un sogno che si era avverato.
Un giorno Jules notò che il fondo della rete che ricopriva la gabbia era allentato.
Si guardò intorno, facendo guizzare gli occhi neri. Non vide nessuno. Il cielo era coperto e non
c’era molta gente.
Jules saggiò la rete.
Si mosse un poco.
Poi vide un uomo che usciva dalla gabbia delle scimmie. Allora ritirò le mani e si mise a
passeggiare fischiettando una canzone inventata sul momento.
A notte fonda, quando avrebbe dovuto dormire, Jules oltrepassava a piedi nudi la camera dei
genitori. Sentiva il padre e la madre che russavano. Accelerava, infilava le scarpe e correva allo zoo.
Tirava la rete ogni volta che il guardiano non si trovava nei paraggi.
Continuò ad allentarla.
Quando aveva finito ed era ora di tornare a casa, risistemava la rete in modo che nessuno si
accorgesse che era quasi staccata.
Passava tutto il giorno davanti alla gabbia e osservava il Conte. Ridacchiava e gli diceva che
presto sarebbe stato libero.
Raccontò al Conte tutte le cose che sapeva. Gli disse che per prima cosa si stava esercitando a
scendere lungo i muri a testa in giù.
Disse al Conte di non preoccuparsi, perché fra poco sarebbe uscito. Poi, insieme, se ne
sarebbero andati in giro a bere il sangue delle ragazze.
Una notte Jules tirò la rete e strisciando al di sotto s’infilò nella gabbia.
Era molto buio.
Si trascinò sulle ginocchia fino alla casetta di legno. Tese le orecchie per vedere se riusciva a
sentire il Conte che squittiva.
Infilò il braccio nell’apertura buia. Continuò a parlare sottovoce.
Sobbalzò quando sentì una trafittura sul dito.
Jules tirò a sé il peloso animale svolazzante con un’espressione di grande appagamento sul
volto sottile.
Uscì dalla gabbia strisciando sotto la rete e corse fuori dallo zoo, fuori dal parco. Corse lungo
le strade silenziose.
Cominciava a far mattina. La luce tingeva di grigio il cielo ancora buio. Jules non poteva
andare a casa. Doveva trovarsi un posto dove stare.
Imboccò un vicolo e si arrampicò su uno steccato, sempre tenendo stretto il pipistrello, che gli
leccava il rivolo di sangue sul dito.
Attraversò un cortile e s’infilò in una piccola baracca abbandonata.
Dentro era buio e umido. Era pieno di calcinacci, di lattine, di cartoni inzuppati e di
escrementi.
Jules si accertò che il pipistrello non potesse uscire in nessun modo.
Poi richiuse bene la porta e la bloccò mettendo un bastoncino di traverso sull’anello del
catenaccio.
Il cuore gli batteva forte, braccia e gambe gli tremavano. Liberò il pipistrello, che svolazzò
verso un angolo più buio e rimase appeso al legno.
Jules si strappò freneticamente la camicia. Gli tremavano anche le labbra, sulle quali si disegnò
il sorriso di un pazzo.
Portò la mano alla tasca dei calzoni e ne tirò fuori un piccolo coltello a serramanico che aveva
sottratto a sua madre.
Lo aprì e fece scorrere il dito sulla lama. Il coltello lacerò la carne.
Con le dita tremanti se lo puntò alla gola e tagliò. Il sangue gli scorse fra le dita.
«Conte! Conte!» esclamò, preso da una gioia parossistica. «Bevi il mio sangue rosso! Bevimi!
Bevimi!»
Inciampò sulle lattine, scivolò e cercò di afferrare il pipistrello. L’animale schizzò via dal suo
angolo, si levò in volo e si aggrappò sulla parete opposta.
Le lacrime scorrevano lungo le guance di Jules.
Digrignò i denti. Il sangue gli bagnava le spalle e il petto smunto e glabro.
Il suo corpo era scosso come da una febbre. Barcollò all’indietro, verso l’altra parete.
Incespicò ancora e sentì il bordo aguzzo di un barattolo che gli lacerava il fianco.
Protese le mani e afferrò il pipistrello. Se lo mise sulla gola e poi si sdraiò supino sul terreno
freddo e umido. Sospirò.
Cominciò a gemere e a stringersi il petto. Si sentiva lo stomaco pesante. Il pipistrello nero
leccava silenziosamente il sangue dal collo.
Jules sentì la vita che se ne andava.
Ripensò a tutti gli anni passati. All’attesa, ai suoi genitori, alla scuola, a Dracula, ai sogni. E a
questo, a questa gloria improvvisa.
Spalancò gli occhi. La baracca puzzolente gli pesava addosso come un macigno.
Faceva fatica a respirare. Aprì la bocca per risucchiare l’aria. Fu peggio. Lo fece tossire. Il suo
corpo ossuto fremette sul terreno gelido.
La nebbia cominciò a insinuarsi nel suo cervello.
A strati, uno dopo l’altro, come sipari abbassati.
Improvvisamente si sentì invaso da una tremenda consapevolezza.
Il dolore al fianco era diventato insopportabile.
Sapeva di essere sdraiato seminudo in mezzo all’immondizia, e sapeva che un pipistrello si
stava abbeverando del suo sangue.
Si tirò su con un grido strozzato e si strappò dal collo il pipistrello peloso e svolazzante. Lo
scaraventò lontano. Quello tornò, sventolandogli sulla faccia le ali vibranti.
Jules si alzò in piedi, barcollando.
Allungò la mano verso la porta. Non vedeva quasi nulla. Cercò di bloccare l’emorragia sulla gola.
Riuscì ad aprire la porta.
Poi, percorsi pochi passi esitanti nel cortile buio, crollò a faccia in giù in mezzo all’erba alta.
Cercò di gridare per chiedere aiuto.
Ma dalle labbra non gli uscì nessun suono, a parte un gorgoglio incomprensibile.
Sentì le ali che sbattevano.
Poi, tutto a un tratto non ci furono più.
Dita robuste lo sollevarono con dolcezza. Attraverso gli occhi moribondi Jules vide l’uomo
alto e scuro i cui occhi scintillavano come rubini.
«Figlio mio» disse l’uomo.

...
.
...
Fine.
...
.
...
L’abito fa il monaco.
...
.
...
Titolo originale: Clothes Make the Man. 1951.
Traduzione di: Anna Ricci.
...
.
...
Uscii sulla terrazza per fuggire dalle chiacchiere degli ospiti. Mi sedetti in un angolo buio,
allungai le gambe e sospirai, colto da un senso di noia totale.
La porta della terrazza si aprì di nuovo e un uomo uscì barcollando dalla rumorosa gaiezza
della festa. Afferrò la ringhiera e si mise a guardare il panorama della città.
«Oh, mio dio» disse, passandosi una mano rigida tra i capelli sottili. Scosse il capo
stancamente e fissò la luce sulla sommità dell’Empire State Building.
Poi si voltò con un grugnito e avanzò verso di me. Inciampò sulle mie scarpe e rischiò di
crollare faccia avanti.
«Oh-oh» bofonchiò, lasciandosi ricadere su una sedia. «Deve scusarmi, signore.»
«Non fa nulla» risposi.
«Posso approfittare della sua pazienza?» mi chiese.
Feci per dire qualcosa, ma lui mi bloccò subito. «Ascolti,» disse, facendo oscillare un dito
grassoccio «ascolti, le sto per raccontare una storia impossibile.»
Si chinò nell’oscurità e mi guardò meglio che poté con gli occhi annebbiati dal Martini. Poi
ricadde sulla sedia, emettendo sibili e nuvolette di vapore mentre respirava. Ruttò.
«Mi stia a sentire. Non se ne pentirà. Ci sono più cose strane in cielo e in terra, eccetera
eccetera. Lei pensa che sia ubriaco. Ha assolutamente ragione. Ma perché? Questo non potrebbe mai
immaginarlo.
«Mio fratello non è più un uomo» aggiunse in tono disperato.
«Fine della storia» provai a chiosare.
«Tutto è iniziato un paio di mesi fa. Fa il pubblicitario per l’agenzia Jenkins. Un grand’uomo.»
Estrasse un fazzoletto dal taschino e si soffiò rumorosamente il naso, facendomi sussultare.
«E quindi?»
«Che uomo» ribadì. «Il migliore, negli affari.»
Sospirai.
«Era un ragazzo spiritoso» riprese il mio Contastorie. «Un ragazzo davvero spiritoso.»
«Già» feci io.
«Era anche un figurino. Ecco cos’era. Doveva avere i vestiti giusti. I cappelli giusti. Le scarpe,
i calzini, tutto fatto su misura.
«Mi ricordo una volta in cui Charlie e sua moglie Miranda erano con me e la mia signora –
stavamo andando in campagna in auto. Faceva caldo. Io mi tolsi il soprabito.
«Ma lui? Nossignore! ‘Non sei un uomo se non indossi il soprabito’ diceva.
«Arrivammo in questo posto grazioso, con un ruscello e una zona erbosa dov’era possibile
sedersi. Il caldo era infernale. Miranda e mia moglie si tolsero le scarpe e immersero i piedi nell’acqua.
Perfino io mi unii a loro. Ma lui... ah!»
«Ah!»
«No, lui no. Io me ne stavo lì, senza scarpe e calzini, con i pantaloni e le maniche della camicia
arrotolati, che camminavo nell’acqua come un bambino. E lontano, a guardarci divertito, c’era Charlie,
vestito e calzato di tutto punto. Lo chiamammo. ‘Forza, togliti quelle scarpe!’
«E invece no. ‘Non sei un uomo, senza scarpe. Non potrei nemmeno camminare, se me le
togliessi.’ Questo fece infuriare Miranda: ‘A volte non so se sono sposata con una persona o con un
guardaroba’ disse.
«Era fatto così» aggiunse ancora. «Tutto qui.»
«Fine della storia» ripetei.
«No» ribatté, la voce tremante, credo per il terrore. «Ora viene la parte più orribile. Ha
presente ciò che ho detto sui vestiti? Una pignoleria impressionante. Perfino la biancheria intima
doveva essere perfetta.»
«Mmh» feci.
«Un giorno,» continuò, abbassando il tono fino a un mormorio inquietante «qualcuno sottrasse
il suo cappello dall’ufficio per fargli uno scherzo.
«Sembrava che Charlie facesse finta di non riuscire a pensare. Faticava anche a dire una sola
parola. Era perduto. Continuava a ripetere ‘cappello, cappello’ e a guardare fisso fuori dalla finestra. Lo
riaccompagnai a casa.
«Insieme a Miranda lo misi a letto, poi, mentre stavo parlando con lei in soggiorno, sentimmo
un terribile tonfo. Corremmo in camera.
«Charlie era rannicchiato sul pavimento. Lo aiutammo ad alzarsi. Gli tremavano le gambe. Gli
chiedemmo cosa avesse. ‘Scarpe, scarpe’ disse. Lo mettemmo a sedere sul letto. Lui raccolse le scarpe,
che però gli caddero di mano.
«‘Guanti, guanti’ implorò. Lo guardammo increduli. ‘Guanti!’ gridò. Miranda era terrorizzata.
Gliene prese un paio e glieli pose in grembo. Lui li indossò lentamente, quasi con dolore. Poi si chinò e
si mise le scarpe.
«Si alzò e camminò per la stanza, come se stesse valutando i propri piedi.
«‘Cappello’ disse poi, e si avvicinò all’armadio. Si mise un copricapo. Fu allora – ci
crederebbe? – che riuscì a dire: ‘Come diavolo vi è venuto in mente di portarmi a casa? Ho del lavoro
da fare, e devo licenziare il bastardo che mi ha rubato il cappello.’ E tornò in ufficio.
«Ci crederebbe mai?» mi domandò.
«Perché no?» risposi stancamente.
«Be’,» continuò «credo che non potrebbe immaginare cosa accadde dopo. Quel giorno, prima
che me ne andassi, Miranda mi chiese: ‘È per questo che è così tranquillo a letto? Devo mettergli un
cappello in testa tutte le sere?’
«Ero imbarazzato.»
Fece una pausa e sospirò.
«In seguito la situazione peggiorò. Charlie non era in grado di pensare senza cappello. Non
poteva camminare senza scarpe. Se non aveva i guanti, non poteva muovere le dita. Li indossava
perfino in estate. I dottori non sapevano come guarirlo. Dopo averlo visitato, uno psichiatra dovette
prendersi una vacanza.»
«Arrivi alla conclusione. Tra poco devo andare via.»
«Non c’è molto altro» ribatté. «Le cose andarono sempre peggio. Charlie dovette assumere un
uomo che lo vestisse. Miranda si stancò di lui e andò a dormire nella stanza degli ospiti. Mio fratello
stava perdendo tutto.
«Poi arrivò quella mattina...»
Rabbrividì.
«Ero andato a trovarlo. La porta del suo appartamento era spalancata. Entrai di corsa. La casa
era come un sepolcro.
«Chiamai il cameriere di Charlie. Nessuna risposta. Entrai in camera da letto.
«Lui era disteso sul letto come un cadavere, e mormorava tra sé. Senza dire nulla presi un
cappello e glielo calcai in testa. ‘Dov’è il tuo domestico?’ chiesi. ‘Dov’è Miranda?’
«Mi fissava, le labbra tremanti. ‘Charlie, che ti succede?’ domandai.
«‘Il mio vestito’ rispose.
«‘Quale vestito?’ dissi. ‘Charlie, di che parli?’
«‘Il mio vestito’ piagnucolò. ‘È andato lui in ufficio, stamattina.’
«Pensai che fosse completamente impazzito.
«‘Il mio abito grigio a righe’ spiegò nervosamente. ‘Quello che portavo ieri. Il mio domestico
si è messo a urlare, svegliandomi. L’ho trovato che fissava l’armadio, e ho guardato anch’io. Oh, dio!’
«‘Proprio davanti allo specchio c’era la mia biancheria che si stava muovendo in aria. Una
delle mie camicie bianche è scivolata sopra la canottiera, poi i calzoni hanno preso la loro forma
distendendosi, una giacca si è infilata sulla camicia, una cravatta si è annodata intorno al colletto. I
calzini e le scarpe si sono infilati sotto i pantaloni. Le braccia della giacca si sono sollevate, hanno
preso un cappello dall’armadio e lo hanno posato in alto, proprio dove avrebbe dovuto trovarsi la testa.
Poi il cappello si è sollevato una volta, in segno di saluto.’
«‘Dovresti portarlo così, Charlie, ha detto una voce, poi si è sentita una risata diabolica. Il
vestito è uscito. Il domestico è fuggito via. Miranda non è in casa.’
«Charlie concluse il racconto e io gli tolsi il cappello, in modo che perdesse i sensi. Chiamai
un’ambulanza.»
L’uomo si mosse sulla sedia.
«Questo è successo la scorsa settimana. Ho ancora i brividi.»
«È finita la storia?» chiesi.
«Quasi» rispose. «Mi dicono che Charlie sta diventando sempre più debole. È ancora
ricoverato. Se ne sta seduto sul letto, con un cappello grigio calcato fin sopra le orecchie e mormora tra
sé. Non è in grado di parlare, nemmeno a capo coperto.»
Si deterse il sudore dal viso.
«E non è la parte peggiore» aggiunse singhiozzando. «Ho saputo che Miranda...»
Deglutì.
«Miranda ha una relazione con il vestito. Ha detto agli amici che quel maledetto coso ha più
pulsioni sessuali di quanto Charlie abbia mai dimostrato.»
«No» esclamai.
«Invece sì. E lei ora è là dentro. È arrivata poco fa.»
Si lasciò ricadere contro lo schienale, meditabondo, in silenzio.
Mi alzai e mi stiracchiai. Ci scambiammo un’occhiata, e lui ebbe un mancamento.
Non gli prestai attenzione. Rientrai, raggiunsi Miranda e andammo via.
...
.
...
Fine.
...
.
...
Il vestito di seta bianca.
...
.
...
Titolo originale: Dress of White Silk. 1951.
Traduzione di: Maurizio Nati
...
.
...
Il silenzio è qui, ed è tutto dentro di me.
Nonna mi ha chiuso a chiave nella mia stanza e non mi lascerà uscire. Perché stavolta è successo, dice. Credo di essere stata cattiva. Solo che è stato il vestito. Il vestito di mamma, voglio dire. Lei se n’è andata via per sempre. Nonna dice la tua mamma è in cielo. Io non lo so come. Può andare in cielo se è morta?
Adesso la sento, nonna. È nella camera di mamma. Sta mettendo il vestito di mamma dentro la
scatola. Perché fa sempre così? E la chiude pure a chiave. Vorrei che non lo facesse. È un bel vestito e
profuma di dolce. E di caldo. Mi piace passarmelo sulla guancia. Però non potrò farlo mai più. Credo
che è per questo che la nonna ce l’ha tanto con me.
Ma mica sono tanto sicura. Tutta la giornata è stata come le altre. È venuta Mary Jane a casa
mia. Abita di fronte a noi. Viene tutti i giorni a giocare con me. Oggi è venuta.
Ho sette bambole e un camion dei pompieri. Oggi nonna ha detto gioca con le bambole e col
camion. Non andare in camera di mamma ha detto lei. Lo dice sempre. Credo che vuole dire di non
andare a fare confusione, credo. Perché lo dice tutte le volte. Non andare in camera di mamma. Così.
Ma è bello, in camera di mamma. Quando piove ci vado. Oppure ci vado quando nonna si
riposa. Non faccio rumore. Mi metto a sedere sul letto e tocco la coperta bianca. Come quando ero
piccolina. La camera profuma di dolce.
Faccio finta che mamma si sta vestendo e che posso guardarla. Odoro il suo vestito di seta
bianca. Quello che si metteva quando usciva la sera. Me l’ha detto ma non ricordo quando.
Se mi ci metto per bene la sento che si muove. Fingo di vederla seduta alla toletta. Come
quando toccava i profumi o cose del genere voglio dire. E vedo i suoi occhi scuri. Me lo ricordo.
È così bello quando piove e io vedo gli occhi dalla finestra. La pioggia sembra un grande
gigante, là fuori. Dice sssh così stanno tutti zitti. Mi piace fare finta così, in camera di mamma.
Quello che mi piace di più è sedermi alla toletta di mamma. È grande e rosa, e anche quella
profuma di dolce. La sedia davanti ha un cuscino cucito sopra. Ci sono tante boccette strane e dentro ci
sono profumi colorati. E nello specchio uno si può vedere quasi tutto intero.
Quando me ne sto lì a sedere faccio finta di essere mamma. Dico zitta mamma io esco e tu non
puoi fermarmi. È qualcosa che dico non lo so perché, così come me lo sento dentro. E oh smettila di
piangere mamma non mi prenderanno. Ho il mio vestito magico.
Quando faccio finta mi pettino i capelli lunghi. Però uso solo la mia spazzola, quella della mia
camera. Non uso mai la spazzola di mamma. Non credo che nonna ce l’ha con me per questo perché
non uso mai la spazzola di mamma. Non lo farei mai e poi mai.
Certe volte ho aperto la scatola. Perché lo so dove nonna tiene la chiave. L’ho vista una volta
quando lei non sapeva che la vedevo. Lei mette la chiave sul gancio nell’armadio di mamma. Dietro la
porta voglio dire.
L’ho aperta un sacco di volte la scatola. Questo perché mi piace guardare il vestito di mamma.
Mi piace davvero tantissimo guardarlo. È così bello e morbido che sembra seta. Potrei toccarlo per un
milione di anni.
Mi metto in ginocchio sul tappeto con le rose sopra. Stringo il vestito fra le braccia e quasi lo
respiro. Me lo passo sulla guancia. Mi piacerebbe portarlo con me a dormire e stringerlo. Mi
piacerebbe farlo. Adesso non posso. Perché nonna dice così. E dice che dovrei bruciarlo ma io le
volevo tanto bene. E lei piange per il vestito.
Io non l’ho mai trattato male. Lo rimetto bene a posto come se nessuno lo ha mai toccato.
Nonna non se n’è mai accorta. Io ci ridevo, che lei non se n’era mai accorta prima. Però adesso lo sa
che l’ho fatto, credo. E mi punirà. Perché si arrabbia così tanto? Non era il vestito di mamma?
Quello che mi piace più di tutto in camera di mamma è guardare la fotografia di mamma. C’è
intorno una cosa d’oro. Si chiama cornice, dice nonna. Sta sul muro sopra il cassettone.
Mamma è bella. La tua mamma era bella dice nonna. Perché dice così? Io vedo mamma che
sorride lì dentro ed è davvero bella. Per sempre.
Ha i capelli neri. Come i miei. Anche i suoi occhi sono piuttosto neri. La bocca è rossa rossa.
Mi piace il vestito ed è quello bianco. Le ricade tutto sulle spalle. La sua pelle è bianca, quasi bianca
come il vestito. E anche le sue mani. È bellissima. Io le voglio bene anche se è andata via per sempre.
Le voglio tanto bene.
Credo che è per questo che sono stata cattiva. Cioè con Mary Jane.
Mary Jane è venuta dopo pranzo come fa sempre. Nonna è andata a fare il suo riposino. Ha
detto non ti dimenticare che non devi andare in camera di mamma. Io ho detto no nonna. E dicevo la
verità ma poi io e Mary Jane ci siamo messe a giocare ai pompieri. Mary Jane ha detto scommetto che
non ce l’hai una mamma scommetto che ti sei inventata tutto.
Io mi sono arrabbiata con lei. Ce l’ho una mamma lo so. Lei mi ha fatto arrabbiare quando ha
detto che mi sono inventata tutto. Ha detto che sono una bugiarda. Cioè il letto e la toletta e la
fotografia e anche il vestito e tutto quanto.
Ho detto va bene te lo faccio vedere furbastra.
Ho guardato in camera di nonna. Lei stava ancora facendo il pisolino. Sono scesa giù e ho
detto a Mary Jane di venire perché nonna non si sarebbe accorta di niente.
Dopo non era più così furba. Ridacchiava come fa sempre. Ha fatto anche un rumore da fifona
quando ha sbattuto sul tavolino in cima alle scale. Le ho detto sei una fifona. Lei mi ha detto be’ casa
mia non è buia come questa. Così buio era troppo.
Siamo andate in camera di mamma. Era ancora più buio e non si vedeva niente. Ho detto
questa è la camera di mamma vedi un po’ se mi sono inventata tutto.
Lei stava vicino alla porta e non era furba nemmeno allora. Non ha detto una parola. Ha
guardato in giro per la stanza. Quando ho toccato il suo braccio ha fatto un salto. Allora entra ho detto.
Mi sono seduta sul letto e ho detto questo è il letto della mia mamma lo vedi com’è morbido.
Lei non ha detto niente. Fifona ho detto. Non sono fifona ha detto lei come fa sempre.
Ho detto siediti come fai a dire che è morbido se non ti siedi. Lei si è seduta accanto a me. Ho
detto senti come è morbido. Senti come profuma di dolce.
Ho chiuso gli occhi ma che strano non era come sempre. Perché c’era Mary Jane. Le ho detto
di piantarla di accarezzare la coperta. Me l’hai detto tu di farlo ha detto lei. Be’ piantala ho detto io.
Vedi, ho detto, e l’ho fatta alzare. Quella è la toletta. L’ho presa e l’ho portata lì. Lei ha detto
lasciamo andare. Era così silenzioso e tutto come sempre. Ho cominciato a sentirmi male. Perché c’era
Mary Jane. Perché stava nella camera di mamma e a mamma non sarebbe piaciuto che lei stava lì.
Ma dovevo farle vedere le cose però. Le ho fatto vedere lo specchio. Ci siamo guardate dentro
tutte e due. Lei sembrava bianca. Mary Jane è una cacasotto ho detto. Non è vero non è vero ha detto
lei e poi nessuna casa è così buia e silenziosa dentro. E poi ha detto che ha uno strano odore.
Io mi sono arrabbiata tanto con lei. Non c’è nessuno strano odore ho detto. Invece c’è l’hai
detto tu che c’era. Io mi sono arrabbiata ancora di più. Un odore come zucchero ha detto. Un odore
come di persone malate nella camera di tua mamma.
Non dire che la camera di mia mamma è come quella delle persone malate ho detto io.
Insomma non mi hai fatto vedere nessun vestito e mi racconti le bugie ha detto lei non c’è
nessun vestito. Io mi sono sentita tutta calda dentro così le ho tirato i capelli. Ti faccio vedere io ho
detto te lo farò vedere il vestito di mamma e farai meglio a non insistere che dico le bugie.
L’ho fatta restare ferma e ho preso la chiave dal gancio. Mi sono inginocchiata. Ho aperto la
scatola con la chiave.
Mary Jane ha detto puah puzza come la mondezza.
Le ho fatto male con le unghie e lei è saltata indietro e si è arrabbiata. Non mi graffiare ha
detto ed era tutta rossa in faccia. Racconterò tutto a mia madre ha detto. E comunque non è un vestito
bianco è sporco e brutto ha detto.
Non è sporco ho detto io. L’ho detto così forte che mi sembra strano che nonna non mi ha
sentito. Ho tirato fuori il vestito dalla scatola. L’ho tirato su per farglielo vedere che è bianco. Si è
aperto come la pioggia che fruscia e il fondo ha toccato il tappeto.
È bianchissimo ho detto tutto bianco e pulito e morbido.
No ha detto lei era arrabbiata e tutta rossa e c’è un buco. Io non ci vedevo più dalla rabbia. Se
mamma era qui te lo faceva vedere lei ho detto. Tu non ce l’hai una mamma ha detto lei brutta e
cattiva. La odio.
Ce l’ho invece. L’ho detto molto forte. Ho puntato il dito verso la fotografia di mamma. Be’
come si fa a vedere qualcosa in questa stupida stanza così buia ha detto lei. Io l’ho spinta e lei è andata
a sbattere contro il cassettone. La vedi o no ho detto guarda bene la fotografia. Quella è la mia mamma
e lei è la donna più bella del mondo.
È brutta e ha delle mani strane ha detto Mary Jane. Non è vero ho detto io è la donna più bella
del mondo!
No no ha detto lei ha i denti tutti storti.
Dopo non mi ricordo più. Mi sembra che il vestito si è mosso fra le mie braccia. Mary Jane ha
urlato. Non mi ricordo che cosa. Si è fatto buio e le tende erano chiuse mi sembra e non riuscivo a
vedere niente. Non riuscivo a sentire niente a parte denti storti mani strane denti storti mani strane
anche quando nessuno lo diceva.
C’era qualcos’altro perché mi sembra di avere sentito qualcuno che gridava non farglielo dire!
Non riuscivo più a tenere fermo il vestito. O forse ce l’avevo addosso non mi ricordo. Perché ero
cresciuta ed ero forte. Ma ero ancora una bambina credo, cioè lo ero fuori.
Mi sa che allora sono stata proprio cattiva. Nonna mi ha portato via da lì mi sembra. Non lo so.
Strillava ‘che dio ci aiuti è successo è successo’. Tante volte. Non lo so perché. Mi ha trascinato fino in
camera mia e mi ha chiusa dentro. Non mi lascerà uscire. Be’ io non ho poi così tanta paura. Chi se ne
importa se mi chiude qui dentro per un milione di anni? Non deve nemmeno prepararmi da mangiare. E
poi non ho nemmeno fame. Sono sazia.
...
.
...
Occhi di sceriffo.
...
.
...
Titolo originale: Gunsight. 1951.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
1. La legge di un uomo solo
...
.
...
Fare i miei giri mi mette sete, così di solito mi fermo al saloon di Bobolink, a mezza strada fra i reumatismi di Mrs Girty e le mie ore d’ufficio pomeridiane.
In quel particolare giorno – la data non mi viene in mente – avevo appena offerto a Mrs Girty
una chiacchierata e alcune innocue pillole e mi ritrovai a sospingere la porta girevole del saloon,
salutando i ragazzi e puntando verso il mio posto preferito davanti al banco di legno marrone.
Era un giorno come un altro, nessun problema, nessuna eccitazione. Non che ne cercassi, mi
capite. È soltanto un commento. No, la pace e la tranquillità che lo sceriffo John Cooley manteneva a
Bobolink era più che soddisfacente per un vecchio come me.
Più o meno una settimana prima c’era stato un modesto battibecco, niente di che. Non era
successo nemmeno in città, e John lo aveva saputo solo più tardi.
Uno dei ragazzi Douglas – era Jim, il più giovane – aveva perso le staffe e aveva sfidato Tom
Vesey del ranch Bar-X a una piccola sfida con la pistola.
Era durata poco. Con nostra sorpresa Tom aveva ferito il ragazzo alla spalla destra e poi aveva
lasciato perdere: non aveva nemmeno tentato di finirlo.
E così al momento Jim si trovava nella baracca in cui abitava insieme al fratello Matt.
A parte questo non era successo niente in città. E anche quel piccolo incidente era stato il
primo in circa sette anni. Ovviamente quando arrivavano i fratelli Douglas ci scappava sempre qualche
scazzottata, ma finché c’era in giro John Cooley nessuno tirava fuori la pistola.
Mi domando spesso che razza di città sarebbe Bobolink se il giovane John non avesse deciso
di restarci, quel giorno di diciotto anni fa quando accettò l’incarico di sceriffo. Mi ci gioco la camicia
che a questo punto sarebbe una città fantasma invece che la piccola e operosa comunità che è.
In ogni caso qualcuno mi avrebbe già sparato per essere un veterinario che aveva cambiato mestiere.
Be’, insomma ero lì con il piede sulla sbarra metallica quando Mickey, il barista, mi versava la
mia consueta libagione. L’ho letto una volta su un libro.
Quel giorno Tom Vesey aveva la sfortuna di trovarsi in città a fare provviste per il ranch in cui lavorava.
Era dalla parte opposta del bar intento a scolarsi qualcosa. Il saloon era fresco e buio, e non c’era quasi nessun rumore, a parte quello dei gettoni a un tavolo da poker e i commenti di qualche giocatore. C’era una pace da santi. Ero intento a osservare per la millesima volta il quadro con la cicciona nuda sopra il bar
quando sentii la porta girevole aprirsi e un suono pesante di stivali sul pavimento. Non prestai
attenzione alla cosa, essendo per così dire assorto in qualcosa di più elevato.
Poi sentii uno dei giocatori di poker farfugliare «Oh oh» e le sedie trascinate via, mentre tutti scappavano verso la porta.
Mi voltai per guardare.
C’era Matt Douglas in tutti i suoi quasi centonovanta centimetri, una montagna d’uomo con
una faccia che sembrava scavata nella roccia.
Stava in piedi accanto alla porta e guardava in cagnesco Tom Vesey. Da come lo faceva, tutto
a un tratto mi sentii maledettamente felice che il mio nome fosse Doc Wheeler: ho cinquantanove anni
e non porto pistole.
Mickey aveva l’aria infelice e parlottava fra sé e sé. Non si dimenticava mai quante volte i
ragazzi Douglas avevano scatenato risse, rotto gli specchi, spaccato bottiglie e bicchieri e danneggiato i
mobili. Non si trattava esattamente di parsimonia, non credo. È solo che secondo lui gli arredi
dovevano avere la possibilità di consumarsi per l’azione del tempo.
Adesso Tom si era girato. Sono sicuro che fosse spaventato. Una cosa era affrontare un
ragazzino con la testa calda, un’altra trovarsi davanti il fratello la cui sola reputazione inquietava e non
poco.
«Ho sentito che sei stato tu a ferire mio fratello» disse Matt Douglas con la sua voce baritonale
che solo a sentirla faceva venire i brividi.
La gola di Tom si mosse come se stesse cercando di ingollare il suo ultimo sorso e non ci
riuscisse. Si leccò le labbra, teso e pallido come un cencio.
«Aspetta un momento, Matt» provò a dire. «Avrei potuto uccidere Jim se solo lo avessi voluto.
L’ho colpito volutamente alla spalla. Devi ammettere che avrei potuto ucciderlo.»
Matt non disse nulla. Venne verso il bar e mi puntò addosso gli occhi da pesce.
«Esci fuori, Doc» disse.
«Ascolta, figliolo...» cominciai a dire, forse solo per abitudine. Non avevo la minima
intenzione di provare a mettergli i bastoni fra le ruote.
«Esci fuori» disse di nuovo e io, che avevo capito l’antifona, lo feci. Mentre passavo attraverso
la porta girevole lo sentii dire: «Così tu pensi che dovrei ringraziarti per avergli piantato una pallottola
nella spalla, eh? Pensi questo, eh?»
Attesi gli spari.
Appena uscito mi voltai e guardai dentro.
Se ne stavano uno di fronte all’altro, ciascuno in attesa che l’altro estraesse per primo. Era
sicuro che non sarebbe stato Matt perché sapeva benissimo di essere più veloce. E infatti lui aspettava,
calmo e imperturbabile. Non potevo vederlo in faccia ma giurerei che avesse un sorriso contorto sulle
labbra. Era fatto così, una specie di coyote.
Passarono diversi secondi, ed era spaventoso stare lì e sentire l’orologio a pendolo che
rintoccava, una sorta di conto alla rovescia per una delle due vite. Quando una sparatoria avviene
velocemente, il che succede quasi sempre, non c’è nemmeno il tempo di farsi venire i brividi. Bang,
bang! E ci sono due uomini morti, oppure uno solo, o una coppia di feriti e del lavoro per me. Lo shock
è questione di un attimo. Quando ti ci abitui, vedere un cadavere non ti fa più tanto effetto.
Ma aspettare e sapere che a breve morirà qualcuno è tutto un altro paio di maniche.
È una sensazione strana. Che c’è vita in un uomo, che il suo sangue scorre nelle vene, il suo
cuore batte veloce e lui è vivo più che mai, tutto un carico di nervi e di paura.
E nello stesso tempo sai che, questione forse di secondi, quell’uomo sarà morto che più morto
non si può, il suo cuore si fermerà e il suo sangue scorrerà sul pavimento.
E quell’attesa è la cosa più spaventosa. Aspettare è sempre la cosa peggiore.
Continuai sbirciare dentro, trattenendo il fiato. Matt era immobile e guadagnava vantaggio a
ogni secondo che passava. Sapeva che non avrebbe perso la calma, ed era altrettanto ovvio che Tom
l’avrebbe persa. Potevo quasi vedere il sudore che gli rigava la faccia, quasi sentirne l’odore. Le mani
gli tremavano vistosamente, e quando ti trema la mano non puoi estrarre la pistola in modo liscio.
Poi... bang!
La mano di Tom scese giù, richiudendosi sul calcio della pistola. Quella di Matt saettò verso il
basso. Ci furono due lampi di luce, due esplosioni assordanti che echeggiarono nel locale, due sbuffi di
fumo.
E Matt Douglas era ancora in piedi, alto e duro come una roccia.
Ma la pistola di Tom Vesey gli era scivolata fra le dita ed era caduta rumorosamente a terra.
Gli occhi avevano un’espressione remota, impotente. La testa si piegò all’indietro, le ginocchia
cedettero. Cadde giù come un sacco vuoto e vidi il sangue che schizzava da un grosso foro nel petto.
Tutto qui.
A quel punto entrai. Matt girò sui tacchi e ancora oggi non so cosa gli abbia impedito di
spararmi.
«Che vuoi?» ringhiò.
«Sono un dottore» dissi. «Te lo ricordi? E mi sembra proprio che a quell’uomo ne serva uno.»
«Gli serve solo una bara!» sbottò Matt. «Levati da qui!»
Uscii di nuovo e guardai. Sentii in lontananza delle urla e un debole rumore di stivali sul
marciapiede di legno. Qualcuno gridò. «Sta arrivando lo sceriffo!» Mi sentii meglio.
Mentre aspettavo che arrivasse John osservai Matt Douglas. Mickey era rispuntato fuori da
dietro il bancone e stava guardando anche lui.
Matt si avviò a piccoli passi verso il corpo di Tom.
Lo vidi infilare la punta dello stivale sotto il corpo di Tom e rovesciarlo. Tom rotolò sula
schiena con le braccia che sbatacchiavano sul pavimento.
Non sono un tipo facile ai sentimenti, ma mi sentii male.
C’è bassezza e bassezza, ma nessuna come sputare in faccia a un uomo morto.
«Arriva lo sceriffo!»
Il grido venne ripetuto e si diffuse di voce in voce dai negozi alle stalle all’albergo.
Voltai la testa e vidi John Cooley che si avvicinava lungo la strada a passo lento e misurato. È
facile capire perché la gente grida quando arriva lui. È un uomo che infonde fiducia solo a vederlo. Da
diciotto anni si dava da fare perché Bobolink fosse la città più rispettosa della legge che ci fosse in tutto
lo Stato.
Lo osservai mentre arrivava. I lunghi baffi sembravano fremere di una rabbia ostinata. Le
spalle, il mento, la postura, il modo stesso di portare il cappello... tutto dava un’impressione di solidità.
Ecco come lo vedevo sempre: un uomo robusto, invincibile. Non era grosso, ma ogni centimetro del
suo corpo trasudava fuoco.
Si fermò davanti al marciapiede e mi fece un cenno di assenso.
«È Matt Douglas» gli dissi, e lui annuì di nuovo mentre entrava. I suoi occhi non mostravano
alcuna emozione. Erano sempre così, distanti e mai disposti a rivelare ciò che succedeva dentro John
Cooley.
Lo seguii e mi misi in un angolo.
John andò verso il bar e rimase lì con i piedi piantati sul pavimento.
Matt Douglas distolse lo sguardo, poi finì lentamente di bere. Non era uno che si spaventasse
facilmente, ma credo che in quel momento non fosse troppo tranquillo.
«Vuoi sfidarmi con la pistola o hai intenzione di venir via tranquillamente?» disse John come
se si rivolgesse a un ragazzino sorpreso a rubare delle mele.
Matt Douglas posò il bicchiere e si voltò. «Avevo tutto il diritto di sparare a Tom Vesey»
disse. «Ha sparato a tradimento al mio fratellino.»
«Non gli ha sparato a tradimento e nessuno ha il diritto di mettersi a sparare a Bobolink finché
lo sceriffo sono io.»
Così la questione era chiara. Mi spostai nell’ombra e attesi. Sapevo che sarebbe successo.
Douglas non avrebbe ceduto così facilmente.
Ma questa volta non fu una cosa lunga. Perché John non si disturbava nemmeno a innervosire
gli altri. Lui era lo sceriffo ed era stato sfidato. Tutto qui. Fece la sua mossa, un passo avanti.
Fu in quel momento che mi accorsi per la prima volta che c’era qualcosa che non andava.
Perché John inciampò nella sbarra metallica del bancone e per poco non cadde. Lui è l’uomo dai piedi
più sicuri che abbia mai conosciuto e quello era davvero un pessimo momento per farsi vedere in
difficoltà. Gli fu quasi fatale.
Matt Douglas non è tipo da lasciarsi sfuggire un’occasione simile. Estrasse velocemente la
pistola e fece fuoco. Se John non fosse stato in equilibrio precario, tutto piegato di lato per non cadere,
la pallottola lo avrebbe colpito in pieno petto. Invece venne colpito alla spalla e piroettò su sé stesso.
Quasi contemporaneamente, però, anche lui estrasse la pistola e fece fuoco.
Matt Douglas barcollò e si appoggiò al bancone con le mani strette sul fianco e il sangue che
gli scorreva fra le dita.
E mi meravigliai ancora. Perché per la prima volta avevo visto John mancare il bersaglio
pieno. Si può dire che fu un colpo di fortuna per Matt, considerato che John era sempre stato un tiratore
infallibile.
Be’, comunque Matt era fuori gioco. John si raddrizzò e indietreggiò verso la porta.
«McGee!» ruggì.
McGee, il giovane vicesceriffo, entrò.
«Prendi Douglas e schiaffalo in carcere» disse John. Poi fece una smorfia e si portò le mani
alla ferita sulla spalla.
«Che ne diresti di darci una sistemata, Doc?» mi chiese. E da come lo disse capii che potevo
anche dirgli di no e che se avevo cose più importanti da fare lui se la sarebbe cavata lo stesso. È l’uomo
più tosto che abbia mai conosciuto.
«Andiamo» dissi.
McGee condusse Douglas lungo la strada polverosa verso la prigione, e io e John lo
seguimmo. Douglas continuava a guardare verso John, come incuriosito. John tenne la testa bassa.
Nuvole di polvere si sollevarono intorno a noi trasformandoci in spettri. Qualcuno sul portico
dell’albergo esultò e gridò quando vide Douglas ferito e barcollante. Matt fece scattare la testa per
vedere chi fosse, e subito scese il silenzio. Nessuno voleva suscitare le ire di Matt Douglas, con o senza
John Cooley.
Giunti alla prigione McGee mise Matt in una cella in modo che potessi curarlo senza correre
rischi. Poi McGee andò a chiamare il medico legale. John rimase in piedi a guardare con la pistola
puntata mentre io estraevo la pallottola dal corpo di Matt e lo bendavo.
Matt non disse nulla, nemmeno mentre il mio coltello gli attraversava la carne. Ma sentii
quanto fosse teso e sofferente. Certe volte mi domando che cosa gli abbia impedito di saltare su in quel
momento e cercare di liberarsi, anche ferito com’era e sotto il tiro di una pistola. Altre volte invece
penso che la vita dura sia stata una severa maestra per lui, e che avesse imparato quando lottare e
quando aspettare.
Dopo aver bendato Matt, John e io lasciammo la cella e ci spostammo nella stanza adiacente.
John sedette su una sedia, io mi accomodai su un’altra.
«Prestami il tuo coltello, John» dissi. «Il mio è insanguinato.»
Lui tirò fuori il coltello dal fodero che portava alla cintura mentre io gli aprivo la camicia.
Nemmeno John emise il minimo grido mentre affondavo il coltello in cerca della pallottola. Il
suo volto scuro si sbiancò e lui si morse il labbro inferiore fino a farne uscire il sangue, ma non disse
nulla.
«Che tipo di uomo» gli chiesi mentre cercavo «sputerebbe in faccia a un uomo che ha appena
ammazzato?»
Lui strinse ancora i denti per il dolore. «Un pazzo» rispose in un rantolo mentre estraevo la
pallottola.
Poi successe un’altra cosa strana.
Mentre sollevavo il coltello, la luce del sole che filtrava dalla finestra si rifletté sulla lama e
quel riflesso abbagliò gli occhi di John, che sbatté appena le palpebre. Era come se si ostinasse a fare il
duro.
Tornai a riflettergli la luce negli occhi.
A questo punto sbatté ancora le palpebre e voltò la testa. «Che stai facendo?» mi chiese.
Io mi chinai e cercai di guardarlo dritto in faccia. Lui distolse lo sguardo.
«Bendami» disse. «Ho del lavoro da fare.»
Lo bendai e gli dissi di venire nel mio studio quella stessa sera in modo che gli potessi
controllare la spalla. La sola idea lo disgustò, ma mi feci promettere che sarebbe venuto.
C’era qualcosa che volevo scoprire.
John venne quella sera insieme a Mrs Cooley. Era ancora contrariato per tutta quella
preoccupazione a proposito della sua spalla. Non ci era abituato.
«Facciamo presto» disse in tono irritato mentre cominciava a sbottonarsi la camicia.
«Lascia perdere la camicia» dissi.
Mi rivolse un’occhiata sorpresa, guardandomi di traverso.
«Che è questa storia?» chiese. Poi si girò verso la moglie. «Sarah» disse «non avrai...»
«No, John. Giuro che non l’ho mai fatto» lo interruppe lei.
«Allora è vero» dissi. Non sapevo cosa potesse essere vero o falso, ma so che le persone
parlano sempre di cose che secondo loro gli altri già conoscono.
John stava cercando il suo cappello, ma Sarah gli mise una mano sul braccio. «Sam è nostro
amico» disse. Era l’unica persona in città che mi chiamasse sempre per nome.
John esitò. Sentivo quanto lo infastidisse cedere su qualsiasi cosa, anche su un segreto che non
era più un segreto.
Alla fine si voltò. «D’accordo, Doc» disse. «Te lo dico perché conto che tu possa fare qualcosa
per me.»
Così gli esaminai gli occhi.
«Da quanto tempo va avanti?» gli chiesi.
«Da qualche anno» rispose lui. «E peggiora sempre.»
«E non lo hai mai detto a nessuno.»
«Credi che me ne vada in giro a raccontare a tutti che non ci vedo più bene? Mi ci vedi con gli
occhiali sul naso? Mi farebbero secco in una settimana.»
Mi tormentai la barba, completamente sbalordito.
«Mi stai dicendo» dissi «che sei entrato in quel locale per un duello alla pistola con Matt
Douglas quando faticavi a vederlo?»
«Dovevo» disse lui. E per John Cooley, quella era la risposta.
«Come hai fatto a colpirlo?» chiesi. «Io non...» Poi smisi di parlare.
«Matt Douglas?» mi interruppe Sarah inorridita. «John, mi avevi detto...»
Quella fu una delle poche volte in cui vidi John confuso. «Dài, Sarah» disse. «Se lo avessi
saputo ti saresti solo preoccupata.»
«Oh, questo è troppo» disse lei, arrabbiata. «Così mi preoccupo troppo. Stupido cocciuto!
Faresti qualsiasi sciocchezza pur di non ammettere che non puoi farla. Se non sei...»
Inciampò sulle parole e non finì il discorso.
«Be’, adesso lo sappiamo, John» dissi. «Non è ora che ti ritiri?»
«Ritirarmi?»
Questo lo fece infuriare. Si alzò in piedi e mi guardò male.
«Lo sai che se mi ritirassi questa città diventerebbe un campo di battaglia» grugnì. «Ogni
vagabondo, ogni pistolero della zona sta solo aspettando che me ne vada. Devo semplicemente ritirarmi
e i fratelli Douglas diventerebbero sindaco e sceriffo entro una settimana!»
Avrei voluto avere qualcosa da controbattere, ma non sapevo che dire. Era tutto fin troppo
vero. Fra tutti gli uomini della città non ce n’era uno all’altezza di John. Anche a quarant’anni suonati,
con i capelli già grigi, con le gambe arcuate – anche con la vista ridotta – non c’era un solo uomo in
città al quale sarei stato felice di vedere la stella sul petto. Nemmeno uno.
«Ma John» dissi comunque. «Lo so che hai ragione, e non può smentirti nemmeno Sarah. Ma
così sei avviato verso il camposanto. Prima o poi qualcuno ti sorprenderà e quello sarà il tuo ultimo
giorno da sceriffo.»
Lui si tormentò un baffo con il dito sottile. «Be’» disse «a quanto pare mi spareranno lo stesso,
che lo dica in giro o no. Perciò credo che non lo dirò e nessuno e lascerò che ognuno lo scopra per
conto suo. Così l’incantesimo durerà un po’ di più.»
«John, per l’amor del cielo» lo pregò Sarah. «Perché non provi un po’ a ragionare con quella
testaccia da zuccone che ti ritrovi... solo per una volta?»
John non disse nulla. Sarah strinse forte le mani.
«Senti, John» dissi «perché non te ne vai semplicemente dalla città? Prenditi una vacanza, così
nessuno lo saprà.»
Sarah lo fissò ansiosa, ma credo che sapessimo entrambi ciò che avrebbe detto prima ancora
che parlasse. Aveva in faccia quell’espressione testarda. «Non lascerò la città sulle mie gambe»
rispose. Sapevamo bene che cosa volesse dire.
Per un po’ rimanemmo in silenzio, poi John disse che aveva da fare. «Farò un salto domani»
aggiunse. «Per parlare con te e vedere se c’è un modo per curarmi.»
Sarah e io restammo ad ascoltare mentre il rumore dei suoi stivali si allontanava lungo il
marciapiede e verso la prigione. Camminava senza la minima esitazione. Sembrava energico come
sempre, sembrava sapere esattamente dove andare.
Accompagnai Sarah verso casa. Mentre camminavamo lei mi raccontò i piccoli segnali che
aveva notato e mi disse quanto tempo ci aveva messo John ad ammettere, anche con sé stesso, che
stava succedendo qualcosa alla sua vista.
Mentre parlava mi capitò di pensare a Matt Douglas.
E mi sentii rabbrividire quando mi resi conto che lui sapeva che John Cooley stava diventando
cieco.
John si presentò nel mio studio esattamente all’ora che aveva detto. Si mise seduto e gli offrii
da bere. Si scolò il bicchiere in una sola sorsata e mi guardò. «Allora, Doc» disse. «Che puoi fare per
me?»
Per un lungo momento lo guardai senza parlare.
Lui capì subito e per un attimo gli angoli della bocca si piegarono all’ingiù. Ma subito dopo gli
tornò in faccia quell’espressione cocciuta.
«Sei sicuro?» mi chiese. «Assolutamente sicuro?»
Annuii. Lui strinse forte le labbra. Gli parlai senza addolcire la pillola e senza dargli false
speranze.
Non fece alcun commento. Poi si appoggiò allo schienale e guardò il pavimento. Restammo
seduti per qualche minuto senza parlare.
Fui io a rompere il silenzio. «Allora, John» dissi. «Cosa hai intenzione di fare?»
Lui alzò gli occhi. «Resto» rispose.
Io non dissi nulla. Non ne fui sorpreso.
Continuò a parlare riempiendosi la mente scossa con la consolazione di piccoli dettagli. Mi
raccontò di come avesse messo da parte dei soldi per Sarah e mi disse cosa aveva intenzione di fare in
caso di sostituzione, se l’avesse avuta.
«E, cosa più importante» concluse «voglio fare in modo che Matt Douglas finisca in un
penitenziario. Poi aspetterò che Jim venga a cercarmi per spararmi e cercherò di farlo ragionare.»
«Tutto qui?» dissi.
Avvicinò la sua sedia alla mia. Non potei fare a meno di notare che i suoi occhi erano vivi
come prima.
«Doc» mi disse «sei in grado di dirmi per quanto tempo ancora riuscirò a vedere qualcosa?»
«Non posso essere preciso, John» risposi. «Potrebbe essere un anno, o qualche mese, forse
meno. Dipende da come tratti i tuoi occhi.»
Lui strinse i pugni. «Non ho intenzione di coccolarli» disse.
Gli chiesi come pensasse di ingannare tutti, di impedire che si accorgessero. Avrebbe sbattuto
nelle porte, sulla gente, e sarebbe diventato sempre più indifeso. E prima o poi qualcuno che lo voleva
morto avrebbe capito.
«Stammi a sentire, Doc» disse. «Ci ho pensato su. Di recente non ci sono stati grossi
problemi.»
«Certo» dissi. «Due sparatorie solo ieri.»
«Sono state le prime dopo un bel po’ di tempo» replicò lui. «Il fatto è che la città è abbastanza
tranquilla. Lo è da un bel po’. Posso anche permettermi di ridurre i miei giri e di lasciare il lavoro più
pesante a McGee, e intervenire solo quando succede qualcosa di speciale.»
Fece una pausa. «Lo sai» disse poi «dopo diciotto anni che cammino nella stessa piccola città,
per le stesse strade, le stesse scale, corridoi, stanze, conosco ogni angolo. Potrei andare dovunque a
occhi chiusi. L’ho fatto. Ieri sera ho camminato da un capo all’altro della città con gli occhi chiusi e
non ho urtato su niente.»
«E le persone, i cavalli?» obiettai. «Quelli non stanno fermi.»
«È qui che mi serve il tuo aiuto.»
«Che posso fare?» chiesi. «Se mi vedono sempre a passeggio insieme a te cominceranno a
farsi delle domande.»
«Non intendo che devi stare con me tutto il tempo» disse lui. «Voglio che mi aiuti a sentire
meglio.»
«Che vuoi dire?»
«Un cieco deve sentirci bene» disse lui. «Al momento ho un buon udito, ma non così buono da
giudicare la distanza e la direzione dal suono. Voglio che mi aiuti a riuscirci.»
«Vuoi fare tutto questo solo per rimanere sceriffo ed essere ucciso?»
Lui si alzò. «Nessuno mi ucciderà» disse. «E tu sai bene che sono il solo a poter mantenere
l’ordine in città. Hai intenzione di aiutarmi?»
Esitai. Poi gli diedi una pacca sulla spalla, quella non ferita. Era inutile lottare. «D’accordo,
sceriffo» dissi. «Credo che siamo entrambi pazzi, ma ti aiuterò.»
...
.
...
2. Saluti dal cimitero.
...
.
...
È inutile entrare in particolari su come John e io lavorammo sul problema.
Ma fu un lavoro vero e proprio, senza il minimo dubbio. Lunghe settimane che divennero
mesi, sempre con il pensiero incombente che ben presto Jim Douglas sarebbe giunto in città in cerca di
vendetta.
C’era una valle, su nelle colline, dove gli indiani erano soliti riunirsi una ventina d’anni prima.
E c’era anche la capanna di un vecchio trapper. Ce ne servimmo a lungo, ci andammo quasi tutti i
giorni e John la sforacchiò di pallottole.
Continuavo a ripetergli che non avrebbe mai potuto sentire un uomo che estraeva la pistola, dal
momento che non emetteva quasi rumore. Continuavo a ripetergli che la prima cosa che avrebbe sentito
sarebbe stato lo sparo di un’altra pistola e subito dopo un proiettile gli avrebbe lacerato la carne.
«Questo come pensi di risolverlo?» gli chiedevo.
«Non importa» rispondeva lui. «Tu fa’ quello che ti dico.»
Inutile discutere con John Cooley. È una delle cose che un uomo non può fare... come
mangiare sassi o volare.
Usavo una lunga canna da pesca e all’amo appendevo un peso di due chili e mezzo che John si
era fatto fare dal fabbro. Ce ne stavamo dentro la capanna, completamente buia perché avevamo messo
delle tende alle finestre.
Io mi mettevo da una parte, sollevavo la canna e facevo sbattere il peso contro un muro. A quel
rumore John faceva fuoco. All’inizio non tenemmo il conto dei centri, ma ci limitammo a far sì che lui
si abituasse a sparare appena sentiva il rumore.
Poi appendemmo uno straccio bianco alla parete e dipingemmo il peso di nero. Io lo facevo
dondolare, il peso colpiva lo straccio e John sparava. Poi toglievamo la tenda e verificavamo quanto
fosse arrivato vicino al bersaglio. All’inizio non ne prese neanche uno.
Ma John era convinto che sarebbe migliorato. E infatti migliorò. Dopo settimane di faticosi
sforzi, alla fine cominciò a colpire sempre più vicino.
A quel punto il costo delle pallottole a Bobolink aveva subito un aumento, e a me facevano un
male cane i muscoli delle spalle e della schiena. Per il dolore la notte non riuscivo quasi a dormire,
anche se John mi passava un linimento sulle parti dolenti.
Ricordo il giorno in cui John colpì in pieno centro il peso nero che tenevo davanti allo straccio.
Aprimmo la tenda e lui osservò la situazione. Si piegò in avanti e socchiuse gli occhi. «L’ho
colpito?» chiese. «Con questa poca luce non riesco e vedere bene.»
Mi sentii molto strano. Era proprio di fronte allo straccio ma non riusciva a vedere il foro.
Eppure era lo sceriffo della nostra città e ogni pistolero della zona lo voleva morto.
«L’hai colpito, John» dissi. E adesso?
All’inizio pensavo che John scherzasse.
Avevo già perso peso standomene in quella capanna buia ad ascoltare le pallottole che mi
fischiavano intorno come le Furie.
Ma John non era soddisfatto.
Ci eravamo messi a sedere su una roccia battuta dal sole, appena dopo aver lasciato la baracca
dove John aveva fatto diciannove centri su venticinque tiri.
«Be’, direi che ci siamo» dissi.
«Nossignore» disse lui. Alzai gli occhi mentre John mi porgeva un pezzo di tabacco. Ne
staccai un morso e per un po’ restammo lì a masticare.
«E va bene» dissi. «Che cos’hai in testa?»
«Devo imparare a sparare al suono di una voce umana» mi rispose.
«Ma certo» dissi. «Io mi metto lì, dico qualcosa e tu mi spari. Se non mi colpisci la prima
volta, allora faremo un po’ più di esercizio finché non mi ucciderai.»
John non si concedeva mai un sorriso. Non l’ho mai visto sorridere. Sputò un po’ di succo di
tabacco. «Nessuno ti ucciderà» disse.
Si alzò e io lo seguii verso una linea di massi. Prima di arrivarci inciampò più di una volta.
Ovviamente non disse mai niente, nemmeno quando inciampò e cadde sulle ginocchia. Si limitò a
saltare su e a riprendere il cammino come se nulla fosse avvenuto. Ma potevo sentirlo che lottava per
percorrere ogni metro, e che teneva duro.
«E adesso?» gli chiesi quando giungemmo ai massi.
«Tu resta qui» disse. «Grida, poi spostati di scatto. Io aspetterò un secondo dopo il grido, poi
farò fuoco.»
«Mi sembra una buona idea» commentai. «Basta che non mi dimentichi di spostarmi.»
«Non te lo dimenticherai» disse lui, allontanandosi. Mi sembrò di averlo sentito aggiungere:
«Lo spero.» Se quello era il suo senso dell’umorismo, sono ben felice che lo abbia sempre tenuto
nascosto.
Così cominciammo questo nuovo gioco. Io gridavo e mi spostavo, lui sparava. Divenne bravo,
poi bravissimo. Dopo un po’ potevo anche solo sussurrare qualcosa e subito una pallottola sibilava oltre
il ciglio della roccia e volava in cielo.
Poi John imparò a estrarre al suono della mia voce, e anche in questo divenne un maestro.
Naturalmente mentre succedeva tutto questo passarono diverse settimane. Matt Douglas era
sempre più furibondo, e la spalla di Jim stava migliorando, così come quella di John. Ma niente di tutto
questo impediva alla situazione di accendersi e di essere pronta a esplodere.
Proprio come disse John una sera che tornavamo a casa dopo una lunga giornata in cui lui si
era esercitato a spararmi. «Sembra proprio che stiamo facendo tanta fatica per niente, eh?»
Io ero troppo stanco per sorprendermi, anche se non era proprio da John Cooley dubitare di sé
stesso.
«John» replicai «non venirmi a dire dopo tutto questo tempo che non ne è valsa la pena.»
Lui guardò avanti con l’aria torva. «Ne è valsa la pena, invece» disse. «E ben presto mi tornerà
utile.»
Questo mi fece smuovere lo stomaco e mi fece scorrere un brivido lungo la schiena, pur sudato
com’ero.
Perché John non era più un ragazzo ed era quasi cieco.
Ma progettava di affrontare un giovane killer che aveva gli occhi di un falco.
In qualche modo era una situazione squilibrata.
E poi Jim Douglas era già pronto per entrare in scena. E successe. John e io ci trovavamo in
prigione quando giunse di corsa McGee informandoci tutto trafelato che Jim era arrivato in città ed era
nel saloon pronto a fare sfracelli.
John sedette tranquillo per mezzo minuto, giocherellando con l’impugnatura del coltello. Poi
sollevò lo sguardo. «Resta qui. McGee» disse. «Andiamo, Doc.»
Lasciammo la prigione e ci avviammo lungo la strada. «Così sei ancora intenzionato ad
affrontarlo.»
«Pensavi che non lo fossi?»
«No» risposi.
Continuammo a camminare. «Mi sembrava di averti sentito dire che volevi provare a
calmarlo» dissi.
John si fermò davanti al saloon, dall’altra parte della strada. «Non posso» disse. «Se riuscissi a
vedere bene potrei ferirlo leggermente. Ma da quanto ho imparato sono costretto a sparare appena sento
la sua voce e questo probabilmente lo ucciderà.»
Si appoggiò al muro della drogheria. «Tu va avanti» disse. «Cerca di convincerlo a tornarsene
alla sua baracca. Se non lo farà, digli che lo aspetto in piazza.»
Feci per dire qualcosa, ma come sempre John era al di là della mia portata. Mi voltai e
attraversai la strada.
«E non pregare» aggiunse John ad alta voce. Io continuai a camminare pensando come quella
fosse proprio la filosofia di John.
Salii sul marciapiede ed entrai nel saloon.
Era quasi vuoto. Mickey se ne stava dietro il bancone, nuovamente con quell’espressione
offesa sulla faccia, quella che assume quando i suoi arredi sono in pericolo. In piedi davanti al bancone
c’era Jim Douglas, più piccolo e più magro del fratello.
Non ero arrivato nemmeno a metà strada che estrasse le pistole. Tutto sommato corsi un bel
rischio.
«Che vuoi?» mi chiese rinfoderando le pistole.
Mi avvicinai a lui e ordinai da bere per due.
«Mi manda John Cooley» gli dissi.
«Che gli prende?» sghignazzò lui. «Ha paura di venire di persona?»
Jim era un bel ragazzo, ma la crudeltà gli aveva deformato i lineamenti e gli aveva imbruttito
la faccia in modo ormai irreversibile.
Gli rivolsi una specie di sorriso che voleva essere misterioso come un bluff, immaginando che
John avrebbe usato ogni vantaggio a sua disposizione. «Ti risulta che abbia mai avuto paura di
qualcosa?» gli dissi.
«Allora dov’è?»
Cercai di parlargli, di spaventarlo, ma lui era come suo fratello. Non abboccò.
Alla fine appoggiai la mano stanca sul bancone. «D’accordo, figliolo» dissi. «Ti aspetta in
piazza. Spero che tu sia pronto a incontrare il tuo creatore.»
Lui emise un suono sprezzante e uscì di corsa. Lo seguii fuori e mi affrettai verso il barbiere,
da dove potevo tenere d’occhio la piazza. Salutai tutti gli uomini che c’erano dentro. Stavano tutti
davanti alle tre finestre del locale e guardavano fuori in silenzio. Quando mi sistemai lì mi accorsi che
anche Matt Douglas poteva seguire la scena dalla prigione.
«Che ne pensi, Doc?» mi chiese uno degli uomini.
«Nessun problema» risposi.
Jim Douglas camminava lungo la strada polverosa. Proprio di fronte alla prigione c’era John.
Immagino che nessuno, a parte me, notò quanto fosse teso in volto, come se stesse tentando di sentire
un suono lontano un miglio.
Sentì il tintinnare degli speroni di Jim.
«Jim Douglas» disse allargando le mani all’altezza dei fianchi.
Jim si fermò. Mi volgeva la schiena e dunque non potevo vederlo in faccia. Ma aveva buoni
occhi e doveva essersi domandato come mai John continuasse a guardare verso il basso. Doveva farlo.
Se avesse guardato nella direzione sbagliata Jim avrebbe capito all’istante che non poteva vederlo.
«Estrai le pistole, sceriffo» disse Jim, non senza un’ombra di esitazione nella voce.
«Usa la testa, Douglas» disse John. «Non hai nessun motivo per sfidarmi.»
«Allora libera mio fratello.»
«Tuo fratello ha ucciso un uomo» replicò John. Adesso aveva localizzato Jim e aveva alzato
gli occhi.
«Allora estrai le pistole» disse Jim. Mi resi conto che aveva paura di non saper portare a
termine ciò che era venuto a fare in città.
Improvvisamente Matt Douglas si mise a gridare dalla prigione: «Piantala di parlare!
Uccidilo!»
Jim voltò di scatto la testa. «Matt!» disse.
«Uccidilo!» disse Matt con voce stridula.
Questo lo convinse. Jim alzò le braccia.
«Estr...» cominciò a dire. «Estrai.» Ma fu tutto ciò che riuscì a dire. John aveva già estratto la
pistola e aveva fatto fuoco prima ancora che le mani di Jim avessero raggiunto la fondina. Venne
colpito in pieno petto da due pallottole. Si contorse per il dolore e guardò una volta in direzione del
fratello. Poi cadde all’indietro.
«Cooley!» urlò Matt. «La pagherai per questo!» Strinse le sbarre fino a che le mani gli
divennero bianche.
John si avviò lentamente verso il corpo di Jim. Io uscii di corsa dal barbiere e arrivai per
primo.
«Centrato in pieno, John» dissi.
«Vedevo solo una macchia» disse lui. «È morto?»
Mi chinai. Jim Douglas aveva gli occhi sbarrati che fissavano John. C’era un sudore freddo che
gli bagnava la faccia. All’inizio non capii nemmeno se fosse ancora vivo. Poi sentii che il cuore batteva
debolmente. «È quasi morto» dissi.
«McGee!» gridò John.
McGee uscì correndo dalla prigione. John ci seguì mentre noi due portavamo Jim al fresco.
«Cooley!» gridò Matt dalla sua cella. «Fammelo vedere! Che dio ti aiuti se è ancora vivo e non
me lo lasci vedere!»
John si accasciò sull’orlo della scrivania emettendo un pesante sospiro.
«Si può fare niente per lui?» mi chiese.
Gli dissi che Jim sarebbe morto nel giro di qualche minuto.
«Lasciamo che Matt lo veda» disse John.
McGee sistemò Jim nella cella vicina a quella di Matt, sdraiandolo sul pagliericcio. Matt fissò
suo fratello a bocca spalancata.
«Jimmy» disse con voce rotta. Jim emise un gemito. Matt cadde in ginocchio e strinse la mano
del fratello. Con la faccia stravolta dal dolore, l’unica volta in cui lo avevo mai visto così, sembrava
proprio un uomo come tutti gli altri.
«Curalo!» mi urlò.
«È troppo tardi» replicai.
«No!» ruggì lui. «Curalo o ti ammazzerò!»
«Sta per morire» dissi. «Avresti dovuto pensare a lui prima di andare a cercare Tom Vesey.»
«Brutto figlio di...» cominciò a dire Matt, poi i suoi occhi si spostarono da me all’altra stanza.
«Cooley!» gridò. «Sputerò sul tuo cadavere!»
Jim disse qualcosa e Matt tornò a voltarsi verso di lui, tutto a un tratto trasformato in un
fratello spaventato. Vidi gli occhi di Jim spalancarsi e sbattere. Cercò di dire qualcosa, ma non riuscì
quasi a muovere le labbra grigie. Alla fine spiccicò qualcosa, credo, perché Matt si girò subito verso di
me, bianco in volto per la sorpresa.
Avrei dovuto capirlo, ma non fu così; non sono mai stato troppo sveglio.
Mi voltai e lasciai Matt insieme al fratello moribondo. Quindici minuti più tardi Jim era morto.
...
.
...
3. L’ultimo tentativo di un cieco.
...
.
...
Passò un mese. La ferita di Matt era guarita e John aveva fatto venire un ufficiale giudiziario
perché lo accompagnasse in un penitenziario di stato. La città era tranquilla e ordinata.
La vista di John non aveva fatto che peggiorare. Tentai di tutto, ma senza risultati perché la
malattia aveva raggiunto uno stadio troppo avanzato prima che John si prendesse la briga di
informarmene.
Ricordo la mattina in cui John non si fece vedere in prigione.
Andai a casa sua. Sarah mi fece accomodare, rossa in faccia per il pianto. Indicò la camera da
letto e io entrai.
John era seduto sul bordo del letto con addosso solo un paio di jeans. Sembrava fissare fuori
dalla finestra, verso un albero nel cortile. I muscoli del suo torso magro guizzavano sotto la pelle.
Ma non aveva più vigore. Anche se si raddrizzò quando sentì i miei passi, gli avevo già visto le
spalle incurvate. Fu uno shock. Fino a quel momento non avevo mai creduto che John potesse
invecchiare.
«Sono io, John» dissi.
Si passò una mano sulla bocca, tormentandosi i baffi.
«Be’» disse. «È successo.»
Lo portai verso la finestra e lasciai che la luce del sole gli cadesse sugli occhi. Non sbatté le
palpebre, non ci vedeva. Era cieco.
Poi mi sedetti sul letto accanto. Le parole sembravano inutili. «Allora» dissi dopo un po’ «hai
sempre intenzione di restare?»
Lui trasse un profondo respiro. «No» rispose. «È inutile che mi prenda in giro. Dovrò
andarmene. Appena l’ufficiale giudiziario avrà portato via Douglas.»
Rimasi lì seduto senza che mi venisse in mente una parola da dire. Alla fine feci tutto ciò che
potevo: lo accarezzai sulla spalla.
«Ti meriti un po’ di riposo» dissi, e lasciai la stanza.
Sarah se ne stava in piedi accanto alla finestra principale e guardava fuori. «È finita, vero?» mi
chiese.
«Sì.»
«Non me l’ha voluto dire» continuò «ma io lo sapevo lo stesso. Nemmeno John è capace di
nascondere il dolore che c’è in lui.»
Accarezzai anche lei sulla spalla. Fu tutto ciò che di buono mi uscì fuori in quel momento:
pacche sulla spalla e bocca chiusa.
«Mollerà il lavoro» dissi. «Voi due potrete andarvene da qui.»
«Ringraziamo il cielo almeno per questo» disse lei. «È vivo. E magari si è rotta un po’ di
quella brutta cocciutaggine che c’è in lui.»
Singhiozzò. «Oddio» mormorò poi. «Spero di no, spero di no.»
Successe due giorni prima del presunto arrivo dell’ufficiale giudiziario che doveva portare via
Matt.
Ero dal barbiere a farmi la barba, appoggiato nella poltrona, e mi sentivo stanco e a disagio.
All’improvviso si sentì uno sparo, poi altri due. Ebbi un sussulto, rischiando di farmi tagliare
la gola, poi saltai su e corsi alla finestra insieme al barbiere. Guardammo verso la prigione e io avvertii
un senso di vuoto allo stomaco. Mi strappai l’asciugamano dal collo.
Poi uscii a tutta velocità dalla bottega, in maniche di camicia, e attraversai la strada. Parecchie
persone stavano guardando verso la prigione.
Non pensai nemmeno per un secondo a quale rischio mi stavo esponendo. Corsi e basta.
Pensavo solo a John, cieco e impotente a fronteggiare una sorpresa, a dispetto di tutti i suoi trucchetti.
Entrai come una furia e notai che la porta laterale era spalancata.
C’era qualcuno sdraiato a terra nella stanza dietro la cella. Mi precipitai lì.
Era McGee. Il sangue gli sgorgava da tre fori nel petto inzuppando la camicia e scorrendo sul
pavimento. Diedi un’occhiata in giro. Era sparito! E sapevo dove fosse diretto.
Stavo per correre fuori ad avvertire John quando notai la faccia di McGee.
Matt Douglas non aveva avuto così tanta fretta da non avere il tempo di dimostrarsi per quello
che era.
Dalla guancia bianca del vicesceriffo sgocciolava un piccolo grumo gorgogliante di saliva.
Corsi subito fuori e mi diressi il più velocemente possibile verso la casa di John. Le persone
continuavano a cercare di fermarmi e a rivolgermi domande. Le schivai e continuai a correre in mezzo
alla strada sollevando nuvole di polvere.
Ero senza fiato e coperto di sudore quando imboccai il cortile anteriore della casa e sfrecciai
sotto il portico.
La porta era spalancata. Immagino che quel giorno fui piuttosto coraggioso. Corsi dentro.
Sarah era nel soggiorno e si stava rialzando in quel momento da terra. Mentre mi lanciavo
verso di lei per aiutarla vidi un livido bluastro sotto l’occhio destro, e un’ammaccatura sulla guancia.
Mi affondò le dita forti nel braccio. «Sam!» esclamò. «Matt Douglas lo sa!»
«Di John?»
«Sì, sì!» rispose lei con le labbra che le tremavano. «Era qui, in cerca di John. Ha... ha detto...»
«Che cosa?»
Riuscì a riprendersi. «Ha... detto che andava ad... ammazzare il cieco. Oh, Sam, dobbiamo
fermare John. Non si tirerà indietro. So che non lo farà.»
La aiutai a sedersi sul divano.
«Ho tentato di bloccare Matt» disse lei. «Mi ha colpito. Ma non importa. Tu va’ a cercare
John! Per favore, trovalo!»
Corsi fuori senza nemmeno salutarla e tornai indietro lungo Main Street. Chiesi a tutti se
avessero visto John, ma nessuno l’aveva visto. Nel passare davanti alla prigione vidi degli uomini
accalcati intorno al corpo di McGee. Continuai a correre.
Corsi come un pazzo per tutta la città guardando di qua e di là, e sperando di non imbattermi in Matt.
Una volta dovetti infilarmi di corsa dentro una porta e schiacciarmi nell’ombra mentre lui mi
passava vicino, una pistola in mano, l’altra ancora nella fondina, e la faccia rossa per una rabbia
incontenibile.
Stavo per stramazzare a terra quando vidi John giungere a cavallo in città. Gli gridai qualcosa,
ansimando. Lui scese da cavallo e io corsi verso di lui.
«John» rantolai. «Matt Douglas è evaso e ti sta cercando.» Risucchiai l’aria. «E sa che non ci
vedi» aggiunsi.
Lui strinse la bocca. «Dov’è?» mi chiese.
Io lo fissai, non credendo alle mie orecchie.
«Mi hai sentito?» dissi. «Sa che sei cieco!»
«Vuoi tenermi il cavallo, Doc» disse lui «mentre vado a cercarlo?»
«Per l’amor del cielo!» strillai. «Ma che ti prende? Non hai la minima...?»
«Sono lo sceriffo!»
Quelle parole spavalde mi chiusero la bocca. Era la prima volta che lo vedevo davvero fuori di
sé, con la faccia magra tesa per la rabbia.
«Sono lo sceriffo» ripeté. «E finché lo sono nessun assassino girerà libero per Bobolink.»
«Ma John» dissi «che puoi fare?»
John mi porse le redini e cominciò ad allontanarsi. Mentre camminava verso una morte certa
aggiunse qualcosa.
«So morire senza piangere» disse.
«Sta arrivando lo sceriffo!»
Il grido si gonfiò e corse come un’eco per tutta la città. Ben presto le strade cominciarono a
svuotarsi. I carri rotolarono nelle stradine laterali, le madri trascinarono i piccoli dentro casa, i
negozianti più veloci sistemarono delle assi di legno sulle vetrine che davano sulla strada, mentre gli
altri si limitarono a tirare giù le tende a sperare che i contendenti sparassero dritto.
Trovai Sarah sul marciapiede. Prima che potessi spiccicare parola lei vide John che si
avvicinava nel centro della strada con le mani penzoloni lungo i fianchi. Il calcio delle pistole e
l’impugnatura del coltello scintillavano sotto il sole.
Sarah corse verso di lui e lo afferrò per un braccio. «Non ti permetterò di farlo» disse con la
voce piena di una rabbia impaurita. «Non puoi.»
Lui continuò a camminare. Sarah non riuscì a trattenerlo.
«John» gridò lei. «Per l’amor del cielo, fermati!»
Lui strinse i pugni; le labbra gli tremavano per la furia repressa. Disse qualcosa che non riuscii
a sentire e lei lo lasciò andare, rimanendo piccola e sola in mezzo alla strada a seguire con lo sguardo il
marito che si dirigeva verso la piazza vuota e silenziosa. Io corsi da lei e la portai via. Tornammo sul
marciapiede e ci affrettammo a raggiungere un angolo della piazza.
John era al centro della piazza e ascoltava attentamente. Non c’era il minimo rumore.
Sembrava perplesso. Voltò la testa e si mise la mano a coppa sull’orecchio. Ma non volava una mosca.
Poi, all’improvviso, John capì ciò che stava succedendo. Matt Douglas giunse al galoppo sul
suo cavallo. Mentre guardavamo, storditi dal terrore, una corda volò sul corpo di John e il laccio si
strinse. Le braccia di John rimasero bloccate e lui fu scaraventato via e trascinato lungo la strada
polverosa in un grande circolo.
Sarah urlò e balzò in avanti. Io la trattenni, ma mi sentivo male. Matt Douglas era intenzionato
a prendersi gioco il più possibile della cecità di John prima di ucciderlo. Mi guardai intorno e vidi che
quasi tutti gli abitanti della città stavano osservando dalle finestre e dai vicoli all’ombra. Nelle loro
facce c’era una confusione sofferta. John Cooley era il loro sceriffo, la loro salvezza, e non era mai
stato sconfitto prima. E adesso Matt Douglas, un maniaco assassino, lo stava trascinando lungo la
strada legato all’estremità di una corda.
John continuava a tentare di rimettersi in piedi, ma Douglas manteneva l’andatura del cavallo
troppo veloce. Girava e girava in tondo guardandosi indietro e sghignazzando forte mentre vedeva lo
sceriffo che veniva trascinato e ruzzolava in fondo alla corda.
Vidi John che cercava di estrarre il coltello, ma continuava a barcollare sul terreno, con le
braccia che sbattevano di qua e di là. A un certo punto sbatté la faccia al suolo e si procurò una brutta
ferita su una guancia.
«Basta!» gridò Sarah, portandosi le mani al volto.
Io la tenni ferma e sentii quanto tremava.
Ma nessuno poteva fare niente. Non c’era nessuno in città che osasse provare a sfidare
Douglas. Io non avevo nemmeno una pistola.
Poi tutto finì all’improvviso. Il coltello di John lampeggiò nell’aria, la corda venne tagliata e
lui rotolò fino a fermarsi. Rimase lì tranquillo, con il petto che si sollevava per il respiro pesante. Matt
Douglas fermò il cavallo e saltò giù. John si alzò barcollando e cercò la pistola. La estrasse.
Mi sentii drizzare i capelli in testa.
Matt Douglas si era messo a sedere sul marciapiede e si stava tranquillamente sfilando gli
stivali. Aveva in faccia un folle sorriso di trionfo. Continuava a seguire con lo sguardo John e rideva fra
sé e sé.
Poi si alzò e si avviò lentamente verso la piazza. C’era un silenzio mortale.
«Non puoi vincere» gli si rivolse John, nel tentativo di farlo parlare.
Matt si mise le mani sulla bocca e rise come un bambino impazzito, con le grosse spalle che
fremevano.
Lui voleva giocare e noi potevamo solo starcene fermi a guardarlo mentre si burlava di John
prima di ucciderlo.
Mi guardai intorno. Ma non c’era un solo uomo in città con un minimo di fegato per difendere
John? Conoscevo già la risposta.
Douglas cominciò il suo gioco.
«Cooley!» gridò, e John fece fuoco.
Ma Matt era saltato di lato con una risata. Nel sentirla John sparò di nuovo, e Matt saltò di
nuovo. Il secondo colpo morse la polvere. Tutti i presenti cominciarono a rifugiarsi dentro gli edifici.
«Cooley!» lo beffò Douglas.
John sparò ancora a denti stretti. La pallottola infranse una finestra lontana. Douglas rise forte,
e saltò. Il colpo centrò il tetto sopra di me.
John era impotente. Terminati i sei proiettili dovette ricaricare. Mentre lo faceva Matt si
sedette sul marciapiede di legno e attese.
«Douglas, per pietà» lo implorò Sarah. «Non hai un cuore?»
«Basta!» le dissi. «Non rendere le cose più difficili per John di quanto non siano.»
Lei tacque, e capii che non avrebbe più parlato.
John era troppo orgoglioso, e fare la figura del burattino impotente lo stava distruggendo.
Aveva la faccia tesa e rigida, senza più colore. Faceva un’impressione pietosa, un uomo che sembrava
rimpicciolito, con il vestito bianco tutto impolverato, il cappello volato chissà dove, i capelli grigi tutti
in disordine sopra la fronte e il sangue che gli scorreva lungo la guancia.
Finì di ricaricare la pistola e attese. Douglas si alzò e lo chiamò, poi balzò di lato. Ma John non
fece fuoco, e si limitò a muoversi in direzione della voce di Matt. Adesso in faccia aveva anche uno
sguardo quasi da pazzo. Non si sarebbe arreso.
«Cooley!» gridò Douglas e praticamente non si mosse dal punto in cui si trovava. John non
sparò, cambiò solo direzione e continuò a camminare.
Era una scena assurda, una specie di gioco a moscacieca. Douglas correva in tondo sforzandosi
di tenere a freno il suo umorismo nero, John si muoveva di qua e di là, cocciuto come un mulo, con la
pistola stretta in mano.
«Coo...» ricominciò Matt, furiosamente. John sparò subito. La pallottola sollevò un mucchietto
di polvere a pochi centimetri da Matt, che estrasse una pistola dalla fondina, la faccia deformata
dall’ira.
Sarah emise un rantolo. Io mi sentivo un vigliacco e mi maledivo per non avere il coraggio di
fare qualcosa per fermare quello scempio.
Douglas si voltò e corse come un pazzo lungo la piazza. John sparò appena sentì il rumore
della corsa e per poco non lo colpì. Douglas si fermò e girò su tacchi. Adesso fra i due c’erano quasi
venticinque metri.
Douglas alzò lentamente la pistola e fece fuoco.
John piroettò su sé stesso quando la pallottola lo colpì alla spalla destra. La sua pistola cadde
nella polvere, e lui si mise in ginocchio tastando il terreno per ritrovarla. Douglas sparò ancora e la
pistola schizzò lungo il terreno con il calcio spaccato per metà. John annaspò sulle ginocchia come un
bambino infuriato, sempre in cerca della sua pistola. Sentii lacrime di rabbia impotente che mi
bagnavano le guance. Matt Douglas buttò all’indietro la testa ed emise una risata trionfante.
John trovò la pistola e la brandì con la sinistra. Si rialzò a fatica e cominciò a muoversi verso
Matt. Quest’ultimo smise di ridere e il volto gli si indurì. Alzò di nuovo la pistola e sparò. La gamba
destra di John cedette e lui cadde sul fianco nella polvere. Anche da quella distanza lo sentii emettere
un gemito soffocato di rabbiosa impotenza.
Poi si mise a strisciare verso Douglas, a denti stretti, e con la pistola rotta nella mano sporca di
terra.
Corsi dentro il negozio alle mie spalle. C’erano diversi uomini che guardavano dalla finestra.
Presi una pistola dalla fondina di uno di loro e uscii di corsa prima che quello potesse dire qualcosa.
Tirai il cane e pregai di riuscire a colpire Matt Douglas.
Mentre correvo fuori vidi John Cooley che cercava di rimettersi in piedi, barcollando
vistosamente. Sollevò la pistola.
Matt Douglas si era divertito abbastanza. Non sopportava l’idea di vedere John, cieco e ferito,
che avanzava ancora verso di lui. Aveva paura, paura di un uomo indifeso, che non ci vedeva. Ecco
quanto era forte John Cooley.
Prima che potessi fare qualcosa Matt alzò la pistola e piazzò due pallottole nel petto di John.
John sparò una volta, ma mancò il colpo perché il suo corpo aveva perso l’equilibrio per l’impatto.
Rimase lì a vacillare. Sentii che tutti trattenevano il fiato. Era come vedere la giustizia che
vacillava.
Poi John cadde, la faccia schiacciata sulla strada, il corpo immobile.
Ebbi come l’impressione che gli occhi mi uscissero dalle orbite. Matt Douglas si era avviato
verso il corpo di John. E con gli occhi della mente rividi gli sputi sulle facce di Vesey e di McGee.
Sapevo che avrei preferito morire piuttosto che assistere a una scena del genere. Balzai in
strada e corsi verso Douglas. Mentre si girava feci fuoco. Penserete che non potevo fallire.
Invece mancai il colpo.
Lui sollevò lentamente la pistola e mi piazzò una pallottola nella spalla. Mi piegai e caddi in
ginocchio. Avrei preferito che mi avesse ucciso, piuttosto che lasciarmi con la possibilità di guardare,
di guardare inorridito mentre si avvicinava a John.
Qualcuno mi superò di corsa. Sarah raccolse al volo la pistola da terra e la strinse in pugno.
«Fermati!» gridò con voce tremante. «O ti sparo.»
Cercai di dirle di sparare per prima, ma quasi non riuscivo a parlare. Matt si girò di scatto,
prese un’altra pistola dalla fondina e colpì Sarah al braccio. Lei urlò di dolore.
Era tutto finito. Sarah rimase a guardare Douglas mentre si avvicinava a John.
Douglas rivolse un’occhiata a tutti i presenti, con un ghigno sulla faccia. Poi infilò quasi
casualmente la punta dello stivale sotto il corpo di John e si piegò su di lui come un sacco di patate.
Tre colpi esplosero in rapida successione.
Matt Douglas spalancò la bocca, e lo sputo gli scorse lungo il mento. Aveva l’aria come
istupidita.
Si piegò di lato, incespicò e cominciò a scivolare giù, con gli occhi spalancati e increduli. Alzò
una mano e cadde definitivamente.
Sarah corse verso John che stringeva ancora la pistola fumante nella mano e si inginocchiò
accanto a lui. Anch’io mi rialzai e mi avvicinai barcollando.
John mi guardò con gli occhi annebbiati. Si sforzò di sorridere a Sarah, poi cercò il mio
braccio e lo strinse debolmente. Era tutto ricoperto di sangue, pieno di graffi e ferite, cieco: in pratica
mezzo morto. Ma chiamò a raccolta tutto il suo testardo orgoglio per farfugliare attraverso le labbra
arrossate: «Non morirò.»
E chi ero io per oppormi a un uomo come John Cooley?
...
.
...
Fine.
...
.
...
Le montagne della mente.
...
.
...
Titolo originale: Mountains of the Mind. 1951.
Traduzione di Stefano A. Cresti.
...
.
...
1. Pensiero e pensiero.
...
.
...
È qui, pensò, vedendo la linea di montagne che sorreggevano il cielo, ammantate di ghiaccio.
È questo il posto, finalmente.
Era stata una ricerca estenuante.
Riposando stancamente sul trono di roccia scura, pensò ai lunghi giorni di ricerca, alle
silenziose rive del lago che aveva calcato, con gli occhi fissi sulle lontane cime che si levavano verso il
cielo. Pensò alle praterie che aveva attraversato fino ai piedi delle colline rocciose. Pensò ai valichi
tortuosi e ai volti di pietra frastagliata che sussurravano nel vento.
E pensò alle innumerevoli pause che aveva fatto per osservare con attenzione il disegno delle
creste, cercando una corrispondenza tra ciò che vedevano gli occhi e il grafico che conservava nella
tasca della pesante giacca a vento.
E ora aveva trovato il posto. Aveva quasi esaurito le scorte di cibo e di acqua, aveva dato
fondo alle sue risorse fisiche e mentali, ma era finalmente lì.
Rimase seduto immobile, abbracciando il panorama con lo sguardo, con un sottile filo di
brezza che gli arruffava i capelli biondi.
Guardò di nuovo il grafico che teneva tra le mani.
Non c’erano dubbi. Ogni rientranza, ogni asperità era lo specchio del suo disegno. Mentre i
segmenti dei motivi combaciavano uno dopo l’altro, la fatica lasciò il posto all’eccitazione e le dita
intorpidite cominciarono a tremare. Scosse a lungo la testa, lentamente, incredulo. Ho trovato il posto,
pensò, e ora...? Che cosa era venuto a cercare laggiù?
E soprattutto: che cosa l’aveva spinto fin lì, in prima istanza?
Sembravano non esserci risposte a simili interrogativi.
Guardò la vastità che gli si parava innanzi.
Sotto di lui, un esercito di un milione di abeti lo osservava a ranghi serrati. Si sentì come se
avesse potuto allungare una mano e toccarli; e, con un singolo ordine, comandarli in una battaglia
fantastica.
A quelle altezze, le nevi perenni coprivano i versanti ondulati, e gli alberi e i massi risaltavano
scuri tra le pieghe scintillanti.
Alzò gli occhi.
Oltre tutto il resto, distanti più di ogni altra cosa, misteriose agli occhi e alla mente, si
innalzavano le montagne.
Le fissò, percorse con lo sguardo la loro massiccia immobilità grigio-blu, le loro cime
maestose, i loro vertiginosi precipizi, i loro fianchi screziati di ghiaccio. Continuò a scuotere la testa e a
guardare l’orizzonte. La risposta era ancora lontana da lui, ammantata dalla nebbia.
«Montagne della mente» disse.
E tornò indietro nel tempo, al momento in cui tutto era cominciato.
«Il genio nella sala d’attesa» scherzò la segretaria, ridendo. «Protagonista: Freddie Kopal.»
Frugò in una corposa pila di cartelle, tenendo d’occhio la riga dei nomi. Le sue labbra si
piegarono in un sorriso.
«Signorina,» disse lui con finta aria di superiorità «lei non sembra avere alcun rispetto per le
grandi menti.»
Lei gli indirizzò un altro sorriso, mentre gli porgeva la sua cartella. «Fredrik Kopal» lesse.
«Dottore in scienze politiche.» Gli fece una smorfia mentre prendeva la cartella. «Chi l’ha detto che sei
un genio, pelandrone?» disse.
«Non avevo bisogno che mi venisse detto, mia cara.»
«Uh! Sei anche modesto, vedo...» disse lei.
«Allora, a che ora passo a prenderti stasera?»
Gli sorrise. «Alle otto, signor genio.»
Le parlò sottovoce: «Continua così e sarò costretto a prenderti a sculacciate come una bambina
cattiva.» Si guardò intorno, osservando gli uomini seduti sulle poltrone e sulle sedie. «Oh, Signore.
Quanto ci vorrà ancora?» chiese.
Lei si strinse nelle spalle.
«Non lo so, tesoro. Davvero. Accomodati su una sedia e porta pazienza.»
Le sorrise disperato. Poi si girò e si diresse verso una poltrona in pelle libera, sentendosi
addosso gli occhi di lei. Accomodò il fisico prestante e posò la cartella accanto a sé.
Poi scosse la testa, disgustato.
Era quasi un crimine far aspettare così quegli uomini, quando avevano cose così importanti da
fare. Tipica efficienza universitaria, pensò – anche se si sarebbe aspettato qualcosa di meglio
dall’università di Fort.
Incrociò le gambe e sospirò.
Tutti qui riuniti per farci sfruttare il cervello, rimuginò. Un gruppo di geni, già vecchi o che
stanno invecchiando, riuniti per permettere a un gentiluomo boliviano di mappare la topografia dei
nostri intelletti.
Lasciò correre lo sguardo sugli uomini seduti in quella sala. Alcuni leggevano, altri
chiacchieravano sommessamente, altri fissavano pensosi le pareti.
Erano tutti lì, al Fort College, per l’Open Science Conference di novembre, un’occasione in cui
veniva offerto un libero spazio ai cervelli più brillanti del mondo per portare avanti progetti di ricerca
cooperativi o individuali.
Per Barth, seduto dall’altra parte della stanza, significava avere la possibilità di aumentare il
suo crescente corpus di pubblicazioni sulla fotosintesi.
Per Hamm e Woolridge significava passare un mese a lavorare con la miglior attrezzatura
elettronica del mondo.
Per Raschler, il ‘pensatore’, significava rinverdire un poco i suoi contatti con la società e avere
un altro po’ di tempo per rimuginare sulla teoria della deviazione, che aveva sconcertato il mondo
intero.
Naturalmente, non c’erano soltanto fisici, pensò Fredrik; avrebbe senz’altro contrastato con lo
scopo di tale convegno. La scienza era ben più della sola scienza della materia. C’è pensiero e pensiero,
questo lo sapeva bene; non si può vivere soltanto di atomi. Musica, letteratura, politica, filosofia e
molte altre – anch’esse una parte integrante del tutto. Ignorarne qualcuna avrebbe tolto credibilità a
tutto il resto.
Poi notò che Katie gli stava di nuovo facendo delle smorfiette. Sorrise e le fece la linguaccia.
Lei si finse oltraggiata e tornò a guardare i fogli.
Fredrik prese con calma una sigaretta e l’accese.
E che significato ha, per me, questo convegno?, pensò. Per me, che comunque vivo qui tutto
l’anno, insegnando scienze politiche?
Si strinse nelle spalle. Significava un cambio di regime, del tempo libero, discorsi stimolanti, e
forse un guizzo di ispirazione per il suo volume eternamente incompiuto, L’anatomia politica.
Per il momento però, decise, significava noia, una sigaretta e una buona scusa per guardare le
splendide gambe di Katie Fisher. Le osservò deliziato e si chiese per la millesima volta: quando, per
tutti i santi, si deciderà a sposarmi e a porre fine a questa attesa sfibrante?
Alzando lo sguardo sul suo viso, osservò quel tentativo di sembrare offesa e una risatina
incontrollabile gli riempì la gola. Poi, dopo che fu tornata al suo lavoro, Fredrik abbassò lo sguardo e
prese una rivista. Rilassandosi, sfogliò pigramente un articolo poco meno che emozionante sulla
Steatosi epatica nello squalo tigre della sabbia.
La porta si aprì di nuovo e ne uscì il dottor Alfred Raschler, strascicando i piedi, con un sorriso
di delicata bizzarria su quel viso indecifrabile.
Guardò gli uomini seduti nella sala e annuì. La sua voce era tranquilla e con un forte accento
tedesco.
«Quel gentiluomo dalla Bolivia ha avuto la sfacciataggine di chiamarmi genio» disse loro.
Ridacchiarono tutti, mentre Raschler si girava verso Katie.
«È tutto?» chiese, come un bambino pronto a obbedire.
Il viso di Katie si illuminò di un sorriso quasi riverente.
«Oh, sì, professore. È tutto. Grazie per averci concesso un po’ del suo prezioso tempo.» Era
quasi senza fiato. «Le spediremo una copia della cartella tra qualche giorno.»
Raschler annuì e sorrise. «Ja. Bene, bene.» Fece scivolare le mani nodose nelle tasche del gilè
non stirato.
«Bene» disse rivolgendosi a tutti loro. «Me ne torno in fabbrica.» Tutte le sue erre erano
marcatamente uvulari.
Mentre si voltava verso la porta, guardò Fredrik per un attimo, e i loro sguardi si incrociarono.
Fredrik si irrigidì. Osservò l’anziano scienziato curvo che spingeva la porta a vetri e si allontanava.
Poi fece un verso di insoddisfazione. A trentasette anni, pensò, ho ancora eroi.
Be’, era impossibile non venerare Raschler. C’era qualcosa di trascendentalmente potente e
stimolante in quel vecchio professore. Sembrava quasi possedere un’aura... divina, pensò Fredrik.
«Dottor Kopal» disse Katie.
Alzò la testa, uscendo dai suoi sogni a occhi aperti. Si alzò in piedi di scatto e si diresse verso
la porta.
«Ha dimenticato la cartella, professore» disse Katie senza nascondere il piacere di farglielo
notare.
«Oh! Ma certo» disse ad alta voce. Tornò indietro per recuperare la cartella, scambiando
occhiate con gli altri uomini. Katie aspettava accanto alla porta per farlo entrare, sopprimendo a fatica
un sorriso.
«Non farci esplodere i macchinari, genio» sussurrò.
Le labbra di Fredrik si incurvarono in un sorriso mentre entrava svelto nella stanza e Katie
chiudeva la porta alle sue spalle.
«Professor Kopal.» Un uomo basso, dalla carnagione scura, gli tese la mano con un sorriso. La
sua stretta era solida e sicura.
«Sono così felice» disse «che abbia trovato un po’ di tempo per sottoporsi al mio
esperimento.»
Fredrik sorrise di rimando. «Non c’è di che.»
Il dottor Marellano ritirò la mano. «E ora, professore,» disse «sarebbe così gentile da sdraiarsi
laggiù? Saremo di ritorno il prima possibile.»
Fredrik si sedette sul lettino e tirò su le gambe. «Le è mai capitato che qualcuno si
addormentasse?» chiese, sistemandosi il cuscino.
«Oh, sì» disse il dottor Marellano. «Gli uomini più anziani tendono alla sonnolenza con una
certa facilità. Ma, ovviamente, c’era da aspettarselo. Sono certo che lei non avrà problemi a rimanere
sveglio.» Sorrise. «A meno che non sia uscito ieri notte, per – come dite voi? – ululare alla luna.»
Mentre parlava, il dottore boliviano continuava ad applicare elettrodi di rame sulla testa di
Fredrik. Ogni elettrodo era connesso con un cavo a un apparato di registrazione.
«Niente ululati» sorrise Fredrik. Rimase in silenzio per un attimo. Poi chiese: «Le correnti del
cervello non sono un po’ troppo deboli per essere tracciate su un grafico?»
L’altro uomo cominciò a inserire degli elettrodi nelle narici di Fredrik.
«Ecco fatto» disse. «Non le dà troppo fastidio?» Fredrik scosse la testa. «Be’, certo,» continuò
il dottore «le correnti sono minime, come dice lei, ma diventano facilmente misurabili quando vengono
fatte passare attraverso un sistema di amplificatori valvolari.» Fredrik annuì.
Poi rimase sdraiato senza dire una parola, fissando la luce del sole che illuminava a chiazze il
soffitto mentre il dottor Marellano regolava l’oscilloscopio che avrebbe tracciato le fluttuazioni dei
segnali emessi dal suo cervello. In lontananza udiva le vibrazioni dei generatori nel grande Centro di
ricerca per la fisica. Arricciò il naso. Questi maledetti affari prudono, pensò.
Alla fine, il boliviano si sistemò su una sedia. Controllò di nuovo tutte le connessioni. Poi
guardò Fredrik.
«E ora, professor Kopal,» disse «quando glielo chiederò, sarebbe così gentile da pensare alla
sua teoria del dislocamento evolutivo degli obiettivi politici?»
Fredrik annuì e chiuse gli occhi. «Sarà un piacere» mormorò.
E la luce trascrisse su carta fotografica i valichi e i picchi della sua concentrazione.
Dieci secondi più tardi, il professor Fredrik Kopal del Fort College, in Indiana, sentì una forte
agitazione pervadergli la mente ed ebbe l’inspiegabile sensazione di essere contattato.
Le dita si contrassero sul lettino, e il cuore aumentò i battiti. Quando la sensazione passò, ebbe
l’impressione di essere di nuovo da solo. E quelle strane parole erano svanite. Parole che dicevano:
Ascoltaci, ora. Poiché siamo con te.
...
.
...
2. Lasciatemi in pace!
...
La busta arrivò per posta due giorni dopo.
La lasciò per ultima, leggendo prima tre lettere personali e dando un’occhiata di sfuggita a un
invito per una tre giorni di convegno sulle scienze politiche a giugno.
Poi, alla fine, aprì la grande busta cachi e tirò fuori il grafico dalla superficie liscia. Staccando
la breve lettera di ringraziamenti, osservò il disegno delle sue onde cerebrali.
Sorrise e annuì divertito, notando come fossero strette e frastagliate le linee tra i margini neri
che segnavano l’inizio e la fine del suo concentrarsi sulla sua teoria.
L’onda marcava un precipizio nel punto in cui si era rilassato, dopo trenta secondi di intensa
riflessione.
«Però» mormorò.
Poi alzò lo sguardo per un attimo, con l’impressione di ricordare qualcosa di strano, accaduto
mentre stavano misurando le sue onde cerebrali.
Non riuscì a ricordare.
Abbassando di nuovo lo sguardo, osservò distrattamente il grafico, tamburellando pigramente
con la sinistra sulla tovaglia.
Lentamente, quasi intangibile, cominciò a sentire di nuovo quell’indescrivibile pulsazione
nella mente.
I muscoli sul viso cominciarono ad aggrottarsi. Guardò il grafico più da vicino. Le spalle si
contrassero involontariamente. «Ma che diavolo...» borbottò tra sé e sé.
Innervosito, mise giù il grafico e, improvvisamente e senza un motivo apparente, la sua mente
visualizzò il viso di Katie.
Si stava allontanando da lui. Venne toccato da una sensazione di prescienza mentre la
guardava allontanarsi come una nave in partenza, silenziosa tra la nebbia. «Katie» mormorò, cercando
invano di combattere, di capire l’opprimente sensazione di perdita che provava.
Guardò di nuovo il grafico, quasi con ostilità.
Mentre lo faceva, inaspettatamente, la stanza cominciò a fondere e a sciogliersi intorno a lui
come cera, portandolo via con sé. Si ritrovò da un’altra parte, in un luogo solitario, in cui il vento
gemeva incessante il suo lamento e il cielo era del blu delle cose congelate. Chiuse gli occhi e lottò per
capire, con il petto che palpitava in allarme.
Era uno strano, nuovo dipinto impresso sulla tela della sua mente. Vide un vasto panorama di
fronte a sé, fitte foreste di abeti e infinite lande coperte di neve.
Gli occhi si spalancarono e, alzando il grafico, lo guardò di nuovo, studiandolo con attenzione.
Poi, improvvisamente, l’intera faccenda divenne chiara e limpida nel suo significato primario –
i picchi, le vallate e i volti ghiacciati di quei precipizi.
Sbalordito, riuscì appena a sussurrare.
«Montagne.» E, un attimo dopo: «Della mente.»
«Oh, Fred, sarà meraviglioso!»
«Cominciavo a credere che non avrei mai visto le ferie. Davvero, tesoro, pensavo che qualcuno
le avesse rinchiuse per sempre, congelate in un frigo o qualcosa del genere. Ma ormai ci siamo! Quante
belle giornate potremo passare assieme. Sono così contento che potrei esplodere di gioia!»
La musica usciva da un coloratissimo juke-box, invadendo l’aria.
Katie avvicinò il corpo flessuoso a quello di Fredrik mentre danzavano sulla pista da ballo
fiocamente illuminata. Fredrik sentì il calore confortante della sua mano sulla nuca, la provocante
pressione del busto contro di sé.
Fece un sospiro profondo e la baciò dolcemente sulla tempia, si rimise guancia a guancia e
chiuse gli occhi.
Lei chiese piano: «Perché quel sospiro, genio?»
Lui si irrigidì involontariamente. «Non chiamarmi così» le disse.
«Ma io sono fiera che il mio fidanzato sia un genio» rise lei.
«Potresti cambiare idea.»
La sua voce era venata di durezza, e Katie si scostò per scrutare curiosa nei suoi occhi.
«Che ti prende, tesoro?» chiese.
Fredrik sentì un improvviso bisogno di gridare: ‘Lasciatemi in pace!’
Ma non riusciva a capire perché si sentisse così, da chi o da cosa volesse essere lasciato in
pace.
«Sediamoci» disse.
Si spostarono dalla pista al loro tavolo. Si sedettero l’uno di fronte all’altra senza dire una
parola.
«Fred, che cos’hai?» chiese lei. «Per favore, parlami.»
Lui strinse il pugno sinistro e fissò le nocche che sbiancavano. «Non lo so, Katie» disse. «È
una sensazione così vaga, informe e...» Sospirò stancamente. «...E impossibile.»
Lei lo guardò preoccupata.
«Ho fatto qualcosa che non va, tesoro?» chiese. Lui le prese svelto la mano e la strinse forte.
«No, no, non sei tu» le assicurò. «Non hai fatto niente di sbagliato.»
Lei sentì un groppo in gola. «Che cosa c’è, allora?» chiese.
Lui prese il bicchiere e sorseggiò il suo drink. «Probabilmente sto diventando pazzo» disse.
Gli occhi di lei non lasciarono i suoi. «Perché dici così, Fred?» chiese.
Esitò. Poi parlò, incerto di come avrebbe reagito Katie.
«Sai quel grafico che mi hai spedito?» disse. «Le onde cerebrali» aggiunse quando lei scosse la
testa.
«Ah, sì» annuì lei. «E allora?»
«Ebbene, sono... sono due giorni di fila che me ne sto a fissare quel dannato foglio.»
Lei quasi sorrise, ma poi vide che lui era assolutamente serio. «Ma perché?» chiese. «Non
capisco.»
Lui serrò le labbra. «Neanch’io... esattamente» disse. «Ma c’è una cosa che diventa sempre più
chiara.»
Le strinse la mano e fece correre lo sguardo sul viso di lei, sui suoi capelli lucidi.
«Che cosa?» chiese lei.
«Devo andare a cercarli. Li devo trovare» disse.
Lei lo fissò, e Fredrik sentì una morsa allo stomaco quando vide la sua espressione incredula.
«Trovare chi?» chiese lei.
«Non c’è un chi» disse.
Poi digrignò i denti, furioso per l’intangibilità di tutta quella situazione. «Ma non sono certo
nemmeno di questo» dovette ammettere. «Non ho idea di cosa cercare.»
Abbassò lo sguardo sul tavolo e strofinò l’indice sinistro sul cerchio di condensa lasciato dal
bicchiere. «Montagne, credo» disse.
«Montagne?»
Le disse del grafico.
«Potrei giurare che da qualche parte in questo Paese c’è una catena montuosa che è
esattamente come la linea delle mie onde cerebrali. Non ho nessuna prova, nemmeno un ricordo per
giustificare questa sensazione. Non sono mai andato vicino alle montagne in tutti gli anni che sono
stato in campeggio. Eppure, nonostante tutto, sono sicuro che sia così – quasi quanto di volerti
sposare.»
Le dita di lei gli strinsero il palmo. «Oh, Fred. Vorrei tanto esserti d’aiuto, veramente.»
«Ma lo fai già» disse. «Lo sai.»
«No, voglio dire con questo genere di cose» disse Katie, con aria triste. «Cose che non riesco a
capire. Cose che succedono nella tua testa. Io... io non sono abbastanza intelligente per poterti aiutare.»
«Tesoro, lo sai che non è questo» insistette lui. «Non c’entra niente. Sai già come la penso. Io
voglio soltanto il tuo amore, la tua dolcezza.»
Fece una pausa e abbassò di nuovo lo sguardo sul tavolo. «Ma non c’entra niente con questo»
disse.
Lei sembrò ancora più confusa.
«Vuoi dire che non si tratta di un problema astratto? Cioè, dovresti andare alla ricerca di una
vera montagna?»
«Proprio così. Non so perché, ma lo sento.»
Rimasero seduti in silenzio, e Fredrik vide le ombre che cambiavano sul viso di Katie. Le
sollevò la mano e la baciò.
«Ma non voglio perderti» disse.
Sentì la mano di lei che tremava nella sua stretta. «Perdermi?» chiese, interdetta.
Lui si morse le labbra. «Ho la sensazione che succederà» disse. «Non so perché. È solo che...
non riesco a liberarmene. E questo mi rende infelice.»
Lei lo guardò mentre se ne stava seduto a fissare cupamente il tavolo.
Quante volte l’aveva visto così, si chiese, quanti terribili momenti aveva passato mentre lui era
assorto nel suo silenzioso lavoro? Quante volte aveva sofferto di solitudine, sentendosi esclusa, perfino
quando stava tra le sue braccia? Quante volte era stata davanti alla sua porta chiusa, aspettando
paziente che la aprisse e, una volta ancora, la lasciasse tornare nel suo cuore?
«Devo farlo» le stava dicendo. «Devo.»
Lei cercò di smettere di tremare. «Se solo potessi capirlo» disse. «È tutto qui? Stai solo
dicendo che pensi che il grafico delle tue onde cerebrali sia... una fotografia di una montagna? Soltanto
questo?»
Lui sorrise cupo.
«Soltanto questo» disse. «Che il grafico è un ritratto di queste montagne. E che, per una
qualche ragione, devo trovarle.»
Lei si appoggiò allo schienale della poltroncina, senza parole. Le sembrava tutto così insensato
e assurdamente melodrammatico. Si sentiva a disagio e non poteva non avere una fastidiosa
inclinazione a credere che la stesse ingannando.
«È la verità?» disse, più come una reazione ai dubbi che la attanagliavano che come una
domanda vera e propria.
Lui alzò di scatto lo sguardo. «Perché dovrei mentirti?» chiese, con una punta di freddezza
nella voce. Katie chiuse gli occhi e fece un respiro profondo. «Non lo so, Fred» disse piano.
Continuava a stringerle la mano.
«Ascolta, tesoro» le disse deciso. «Mi devi credere. Non posso spiegarlo, è vero. Ma sono
certo che ci sia qualcosa che mi sta... guidando, in un certo senso, alla ricerca di queste montagne.
Semplicemente, so che esistono.» Fece una pausa. «E le devo trovare» concluse.
Lei sfilò lentamente la mano.
«Ci siamo già passati, Fredrik» disse.
Lui si irrigidì mentre lo diceva. Era arrabbiata. Utilizzava sempre il suo nome completo
quando era arrabbiata con lui.
«Vuoi dire che non mi credi, Katie?»
«Non è un problema di crederti o non crederti» disse lei. «Il punto è, piuttosto, perché diventi
così. Non è la prima volta. No, aspetta prima di parlare. Non importa quali siano le circostanze. Quel
che importa è che a volte tu non sei con me, o con nessun altro. Non sei nemmeno con te stesso. Sei
guidato, sì, ma dalla tua interminabile... fame di sapere. E non so se riuscirò a sopportarlo ancora.»
«Katie, non puoi dire sul serio. Non mi vorresti se fossi diverso.»
Le spalle di lei si abbassarono, rassegnate. «Non lo so, non lo so» disse. «Tutto quello che so è
che tu sei lontano da me, ora. All’improvviso, sei distante un milione di chilometri da me, e questo non
riesco a sopportarlo.»
La musica si intromise e circondò il silenzio del loro tavolo.
Fredrik la guardò in volto, ma lei teneva gli occhi bassi. Le sue labbra erano premute in una
sgradevole, sottile linea.
Lui chiuse gli occhi. Stanotte, fu la parola che gli risuonò in mente. Ma sono io?, pensò. Sono
io, o è qualcosa al di fuori di me che mi esorta, mi spinge e mi trascina verso il precipizio?
«Devo andarmene stasera» disse, maledicendo sé stesso per averlo detto con tanta brutale
casualità.
Lei alzò di scatto lo sguardo.
«Stanotte?»
Le sue mani tremarono sul tavolo. «Sì» disse nervoso. «Mi dispiace ma... non ho scelta.»
Vide le sue labbra che si incurvavano all’ingiù. Dopo una breve pausa, Katie disse: «E dove, se
posso chiedere, hai intenzione di andare?»
Katie, non essere arrabbiata con me, ti prego!, supplicò la sua mente. Ho bisogno del tuo aiuto,
ora più che mai.
Scosse brevemente la testa. «Non lo so,» disse «ma suppongo che... continuerò a guidare
finché non le trovo.»
Quelle parole suonavano così infantili che si chiese come avesse potuto anche soltanto
pronunciarle.
Il viso di Katie si era irrigidito in una maschera indecifrabile.
«Oh, che bel piano» disse. «Così meravigliosamente chiaro.»
Fredrik sentì i muscoli irrigidirsi per la rabbia.
«È tutto quello che posso fare» disse, cercando di controllarsi.
«E per quanto tempo pensi di stare via?»
«Forse...» Si strinse nelle spalle, impotente. «Katie, non lo so. Per favore, non parlarmi in
questo modo.»
Lei si irrigidì sulla sedia, evitando il suo sguardo. «E immagino che tu sia al corrente del fatto
che le mie ferie iniziano tra due giorni?»
Lui guardò mortificato la superficie del tavolo.
«Pensi che non mi abbia tormentato il fatto che questa... questa stupida cosa mi sia capitata
proprio quando stavamo per passare una settimana insieme?»
Lei si chinò verso di lui. «E allora non andare, tesoro. Se è una cosa così vaga e insensata, non
andare.»
I loro sguardi si incontrarono. Era un momento decisivo. Lo sentì con certezza. E sentì anche
che, sul piatto della bilancia, c’erano tutte le loro speranze per un futuro insieme.
Abbassò lo sguardo. «Devo farlo» disse.
Lei prese la borsetta dal tavolo. Allungando una mano, prese il cappotto e se lo mise sulle
spalle lisce.
«È meglio che mi riporti a casa» disse.
Lui rimase seduto, immobile e intorpidito. Dio mio, pensò angosciato, che cosa sta
succedendo? Che cos’è che mi costringe ad allontanarmi dalla donna che amo?
«Allora?» disse lei.
Lui si alzò lentamente. «Va bene, ti riaccompagno a casa» disse. «Immagino che non abbia
senso continuare a parlarne.»
Più tardi, mentre la sua piccola coupé usciva dall’autostrada e si inoltrava nella periferia di
Fort, Fredrik lanciò un’occhiata verso la sagoma silenziosa di Katie.
«Questo cambia così tanto le cose?» chiese.
Lei rimase in silenzio. Si sentiva il rumore della gonna mentre cambiava posizione senza darsi
pace.
Poi chiese: «Perché, non le cambia?»
Fredrik strinse con più forza il volante. «Sembri impaziente di farla finita.»
«Impaziente?»
Katie si voltò di scatto verso di lui. «Ti rendi conto di quello che dici? Sai da quant’è che
progettavamo questa settimana assieme? Sei mesi, ecco da quant’è – fin da quando abbiamo saputo che
non saremmo potuti andare in vacanza quest’estate. E ora, quando finalmente ci siamo, tu hai un colpo
di genio e decidi di mollare il college, mollare me, mollare ogni cosa, per andartene in giro alla ricerca
di... di una dannata montagna!»
Lui strinse le labbra. «Ho provato a spiegartelo» disse. «Se ti fidassi di me, non penseresti che
sto facendo tutto questo soltanto per farti del male.»
«Che altro dovrei pensare, allora?»
«Non credi di essere un po’ troppo vanagloriosa, Katie?»
Lei si girò furiosa dall’altra parte e guardò fuori dal finestrino.
«E va bene» disse. «Va’ pure a cercare la tua montagna. Ma fammi il favore di smetterla di
chiedermi se cambia le cose tra noi.»
Fredrik premette irritato sull’acceleratore. Montagne... Montagne... Montagne... Quella parola
pulsava nel suo cranio come un ordine petulante.
La scacciò scuotendo la testa. Perché insisto con questa scemenza, si rimproverò; come posso,
in tutta coscienza, fare una cosa del genere a Katie...
Si appoggiò al sedile e fissò assente la strada buia che correva sotto le ruote della macchina. È
inutile, del tutto inutile.
Ci andrò comunque. Non posso fermarlo nemmeno per un momento.
Ascoltaci, ora.
Il messaggio toccò di nuovo la sua mente, come già aveva fatto due volte in precedenza.
Lo accettò inconsciamente, e si sentì rilassato e calmo. Fu pervaso dalla sensazione, irrazionale
eppure assolutamente nitida, che stesse facendo la cosa giusta.
Di conseguenza, non parlò più con Katie visto che pensava che non ci fosse altro da dire. Si
lasciarono con un silenzio teso, sconcertante.
...
.
...
3. Quello sono io?
...
Mentre preparava i bagagli, fuori pioveva. Enormi gocce, catapultate dal vento, si
schiantavano sulla finestra della stanza e scivolavano silenziose lungo il vetro. Fredrik aveva fretta, i
suoi passi andavano dal letto alla scrivania e ritorno. Sembrava non avere la forza di fermarsi e
ragionare su quello che stava facendo. Tutto quello che riusciva a pensare era che, come una marionetta
dal viso piatto e gli occhi a bottone, fosse costretto e spinto da fili che lo imprigionavano da insondabili
altezze.
Si fermò un attimo per controllare il contenuto della sacca da viaggio.
C’era tutto ciò di cui aveva bisogno, tirato fuori dagli oscuri recessi dell’armadio. Lo zaino di
tela, la borraccia, le coperte pesanti, la tenda, il materiale per cucinare – tutti gli ammuffiti simboli di
vacanze passate. Rimise tutto nel capiente zaino e ne strinse le cinghie. Lo gettò sul letto e tornò verso
la scrivania.
Senza guardarlo, fece scivolare il grafico delle onde cerebrali in una custodia impermeabile.
Poi prese la giacca a vento con il collo foderato di pelliccia dall’armadio, infilò il grafico nella
profonda tasca destra e lanciò la giacca sullo zaino.
Si voltò, e lo specchio gli rimandò un freddo riflesso della sua agitazione.
Quello sono io?, si chiese. È davvero Fredrik Kopal, trentasette anni, politologo?
E per un lungo, interminabile momento, smarrì il senso della propria identità, fissando
incuriosito quell’uomo alto e dalla testa larga che aveva un’espressione così tesa sul volto. Dove sta
andando?, si chiese. Quale folle missione lo spinge ad abbandonare tutte le certezze per compiere la sua
ricerca nel bel mezzo di una notte buia e tempestosa?
Sbatté le palpebre. Era di nuovo lui.
Strinse forte i pugni lungo i fianchi.
«Non ci andrò» disse, sfidando l’informe potere che sentiva sempre più vicino.
Ma qualcosa fece tremare il suo corpo e si vide impallidire nello specchio, come se
all’improvviso non avesse più una goccia di sangue in corpo. La stanza prese a scorrere come acqua
sotto i suoi occhi e, una volta ancora, udì il vento ululare e sentì l’incombente forza del silenzio di
quelle terre sconfinate.
Fece un respiro profondo e si scostò dalla scrivania, scuotendo la testa sconfitto.
«Katie, è inutile» mormorò.
Se era la fame di sapere a guidarlo, doveva essere soddisfatta. Se era l’impellente comando
della sua mente, doveva obbedire. Se era...
Buttandosi sul letto, batté il pugno sul materasso.
«Dannazione!»
La sua imprecazione si gonfiò in una piccola nube di polvere. Era pervaso da una rabbia
amara. Rabbia per la crudele egemonia della mente. Perché doveva essere obbligato a imbarcarsi in
questa avventura idiota? Perché non poteva esserci nessuna resistenza razionale? Perché, contro ogni
buonsenso, stava lasciando Katie, recidendo spietatamente i legami della loro relazione?
Con gli occhi chiusi, rivide la spaventosa immagine del suo viso che si allontanava da lui. Le
mani si contrassero, sentì quasi il bisogno di afferrare quella visione per riportarla vicino a sé.
Poi i suoi occhi si spalancarono e ogni cosa era tornata al suo posto.
Sentì lo squillo fastidioso del telefono risuonare nel corridoio.
Rimase seduto, immobile, per un istante. Poi si alzò e le sue scarpe pesanti rimbombarono sul
pavimento. Lo squillo gli risuonò stridulo nelle orecchie quando aprì la porta e uscì nel corridoio.
Alzò la cornetta. «Sì?»
«Professor Kopal, è lei?»
Fredrik si irrigidì al suono di quella voce. La sua mente eccitata lottò, una frazione di secondo,
per catturare i fuggevoli fili di un’intuizione che sembrava inserire il proprietario di quella voce nel
puzzle intricato di quella impossibile situazione.
«Sì,» disse di riflesso «sono io, professor Raschler.»
«Ah. Ha riconosciuto la mia voce.» Il vecchio professore sembrò divertito. «È per caso
occupato, in questo momento, professor Kopal?»
Fredrik si agitò. «Perché me lo chiede?»
Si sentì frastornato e confuso. La sua voce suonava strana, come il pulsare lontano dell’oceano
dall’interno di una conchiglia.
«Siamo qui» disse Raschler. «Ci sono il dottor Hamm e il dottor Woolridge, Barth e pochi
altri. Ci siamo ritrovati nella mia stanza per una chiacchierata informale.»
Le labbra di Fredrik si inarcarono impercettibilmente.
«Abbiamo pensato che avrebbe potuto farle piacere unirsi a noi» continuò il vecchio
professore. «Credo che andremo avanti per giorni e giorni.»
Fredrik si appoggiò alla parete, sentendo un profondo disappunto. Per qualche ragione, aveva
immaginato qualcosa di diverso.
«Non credo di potere» disse stancamente.
Guardò il corridoio buio verso la lama di luce che proveniva dalla porta della sua stanza. «Sto
lasciando la città» disse.
«Ah...»
Fredrik trattenne il fiato.
Il vecchio professore aveva pronunciato quella sillaba come se, improvvisamente, l’enigma
dell’universo fosse stato illuminato da una rivelazione.
Attese nervosamente.
Ma Raschler continuò a parlare della riunione. «Mi dispiace che non possa essere dei nostri»
disse. «È una riunione davvero interessante.»
«Sono certo che lo sia.» La voce di Fredrik era demoralizzata ora. Era ansioso di lasciare la
città. «Sono dolente di non poterci essere» disse.
«Per quanto tempo pensa di stare via?» disse Raschler.
Fredrik si interrogò vagamente sulla curiosità del vecchio professore. «Soltanto un po’» disse.
«È una questione... di affari.»
«Bene, allora ci vediamo presto» disse Raschler.
La linea fu tagliata seccamente, e Fredrik rimase a fissare la cornetta.
Poi sospirò. Rimise lentamente la cornetta a posto e tornò alla sua stanza.
Riunì svelto le sue cose, spense la luce e tornò nel corridoio.
Dopo aver chiuso il portone principale, corse sotto la pioggia battente fino alla sua coupé, nera
e lucida sotto la luce del lampione.
Rimase in ascolto, mentre guidava, del suono deciso delle gomme sull’asfalto, del tamburellare
della pioggia sul tettuccio, del singhiozzo ritmato del tergicristalli.
Erano tutti suoni così solitari.
«Katie» sussurrò, fissando infelice l’oscurità di fronte a sé, osservando i nastri di pioggia
danzare nel fascio luminoso dei fari.
Soltanto un minuto dopo si rese conto di essere quasi arrivato a casa sua.
Girò di scatto nel suo isolato, con le mani strette sul volante.
Poi si fermò sulla curva e spense il motore. Si sentì lo stomaco sottosopra. La sua mente
vacillò nella sua determinazione. Una qualche forza, invisibile, continuava a fargli alzare la mano verso
l’accensione, continuava a intimargli di andarsene, di guidare veloce attraverso la notte e verso le montagne.
Ma c’erano delle linee di forza anche intorno alla casa di Katie.
La guardò. C’era una luce accesa alla finestra del salotto. Se la dipinse come una falena
intrappolata in un lampadario. Katie era lì dentro.
Katie, la donna che amava.
Lo sportello della macchina si richiuse alle sue spalle.
Corse attraverso la pioggia fitta fino al portico e rimase lì, al buio, tremante, con l’acqua che
gli gocciolava dai capelli, scivolando lungo la fronte e le tempie.
Premette il campanello e sentì il trillo attutito che produsse all’interno della casa. Il cuore prese
a battere più veloce e, quando si infilò le mani nelle tasche dell’impermeabile, sobbalzò al tocco della
custodia con il grafico.
Sentì dei passi che si avvicinavano alla porta.
«Dio, fa’ che sia lei» mormorò inconsciamente, chiudendo gli occhi.
La porta si aprì.
«Fredrik!» disse il professor Fisher. «Vieni dentro, accomodati.»
Fredrik avanzò sul tappeto, nel calore dell’ingresso. «Qual buon vento ti porta qui, a
quest’ora?» chiese il professor Fisher.
«Sono venuto a trovare Katie» disse piano Fredrik.
Il professor Fisher annuì. «Oh.» Sembrò voler dire qualcosa di più, ma poi si voltò.
«Vado a chiamarla» disse, e cominciò a salire le scale, parlandogli da sopra la spalla. «Togliti
pure la giacca, ragazzo mio.»
Fredrik aprì la zip della giacca a vento e l’appese all’antico attaccapanni accanto alla porta.
Voltandosi, dette un’occhiata nel salotto.
In un primo momento, non fu colpito.
Poi, all’improvviso, ricordò le parole del professor Raschler: ‘Il dottor Hamm e il dottor
Woolridge, Barth e pochi altri.’
Il professor Barth era seduto in salotto, intento a leggere un libro, con in mano un mezzo sigaro
che emanava la sua grigia spirale di fumo.
Mentre Fredrik lo osservava, una strana inquietudine si impossessò nuovamente dei suoi
pensieri. Raschler, Raschler... Quel nome era un’eco inquietante lungo i corridoi della sua mente. Che
cos’aveva quel vecchio professore? Perché mai lui, Fredrik Kopal, sentiva quella strana affinità con il
matematico tedesco? Avevano a malapena parlato, a parte qualche incontro occasionale. I loro campi di
interesse non sembravano avere nessun punto in comune. Che cosa potevano avere in comune le
scienze politiche e la fisica? Eppure, attraverso un immaginario scavalcamento delle loro differenze,
Fredrik si sentì profondamente cosciente della loro vicinanza. Aveva quasi l’impressione che fossero...
Fratelli.
Era l’unica parola possibile.
Il suono di passi lungo la scala lo riportò nel mondo reale e una nuova ondata di dispiacere lo
sommerse quando si rese conto che, perfino nella sua casa, si era completamente dimenticato di Katie
in quegli ultimi istanti. Nonostante fosse venuto per lei, nonostante l’amasse e desiderasse
ardentemente il suo perdono, non aveva pensato ad altro che a Raschler e a questo folle desiderio di
comprensione.
Katie indossava una vestaglia color crema sopra il pigiama. I piedi avvolti dalle pantofole
sussurravano sui gradini coperti dalla passatoia mentre scendeva verso di lui, con suo padre dietro di lei.
Fredrik la guardò dritto negli occhi.
E poi furono uno di fronte all’altra. Lei era pallida e, quando gli toccò la mano, sentì che era
fredda e tremava proprio come la sua.
«Ciao» disse lei, molto piano.
Suo padre passò loro accanto e, senza una parola, tornò in salotto.
«Tuo padre lo sa?» chiese lui.
Lei annuì e si voltò. Fredrik la seguì nello studio.
Katie chiuse la porta e si voltò verso di lui. Aveva il viso stanco e gli occhi rossi per aver
pianto a lungo. Nella luce fioca dell’applique sulla parete, i capelli ordinatamente spazzolati le
brillavano scuri sulle spalle. Lui rimase in piedi nervosamente, con le mani in mano.
«Che cosa... che cosa c’è?» chiese lei, cercando invano di mantenere un tono fermo.
Lui fece un respiro tremante. «Io...» cominciò. Fece un passo esitante verso di lei. «Dovevo
vederti prima di andare» disse.
I loro sguardi rimasero allacciati. Lei stava per dire qualcosa.
Poi, all’improvviso, si ritrovarono abbracciati, stretti l’uno contro l’altra, la guancia calda di lei
premeva sul suo viso. Fredrik chiuse gli occhi e respirò il profumo dei suoi capelli di seta.
«Oh, caro» sussurrò lei. «Tesoro.»
Senza smettere di abbracciarsi, aprirono la porta dello studio.
«Va tutto bene, Fred» stava dicendo lei. «Voglio che tu vada, se è così importante. Non riesco
a capirlo. Ci ho provato, con tutta me stessa, credimi. Ma voglio che tu lo faccia comunque, se senti che
devi...» Si avvicinò ancora di più e lo baciò su una guancia. «Ma per favore, torna presto» gli sussurrò
in un orecchio. «Mi mancherai così tanto.»
«Lo farò Katie» rispose lui. «Ti prometto che tornerò presto.»
Si abbracciarono e si baciarono. Poi, mentre si scostava, lei scosse la testa, come per una
vertigine.
«Sarà dura» disse, con un sorriso che le addolciva il viso. Lui la strinse forte a sé.
Nell’ingresso, lei gli disse: «Promettimi che mi chiamerai ogni sera. Anche se non riesci a
trovare un telefono.»
«Se non riuscirò a trovarlo, ne costruirò uno» promise, sorridendo.
Lo aiutò a rimettersi la giacca a vento. «Santo cielo, ma dove stai andando?» chiese. «Sembri
un boscaiolo.»
Lui scosse la testa, di nuovo nervoso.
«Dio, vorrei tanto saperlo.» Lei lo baciò. «Non fa niente.»
Lui fece per girarsi. Poi, guardando nel salotto, chiese: «Katie, da quanto tempo è arrivato il
professor Barth?»
«È stato qui tutta la sera, da quanto ne so. Ha cenato con noi. Perché?»
Lui le disse della telefonata di Raschler. «Strano» mormorò lei.
«Dove alloggia il professor Raschler?» chiese lui.
«Al Tiger Hotel» rispose lei. Fredrik annuì. Poi disse: «Sarà meglio che vada.»
Lei lo strinse a sé, allarmata, senza lasciarlo andare. Dopo un lungo momento si fece indietro,
con un sorriso teso sulle labbra. «Mi chiamerai?» disse.
«Promesso» disse lui.
«Va... va bene se dico alle persone che me lo chiederanno dove sei andato?» chiese lei.
Lui sorrise divertito. «Perché no?» disse. «Se non ti importa che la gente pensi che il tuo
fidanzato sia matto da legare...»
Lei cercò di sorridere mentre Fredrik le dava un ultimo bacio, e mentre salutava da lontano
Barth e il professor Fisher.
Poi gli sussurrò, mentre usciva: «Fa’ attenzione.»
Non era servito. Riconciliarsi con lei non l’aveva aiutato affatto. Era nauseato esattamente
come prima, mentre correva lungo il viale, tirandosi su il colletto.
La pioggia schizzò sulla sua schiena mentre entrava in macchina e sbatteva lo sportello.
La mano esitò prima di girare la chiave.
Non aspettare oltre, sembrò ordinargli qualcuno. Si irrigidì, resistendo mentre accendeva il
motore. Prima andrò a trovare il vecchio, decise. E la lotta riprese.
Poi, mentre la macchina girava l’angolo, guardò verso la casa e vide Katie, in piedi sull’uscio
ancora aperto, che lo guardava andar via.
«Addio» sussurrò.
Ed ebbe un fremito mentre quella parola spaventosa gli risuonava in testa.
...
.
...
4. Una notte vibrante.
...
Fu più forte di lui. Riuscì a dirigere la macchina verso il centro, verso il Tiger Hotel. Ma più si
avvicinava e più cresceva violento in lui il bisogno di lasciare la città.
Impotente, guardò l’albergo sfilare fuori dal finestrino, sentendo il piede che spingeva
meccanicamente sull’acceleratore, quando invece lui avrebbe voluto fermarsi.
Poi l’albergo e Main Street furono dietro alle sue spalle.
Come un automa, rimase seduto nell’oscurità dell’abitacolo, guidando verso la periferia della
città. Il bagliore dei lampioni macchiava la sua macchina e si ritirava. Come un’onda, andava e veniva.
I chilometri si susseguono, pensò la sua mente; e la volontà si allontanava. Dita invisibili continuarono
a guidarlo. Siamo con te, vibrò un messaggio nella notte.
E Fredrik guidò. E non dormì.
Verso le cinque del mattino seguente si fermò in una stazione di servizio e telefonò al Tiger Hotel.
Il receptionist gli disse che Raschler aveva lasciato l’albergo da venti minuti.
«Ha per caso lasciato un messaggio con un recapito?»
«No, non l’ha fatto» disse l’uomo.
Fredrik riattaccò e tornò in macchina.
Rimase seduto nell’abitacolo, avvilito, per qualche lungo minuto.
Non ci sperare, si decise alla fine, questa cosa la devi fare da solo.
Scuotendo la testa, accese la macchina e si allontanò.
Si impuntò. Gli costò tutta la forza di volontà che gli era rimasta, ma ci riuscì.
Portò deliberatamente la macchina fuori dall’autostrada e la guidò lentamente per una strada secondaria.
Poi fermò la macchina e rimase seduto, immobile, concentrato.
Era vero. Quando aveva lasciato l’autostrada, era come se stesse saltando fuori pista,
separandosi dall’influenza di un raggio direzionale. Una volta fuori, seppe immediatamente che stava
andando nella direzione sbagliata. Era una cosa incredibile, opprimente e irreale. Eppure innegabile.
Con gesto nervoso riaccese il motore, girò la macchina e tornò sull’autostrada.
Lì venne immediatamente ripreso e si rilassò. Continuò a spostarsi verso ovest.
Mentre guidava, provò a mettere ordine tra i suoi pensieri. Le onde cerebrali, le montagne,
Raschler, Katie, quella fretta indomabile.
Ma era tutto troppo confuso, un guazzabuglio di fili intrecciati e annodati a caso. Più ci
pensava, più diventava confuso. Forse sono matto sul serio, pensò più di una volta. Sembrava una
prospettiva molto probabile. Forse, pensò, quando un genio impazzisce sceglie il percorso più
fantasioso per dirigersi verso la rovina. Forse il collasso della mente era direttamente proporzionale al
suo sviluppo.
Ma questo non era che pura speculazione. Perdipiù, per quanto strano e incredibile, era ben più
sicuro della fondatezza della sua ricerca di quanto non lo fosse della sua possibile follia.
Era certo che alla fine della sua ricerca non avrebbe trovato la pazzia ad attenderlo, ma la più
sconvolgente delle rivelazioni.
Per cui continuò a guidare, fermandosi una volta soltanto nel pomeriggio per comprare cibo e
scorte. E, mentre guidava, il ronzio del motore cullò la sua mente in una rete di pensieri senza forma.
Pensò soprattutto a Katie, chiedendosi ancora una volta perché non si fossero mai sposati.
Gli venne in mente più di una volta, dolorosamente, che avrebbero potuto sposarsi molte volte,
in passato.
Se non fosse stato per lui.
C’era quella volta in cui aveva detto che aveva bisogno di più tempo per le ricerche per il suo
libro. Come sembrava inconsistente questa scusa, adesso. C’era quella volta in cui se n’era andato in
giro per il mondo, presumibilmente intento ad aumentare il materiale bibliografico per il suo lavoro.
Ora però, si rendeva conto che non aveva niente a che fare con il lavoro. Quella scusa era stata soltanto
una goffa razionalizzazione.
E poi c’era quella notte in cui le aveva detto con brutale semplicità che le loro menti non
avrebbero mai potuto trovare un terreno comune.
Tremò al ricordo di quelle parole.
E l’idea ricorrente che si insinuava dentro e fuori questo flusso di pensieri era che tutte le sue
scuse non erano altro che velati tentativi di evitare il matrimonio.
I chilometri scorrevano sotto le ruote della macchina, a tutta velocità. Fredrik sedeva curvo e
immobile al volante.
E, una volta, quando percepì il messaggio – siamo con te – rispose debolmente: «Vi sento.» La
sua mente accettò quella perdita di intenzionalità.
Nel tardo pomeriggio attraversò il confine di Stato.
«Pronto?» disse lei.
«Ciao, Katie.»
«Fred! Oh, dio, sono così contenta che tu abbia chiamato. Dove sei?»
«Non lo so, Katie. In Iowa, credo.»
Lei rimase un attimo in silenzio. Percependo il suo imbarazzo, Fredrik seppe improvvisamente
che non le avrebbe detto niente; non le avrebbe detto delle onde su cui viaggiava, della sempre maggior
chiarezza delle sue visioni mentali. Non le avrebbe detto niente della crescente complessità dei
messaggi che stava ricevendo.
«Non sai dove sei?» disse lei.
«No, non lo so.»
Lei sospirò. «Come stai, Fred?»
«Sto bene.»
«Hai trovato quello che stavi cercando?»
«No, Katie, le montagne non sono...» Esitò. Poi disse: «No, non ho trovato ancora niente.»
«Ah.»
La sua voce gli sembrava strana. Gli dava fastidio. «Stai mangiando abbastanza?» gli stava
chiedendo lei. «Spero che tu stia facendo qualche pausa per dormire la notte.» Si appoggiò alla parete
della cabina telefonica e osservò la cornetta scheggiata. Era come se Katie fosse la voce della sua
coscienza nascosta. Era come se il canale per le parole fosse aperto soltanto in un verso e lui non
potesse in alcun modo discutere quel che lei diceva.
La cornetta era silenziosa.
Si chiese che cosa le era successo. Scosse la testa stordito.
Poi la voce di lei chiamò: «Fred?» Lui scosse la testa.
«Che c’è?» chiese.
«C’è qualche problema?»
Lui cercò di parlare con tono rassicurante, ma non ci riuscì. «Credo di non aver dormito» disse.
«Mi sento un po’ intontito.»
«Che cosa? Per l’amor di dio, amore, ti prego, non guidare se hai sonno. Finirai per uscire di
strada.»
«Va bene, Katie. Farò attenzione.» Si sentì irrequieto. Voleva terminare quella conversazione e
tornare sulla strada.
«Fred, credi... credi ancora che troverai qualcosa?»
Lui si irrigidì e quasi gridò nella cornetta: ‘Smettila di farmi queste stupide domande!’
«Non lo so» disse piano. «Non so dirlo, Katie.»
«E non sai per quanto starai via?»
La sua voce si alzò. «Katie, non me lo chiedere!»
Capì che stava quasi per piangere dal modo in cui tremava la sua voce.
«Mi dispiace» disse. «È solo che... è solo che mi manchi così tanto.»
Fredrik chiuse gli occhi all’improvviso, mentre il suo amore lo raggiungeva come un tocco
caldo attraverso tutti quegli strati di resistenza. Si sentì tremare. E all’improvviso desiderò di essere con
lei, di poterla abbracciare.
«Tesoro, mi dispiace» disse dolcemente. «Credimi. Te lo direi se lo sapessi.»
Ma più tardi, tornando in macchina, seppe di averle mentito.
Non c’era nessun dubbio nella sua mente. Era sempre più certo del suo viaggio.
Le aveva mentito. E l’aveva fatto, oltretutto, con assoluta sincerità, pienamente convinto delle
proprie parole.
Guidò cupo attraverso la notte, incapace di fermarsi, nonostante gli occhi pesanti e i muscoli
che cominciavano a dolere per la stanchezza.
Non poteva fermarsi. Era impossibile.
Continuò a far scattare la testa e a fissare esausto la striscia scura davanti a sé.
Guardò l’orologio del cruscotto e vide che era quasi mezzanotte.
Osservò il cielo, fuori dalla macchina. La luna piena andava alla deriva in una notte d’ebano.
Bagnò l’autostrada con la sua luce finché non sembrò un nastro bianco che si stendeva sulla terra.
Lo fissò.
Lentamente, cominciò a perdere non soltanto il senso della propria identità, ma anche il senso
dello spazio. I suoi occhi, socchiusi, si spalancarono. La sua testa ciondolava e scattò ripetutamente. Gli
occhi si chiudevano, si chiudevano...
Una notte vibrante. Le stelle erano come schegge di gioielli sparse su un cuscino di velluto. Il
nastro dell’autostrada cominciò a muoversi, torcersi e rivoltarsi. Non era più all’interno della
macchina, stava galleggiando a mezz’aria. Stava avanzando a nuoto in uno spazio nero, sempre più a
fondo, bracciata dopo bracciata, e sotto di lui c’era quella striscia ondulata tra i peli della Terra.
Molto più lontano. Strinse gli occhi continuando a nuotare. E vide le montagne, con i loro picchi
taglienti come rasoi. Si stavano avvicinando, precipitandosi verso di lui. Cercò di fermarsi. Premette
freneticamente con il piede, ma non c’erano freni. Soltanto aria. Imprecò e allungò una mano verso il
freno di emergenza. La mano afferrò qualcos’altro. Era il grafico. Lo guardò da vicino. È luminoso,
pensò; i picchi e gli avvallamenti stanno brillando di una luce spaventosa. Katie, ci sono quasi. Cercò
di chiamarla. Introdusse una moneta nel telefono ma quella cadde e rotolò sul pavimento della cabina,
e le pareti della cabina cominciarono a restringersi. Non riesco a raggiungerla, pensò. Gridò. Non
posso raggiungerla! Alzò gli occhi verso le montagne che gli stavano volando addosso. Tutte le
montagne erano Raschler, e i loro picchi erano i suoi disordinati capelli bianchi. Sì!, urlò Fredrik, in
tono di sfida. Sono qui, qui, qui... Montagne della mente! Torreggiarono sopra di lui. Raschler sorrise,
scomparve, sorrise, scomparve. Fredrik gridò e alzò le braccia per attutire il colpo di una catena
montuosa che stava per abbatterglisi sulla testa. Siamo con te, cantarono i picchi. Siamo con te, fecero
eco le valli, e la neve gli coprì gli occhi come polvere ghiacciata, accecante. Basta!, supplicò.
Salvatemi. Katie!
«Katie!»
Grugnì e sobbalzò sul sedile, aprendo di scatto gli occhi. Le mani afferrarono istintivamente il
volante e riportò la macchina sulla corsia destra dell’autostrada, dopo averla fatta sbandare fuori per un
momento da quella giusta.
Tirò un profondo sospiro di sollievo.
Mio dio, devo essermi addormentato per un secondo, pensò. Brutta faccenda. Aveva ragione
lei. Farei meglio a fermarmi da qualche parte e a dormire un po’.
Poi dette un’occhiata di sfuggita all’orologio.
Il cuore mancò un battito. Si scordò quasi di essere al volante mentre fissava l’orologio.
Erano le tre passate.
Alzò lo sguardo e fissò incredulo la notte che cominciava a morire. La luna era scesa e
all’orizzonte il cielo era orlato di grigio.
Si sentì perso e confuso. Premendosi una mano incerta sulla fronte guardò nuovamente
l’orologio, poi controllò che dicesse il vero sul suo orologio da polso.
«È impossibile» mormorò con voce tremula.
Ancora scosso, si fermò al primo motel che incontrò e dormì. Anche se aveva l’impressione
che potesse continuare a guidare e dormire in macchina.
Ma era contro ogni buonsenso continuare in quel modo, e stava cercando in tutti i modi di
aggrapparsi a quel che rimaneva del suo buonsenso.
Prese una decisione: avrebbe guidato soltanto durante il giorno.
Nei due giorni che seguirono, guidò senza sosta.
Una volta dormì cinque ore, e la macchina si guidò da sola.
La sera del secondo giorno vide le montagne.
Parcheggiò lungo una strada sterrata accanto a un gruppo d’alberi. Una volta fermo, scese
rigido dalla macchina e, racimolando le sue cose, preparò lo zaino. Dopodiché rientrò carponi in
macchina e dormì a lungo.
Poi, la mattina presto, quando il cielo cominciava appena a schiarirsi, chiuse la macchina e si
incamminò verso le montagne distanti.
L’aria era invasa dal canto degli uccelli. Gli alberi si ergevano come sentinelle silenziose
intorno a lui mentre procedeva e su, in alto, Fredrik sentiva il vento ululare; tutto esattamente come
nelle sue visioni.
E questo era come tutto era cominciato.
Ora era di nuovo lì.
Si mosse sulla fredda roccia. Alzandosi con un gemito, si stirò e guardò di nuovo il panorama
davanti a sé.
Dovrei essere lì per domani mattina, stimò, anche se non c’era modo di calcolarlo con
certezza. Ma lo sapeva.
Si rimise lo zaino in spalla e cominciò a scendere lungo il costone.
Nel primo pomeriggio cominciò a sentire che qualcuno lo stava osservando.
Il cuore prese a battergli più forte. Camminò più in fretta, con le scarpe che scivolavano sul
terreno coperto di pietre.
Ora le montagne cominciavano a circondarlo. Si muoveva silenzioso nel loro abbraccio, come
una molecola, avanzando impercettibilmente ai piedi delle loro titaniche altezze. I suoi occhi saettarono
nervosi in cerca di qualche segno di vita.
Non vide nessuno.
Nel tardo pomeriggio cominciò a piovere.
Montò rapidamente la tenda sotto uno spuntone di roccia. Una volta al coperto mangiò un po’
di carne secca e si infilò immediatamente tra le coperte pesanti. I suoi occhi si chiusero subito e si
addormentò.
Mentre dormiva, la pioggia batteva sopra di lui, sulla sporgenza rocciosa, gocciolando giù
sulla tenda. Il vento soffiò nuvole colme di pioggia verso i picchi oscuri. E non c’era vita intorno a lui.
Ma le montagne osservavano.
...
.
...
5. Hierosolymita.
...
La mattina seguente, mentre cominciava una lenta salita, vide davanti a sé la sagoma di un uomo.
Sedeva su un grande masso, fumando una pipa. Fredrik poteva vedere i riccioli di fumo alzarsi
nell’aria cristallina. E vide che l’uomo che lo aspettava indossava un lungo cappotto nero e, sulla testa,
un cappello di feltro nero tutto sciupato.
Fredrik continuò a salire lungo il pendio assolato. Quando fu abbastanza vicino da vedere
l’uomo in viso, si fermò un momento e sorrise. Per chissà quale motivo, non sembrava strano. Faceva
parte del disegno.
Riprese a salire. Quando arrivò alla sua altezza, gli disse: «Buongiorno, professor Raschler.»
Raschler sorrise. «Professor Kopal» disse. «Giusto in tempo.»
«In tempo?»
«Sì. Ma si sieda, si riposi per un po’.»
Fredrik si accomodò accanto al vecchio. Se non fossimo qui, pensò, nel cuore silenzioso di
queste montagne, penserei di essere matto.
Si tolse lo zaino e lo lasciò scivolare a terra, sgranchendosi le spalle con una smorfia. «Come
ha fatto ad arrivare qui così in fretta?» chiese.
Raschler tirò una lenta boccata dalla sua pipa. Gli angoli dei suoi occhi si incresparono. «Sono
già stato qui, capisce» disse. «Non ho avuto alcuna esitazione.»
«Ha guidato fin qui?»
«Ho volato. Ho guidato. Ho camminato.»
Il vecchio chiese di vedere il grafico di Fredrik. Fredrik lo tirò fuori dalla tasca e glielo porse.
Il vecchio lo guardò con un sorriso e poi glielo restituì. «Ja» disse piano.
«Perché mi ha ricordato queste montagne?» chiese Fredrik.
«Era normale che fosse così» disse il vecchio. «È il requisito primario.»
«Requisito per cosa?»
«Lo vedrà» disse Raschler. «Basti dire che da questo punto emana un flusso costante di onde,
progettate per toccare soltanto coloro le cui onde cerebrali ricalcano il profilo di queste montagne.»
«Ma è incredibile!»
Il vecchio sorrise. «Molte cose sono incredibili» disse. «La foglia è incredibile. Ma questo non
ci disturba.»
Fredrik scosse la testa. Guardandosi intorno vide, in lontananza, la neve che veniva spazzata
via dai picchi dal vento. Cercò in tutti i modi di pensare a Katie, di conciliare tutto questo con i suoi
progetti di vita assieme a lei.
Ma non ci riuscì. Le due idee erano distinte e separate, senza nessun punto di incontro. Non
poteva nemmeno più pensare a lei. Il presente era troppo affollato.
«Che sarebbe successo se avessi abitato in Europa?» chiese. «Le onde mi avrebbero raggiunto
anche lì?»
«Ma questo non è l’unico centro» fu tutto ciò che disse Raschler.
«E anche la mia macchina ha viaggiato su queste onde?»
«No,» disse il vecchio «non su queste onde. Ma ce ne sono altre.»
Fredrik rimase seduto in silenzio. Si guardò le mani, allargò le dita e le fissò. Erano abbastanza
reali, screpolate, con le unghie sporche e fredde. Erano reali. Non era un sogno.
Eppure sembrava un sogno. Essere seduto lì in mezzo alla natura selvaggia con il vecchio
fisico – essere seduto lì, pazientemente, come se quel luogo selvaggio fosse stato l’obiettivo di tutti i
suoi sforzi – sembrava un sogno.
Forse lo era. Lui non lo sapeva.
«E che cosa succedeva prima che si tracciassero le onde cerebrali?» chiese, incapace di
rimanere in silenzio.
«Allora c’erano altri modi. Ma ora abbiamo la mappatura delle onde cerebrali, ed è molto più
facile.»
«Ma come poteva esserci una qualunque sicurezza che le onde cerebrali potessero essere
mappate?»
Raschler sorrise.
«Ci sono altri modi» disse.
«Vuole dire che questa idea è stata instillata nelle menti in cui volevate fosse instillata?»
«Chi sa da dove provengono le idee?» fu tutto quello che si limitò a dire il vecchio. Fredrik si
girò e lo guardò dritto in faccia. Fissò il viso gentile del vecchio. Era ancora troppo incredibile. Scosse
la testa.
«Ma chi è che fa queste cose?» disse. «Chi è che dà agli uomini le idee per le invenzioni? Chi
è che trasmette queste onde? Chi è che vive in queste montagne?»
Il vecchio picchiettò sulla pipa, svuotandola. Poi, infilandola in una delle ampie tasche, si alzò
con un sospiro.
«Venga, glielo mostrerò» disse.
Fredrik si alzò velocemente e il vecchio cominciò a risalire la china. «Lei è confuso,» lo sentì
dire «lo so. Ma presto conoscerà i loro modi.»
«I loro modi?»
«Non hanno un nome» disse Raschler. «Ma noi che siamo stati scelti li abbiamo chiamati i
Grandi.»
Il fianco della montagna si spostò. Si spostò come un gigantesco portone scorrevole.
Fredrik sussultò. «Mio dio.»
Raschler sorrise.
«Venga» disse.
Si mossero in silenzio lungo un grande tunnel e, mentre l’enorme porta si chiudeva alle loro
spalle, le pareti cominciarono a illuminarsi di una luce riflessa.
«Sotto queste montagne» disse Raschler mentre procedevano «troverà la conoscenza di tutte le
ere, compilata e annotata. Conoscenza che inizia nei giorni in cui la Terra non era altro che una crosta
incandescente, e si estende alle ere ancora a venire, al futuro...»
«Al futuro?» Fredrik sentì di nuovo il bisogno di fermarsi e poggiare la mano su qualcosa di
solido, di fare qualcosa per tornare nel mondo reale.
Ma continuò a camminare accanto al professor Raschler, ascoltando le parole del vecchio
come se gli arrivassero attraverso una nebbia.
«È rimasto stupito,» stava dicendo Raschler «naturalmente. C’è da aspettarselo. Ma presto
accetterà tutto. Anche i miracoli diventano un’abitudine quando accadono quotidianamente.»
«È così» continuò. «Sotto queste immense onde di roccia, troverà tutta la saggezza del passato,
del presente e, come dire... dei futuri.»
«Futuri?»
«Esistono molti futuri. Tanti quante sono le possibilità.»
Fredrik si premette una mano sulla tempia. «Ma chi potrebbe fare tutto questo?» si lasciò
sfuggire d’impulso. «E quando? E perché?»
«Avrà una risposta a tutte le sue domande, professor Kopal. Quando sarà il momento per
queste risposte, questo non so dirglielo. A me non è mai stato detto. In effetti, non ritengo necessario
saperlo. Chi sono loro? A volte penso che preferirei non saperlo. Quanto a vederli... Non credo proprio
che lo vorrei.»
«Mi sta dicendo che... non li ha mai visti?»
«Mai. Nessuno li ha mai visti.»
«Ma allora come fa a sapere che esistono?»
«Si guardi» sorrise Raschler. «Non abbiamo forse qualcosa di più che una semplice fede
nell’evidenza dell’invisibile?»
Fredrik annuì. «Immagino che sia... sciocco da parte mia dubitare» disse. «E il desiderio di
vederli... può darsi che sia soltanto temporaneo. Più tardi, potrei...» La frase gli morì in gola. Pensò:
Katie, se soltanto potessi vedere tutto questo.
Poi sentì i muscoli dello stomaco che si contraevano. E un interrogativo gli invase la mente: Lo
vedrà mai?
O anche soltanto: Saprà mai di tutto questo?
«Dunque non sa chi siano» disse, astrattamente.
Si avvicinarono a una porta nel tunnel. Raschler gli disse di lasciare lì lo zaino. Poi premette
un pulsante e rimasero in attesa.
«Chi siano...» rimuginò Raschler. Poi si strinse nelle spalle.
«Per avere una risposta a questo interrogativo,» disse «forse dovremmo guardare verso il
cielo.»
L’ascensore ronzava senza intoppi lungo il condotto.
Fred ebbe l’impressione di essere salito più di trecento metri. Un senso di irrealtà lo soffocava.
Tutto quello che riusciva a pensare era che si trovava nel mezzo di qualcosa che andava oltre
qualunque potere sulla Terra.
«Non c’è tempo di mostrarle tutto, ora» stava dicendo piano Raschler. «Per stavolta le
mostrerò le stanze in cui potrà studiare la sua materia, in cui raffinerà la sua conoscenza delle scienze
politiche.»
Sorrise.
«Credo che vedrà cose che non ha mai nemmeno sognato, professore. O, tutt’al più, che ha
soltanto sognato. Per esempio, le piacerebbe poter vedere il Senato romano in azione? La stesura della
Magna Charta? La firma della Dichiarazione di Indipendenza?»
«Come...?»
Raschler sorrise. «Li vedrà» disse. «E molto altro ancora. Qui, la sua conoscenza non deriverà
solamente dalla parola scritta. I suoi occhi vedranno il passato rivivere. Non ci saranno storici
intermediari ad annebbiarle la mente con la parzialità dei loro resoconti incompleti.»
Fredrik si appoggiò debolmente alla parete dell’ascensore. Si guardò i vestiti stropicciati, notò
che il fango secco sulle scarpe stava sporcando il pavimento immacolato. Poi scosse la testa,
piantandosi le unghie nei palmi delle mani. «È fantastico» disse. «Penso di poter credere a qualunque
cosa, ora.»
«È uno dei motivi per cui si trova qui» disse Raschler. «Non ci sono più molti uomini che
riescono a credere a qualunque cosa. Anche soltanto per un momento.»
L’ascensore rallentò e si fermò. La porta si aprì senza un rumore e si inoltrarono lungo un
corridoio luminoso.
Fredrik si guardò intorno attonito. Continuò a guardare, cercando di assicurarsi che fosse tutto vero.
Raschler fece una risatina mentre camminavano. «Avrebbe dovuto vedere la mia, di faccia,»
disse «quando sono entrato qui la prima volta. Non avevo mai nemmeno sognato cose del genere. Ero
un vero zoticone.»
Fredrik emise un suono di ammirazione. «E così sono io» disse.
Lungo il corridoio c’erano delle stanze. Fredrik sbirciò attraverso le porte a vetri mentre
passavano. Vide delle scrivanie con degli altoparlanti e, lungo le pareti, piccoli schermi che
sembravano televisori.
Le stanze erano tutte vuote.
«Non c’è nessuno, qui?»
«Non ora. Non è il momento per lo studio.»
«Ma non ci sono impiegati, nessun... bibliotecario, nessun addetto alle pulizie?»
Raschler scosse la testa con un sorriso. «Non è necessario» disse. «È tutto automatizzato.
Venga, le farò vedere.»
Entrarono in una delle stanze e Raschler lo accompagnò fino a una scrivania. Fredrik vide che
dietro agli altoparlanti a parete c’erano due scanalature.
«Che libro le piacerebbe?» chiese Raschler.
Fredrik provò a pensare. «Io... non saprei» disse.
«Pensi a qualunque libro. Qualcosa di difficile da trovare nelle altre biblioteche.»
Fredrik ci pensò su. Poi si strinse nelle spalle. «L’imperialismo di Lenin» disse. Raschler gli
disse di ripetere il titolo all’interno dell’altoparlante. Quasi prima che avesse finito di pronunciare le
parole, il libro era scivolato all’interno della scanalatura superiore. Fred lo prese e lo tenne tra le mani,
incredulo.
«C’è un qualche volume di cui non riesce a ricordare il titolo?» chiese Raschler.
«Ce ne sono molti» disse Fredrik, ancora stupefatto.
«Ne descriva uno. In termini molto generali.»
Fredrik si grattò la testa. «Be’,» disse, sentendosi leggero e incerto «c’era un libro che ho letto
una volta. Un volume sulle Crociate.» Raschler indicò l’altoparlante. Fredrik ci parlò dentro. «Non
ricordo molto di questo libro. Parlava della marcia di un contadino e... del tradimento di una qualche
spedizione. Ma davvero, non...»
Un rumore simile a un sibilo lo fece interrompere.
Raschler aveva un libro tra le mani.
Fredrik lo prese e fissò il titolo. «Hierosolymita,» lesse «di Ekkehard. Mio dio, è questo!»
«Ecco» disse il vecchio professore. Gli porse due foglietti. Stampati su di essi c’erano i titoli
dei volumi che Fredrik aveva richiesto.
«Arrivano assieme ai libri» disse Raschler.
Fredrik rimase lì, scuotendo la testa. Poi, debolmente, restituì i libri a Raschler. Il vecchio li
prese e li inserì nella fessura inferiore; i libri vennero risucchiati con un rumore idraulico.
«Venga, sediamoci un momento» disse Raschler. «Sono un po’ stanco.»
Si scostarono dalle scanalature dei libri. Fredrik osservò gli schermi simili a televisori. «Avrà
tutto il tempo che vorrà per quelli» promise Raschler, mentre si dirigevano verso un gruppo di poltrone
e divani dall’altra parte della stanza.
«A partire dalla prossima estate,» disse Raschler «lei comincerà a passare le vacanze qui tra le
montagne. Si formerà non soltanto nella sua materia, ma anche in molte altre. Non si può essere
specialisti puri. Coloro che devono aiutare devono apprezzare tutti gli aspetti della natura e dell’uomo.»
«Aiutare?» chiese Fredrik. «Chi dovrei aiutare?»
«Un paziente molto malato» disse Raschler mentre arrivavano alle poltrone. Il vecchio
professore si tolse il cappotto e il cappello e li gettò su una sedia. «Il mondo» continuò, accomodandosi
su una poltrona.
Fredrik si tolse la giacca e sedette su un’altra poltrona, di fronte al vecchio, senza mai staccare
gli occhi dal viso di Raschler.
«Aiuterà a controllare il mondo» disse Raschler.
«Il mondo deve essere controllato?»
«Il mondo è stato controllato per milioni di anni. Ma sono pochi a saperlo. È una gestione
molto delicata.»
Fredrik sprofondò nella poltrona. «Delicata» disse, quasi sbottando. «Troppo delicata. L’uomo
ha avuto un enorme margine di manovra per mandare a monte la sua primogenitura.»
Il vecchio professore si stava riaccendendo la pipa. Fredrik si guardò intorno. Mentre sentiva
l’odore deciso del tabacco fu improvvisamente cosciente dei loro vestiti rozzi, che contrastavano
aspramente con la brillante modernità di quella stanza.
Raschler continuò a parlare e tornò a voltarsi verso di lui.
«In effetti, come dice lei, l’uomo rischia di mandare tutto a monte. Ed è proprio per questo che
il nostro lavoro è ora più importante che mai. Ora che l’uomo costruisce per sé il più pericoloso dei
giocattoli. Ora che ha imparato a scindere l’atomo prima ancora di conoscere sé stesso. Ora che la
tirannia soffia come un vento fetido sulla Terra. Ora che l’intolleranza e il bigottismo, la cupidigia e
l’ingiustizia sono il raccolto che l’uomo miete nell’autunno della sua esistenza.
«Ora la nostra convinzione deve essere assoluta. Abbiamo nelle nostre mani le più grandi
menti del mondo odierno, e la possibilità di approfittare delle più grandi menti del passato. Insieme,
queste menti possono lavorare per la pace, impiegando i loro giorni passati e futuri a riparare i danni
degli altri uomini, che cercano senza posa di far regredire sé stessi e il resto del mondo allo stadio
animale da cui siamo partiti.»
...
.
...
6. Le montagne.
...
Erano entrambi in piedi in una ciclopica caverna dal soffitto rastremato.
«Quella è la strumentazione che produce le onde» disse Raschler, indicando un insieme di
macchine.
Fredrik guardò giù dall’alta passerella. Si sentì come se all’improvviso fosse stato ridotto a
dimensioni minuscole. Sotto di sé vide le gigantesche macchine di metallo. L’aria vibrava con il loro
ronzio incessante. Poteva sentirlo nel cervello, nella pelle, nel sangue che gli scorreva nelle vene.
«E mi hanno raggiunto» disse, più a sé stesso «a più di duemila chilometri di distanza.»
Raschler annuì silenzioso.
Stare lì in piedi e sentire la vibrazione nel suo corpo, come se le onde fossero un vento
invisibile che lo strattonava, fece venire le vertigini a Fredrik. Si aggrappò alla ringhiera e vacillò
leggermente.
Raschler lo prese per un braccio e si spostarono lungo la passerella verso l’uscita.
«Ci si abituerà,» disse il vecchio «col tempo.»
Fredrik scosse la testa.
«Ho visto queste cose,» disse «ma non riesco ancora a credere di essere qui. Perché io? Perché
non ci sono altri, qui, al mio posto? Barth, Hamm, Smith, Grisby; sono tutti uomini molto più istruiti di
me.»
«Non è soltanto la conoscenza che conta,» disse Raschler mentre camminavano «non soltanto
cervelli pieni zeppi di nozioni. Le nozioni sono una merce comune. E se fossero tutto ciò che serve per
guidare il mondo, allora lo si potrebbe fare con qualche calcolatore. Le macchine sono cariche di
nozioni e dotate di memoria imperitura.
«Ma c’è bisogno di qualcosa di più. C’è bisogno di menti che siano libere da qualunque
vincolo e libere di imparare. Menti flessibili.» Sorrise. «Tra i geni si contano anche molte persone che
svolgono lavori umili, sa.»
Raggiunsero l’ascensore ed entrarono nella cabina fiocamente illuminata.
«No» disse il vecchio mentre le porte si richiudevano. «È il suo tipo di cervello quello che
cercano. Può dubitarne, ora, ma col tempo vedrà che è così. Il suo è un cervello in grado di riformulare
sé stesso e ricominciare daccapo nel momento in cui riceve informazioni in conflitto con nozioni
ritenute esatte per secoli e secoli. È questo genere di mente che devono possedere i prescelti.»
«Incontrerò mai questi... prescelti?»
«Alcuni di loro» disse Raschler. «Quelli con cui studierà.»
«E qual è la sua funzione in tutto questo?» chiese Fredrik.
«Sono ciò che si può definire una guida per questo centro.»
Fred rimase in silenzio per un momento, pensando ancora una volta alle montagne, crivellate
di stanze e laboratori, aree di sperimentazione e alloggi. Avrebbe visto ogni cosa, col tempo: i
ciclotroni, i laboratori di fissione, i progetti di razzi, i televisori che mostravano il passato... Tutto
all’interno delle montagne. Guardò Raschler. Il vecchio era curvo, con gli occhi tranquilli fissi sul
pavimento.
«Mi dica, professor Raschler» disse Fredrik. «Perché mi ha detto che era con quegli uomini,
l’altra sera?»
Raschler alzò lo sguardo con una risatina.
«Volevo scoprire se stava venendo qui» disse. «Una fantasia infantile, lo ammetto. Non sono
bravo a mentire; è la mia unica virtù. A parte questo, non credevo che sarebbe stato in grado di
sopraffare il potere delle onde. Che io ricordi, è la prima volta che accade. Tuttavia,» disse «è un indice
promettente della sua forza mentale.»
Si sorrisero l’un l’altro. Questa è la prima volta, pensò Fredrik, la prima volta che siamo così
vicini.
«E poi,» disse Raschler, tornando serio «sarà probabilmente sempre così. Quando non si
concentrerà sul lavoro, i suoi pensieri torneranno alla sua Katie. È il prezzo che dovrà pagare.»
Fredrik si irrigidì. «Prezzo?» disse con un filo di voce.
Raschler lo guardò.
«Ah, certo, non se ne sarà ancora reso conto» disse. «Sarà sempre impossibile che la sposi.»
Fredrik ebbe l’impressione che l’ascensore stesse tremando. All’improvviso si sentì le gambe
molli. Appoggiò un palmo incerto alla parete.
«Perché?» chiese.
«Ci pensi» disse il vecchio. «Possono forse rischiare la sicurezza di questo luogo lasciandoci
sposare?» Scosse la testa. «Non possono. Ci sono già abbastanza rischi così. Un matrimonio
metterebbe troppo a rischio il loro lavoro. Per cui nessuno di noi si è mai sposato. Non è una cosa facile
da accettare... ma dobbiamo.»
«Ma tutti questi anni che ho davanti...!»
«Lo so» disse il vecchio. «Mi creda, lo so bene.»
Fredrik si girò dolorosamente. Poi, quando l’ascensore rallentò e si fermò, spinse di lato le
porte che si aprivano e si precipitò nel tunnel da cui erano entrati.
Fece qualche passo incerto sul pavimento di pietra livellata, poi si appoggiò a una parete
mentre il tunnel sembrava vorticare intorno a lui. Rimase lì, respirando pesantemente mentre Raschler
lo raggiungeva, portando il suo zaino.
«Perché ho aspettato?» La voce di Fredrik era amara. «Avrei potuto sposarla tanto tempo fa. E
allora i suoi Grandi non mi avrebbero voluto. Ma io avrei avuto Katie.»
«E allora perché ha sempre rimandato?» chiese Raschler.
«Non lo so. Sono stato uno sciocco.»
Poi, mentre Fredrik fissava la parete, un’idea dilaniò la sua mente. Si girò e fissò il vecchio,
con i muscoli contratti.
«Come fa a sapere che l’ho sempre rimandato?» chiese. Raschler non rispose. Cercò di
restituire a Fredrik lo zaino ma Fredrik lo lasciò cadere sul pavimento del tunnel.
«Sta per caso cercando di dirmi che sono stato spinto a farlo?» urlò.
Il vecchio gli toccò un braccio.
«Non è così brutto come sembra» disse gentile.
«Non è così brutto?» scattò Fredrik, scostandosi. Fece qualche passo lungo il tunnel, poi si
voltò furioso.
«Proprio un bel biglietto da visita per i suoi Grandi» disse con rabbia. «Se davvero rispettano
così tanto la mia mente, non potrebbero fidarsi del fatto che possa decidere io se mi debba sposare o
meno?»
«La mente e le emozioni» rispose Raschler «sono incompatibili.»
Fredrik non lo ascoltava. «Suppongo che sarebbe stato meglio se fossi stato un robot» disse.
«Oh, ma che bello scoprire che tutto ciò che uno pensava essere libero arbitrio non era altro che una
manipolazione esterna. Come mi nobilita!»
«Lei era libero per tutto il resto» disse Raschler, raccogliendo lo zaino.
«Libero!» Fredrik si girò. «Come faccio a sapere che ero libero?»
Raschler gli girò intorno e gli si mise di fronte. Fredrik notò che le labbra del vecchio erano
strette, conferendogli una rara e insolita espressione di severità. I suoi occhi gentili erano infiammati.
«Mi ascolti, ora» disse perentorio. «Che cosa sono tutti questi capricci di libertà? Perché lei,
perché tutti quanti piagnucolano per avere questa libertà?
«È possibile essere liberi? No, mai!
«Non siamo forse soggetti all’aria, alle maree, al silenzioso movimento delle stelle? Non siamo
forse soggetti al mondo e alle sue debolezze? Non siamo forse insignificanti, di fronte alla natura? Non
siamo forse marionette nelle mani della politica, dell’economia e della religione?
«E non siamo forse soggetti al nostro prossimo? Non ci limitiamo forse, volontariamente, per
poi potergli girare le spalle senza timore? Non procediamo forse, giorno dopo giorno, secondo percorsi
prestabiliti, volontariamente?
«E, soprattutto, non siamo forse soggetti a noi stessi, dilaniati tra le fallibili capacità del nostro
intelletto e la spinta del nostro corpo e dei suoi bisogni?
«Come possiamo chiedere di essere liberi? Dove si trova la linea di demarcazione tra libertà e
schiavitù? Sappiamo davvero che cosa sia la libertà?»
Fredrik rimase in silenzio, guardando negli occhi il vecchio. Poi abbassò lo sguardo e sospirò.
Prese lo zaino dalle mani di Raschler. «Sì» disse. «Certo. Lo so.»
Si incamminarono lungo il tunnel, fianco a fianco.
Ora capiva perché non si era mai sposato, perché l’aveva vista allontanarsi da lui e aveva avuto
l’orribile sensazione di poter prevedere il futuro.
«Non poterla mai sposare» disse. «Come farò a dirglielo? Con quali parole?»
«Troverà un modo» disse Raschler. «L’ha già fatto altre volte. Può darsi che all’ultimo minuto
non sappia nemmeno esattamente perché lo sta facendo.»
Fredrik scosse la testa.
«No» disse. «Lo saprò sempre.» E si guardò intorno nel tunnel, ripensando a tutto quello che
aveva visto. «Per questo» mormorò.
«Niente di ciò che riguarda le emozioni è mai facile» stava dicendo Raschler. «Io mi ricordo...
Elizabeth. Ja, perfino oggi. Ed è stato cinquant’anni fa.»
Fredrik guardò il vecchio con rinnovato interesse.
«Continuo a pensare a lei» disse Raschler. «Soprattutto tardi, la notte. E, se non me ne accorgo
e non mi interrompo alla svelta, la mia mente scivola in una fantasticheria. E rivedo il suo viso.
Esattamente com’era. Lei...» La gola dell’uomo sussultò. «Era una ragazza adorabile» disse.
Fredrik si sentì confuso e disperato. Raschler ancora pensava a lei. Dopo cinquant’anni. Per
quanto tempo ci avrebbe pensato, lui?
«E non le dispiace nemmeno un po’? Ha ricevuto abbastanza, in cambio?»
Raschler sorrise tristemente.
«Non ho risposte da darle, professor Kopal» disse. «Lei potrebbe pensare che dovrei dire con
sicurezza: ja, ho trovato una ricompensa più che adeguata per il mio lavoro, nel sapere che sto facendo
tutto ciò che posso per il bene dell’umanità.
«Ma questo non sarebbe altro che un’opinione personale» disse. «Cos’altro potrei affermare,
se non ciò in cui credo? E se credo che il mio dovere verso il prossimo sia più importante dei
sentimenti personali, non è questa forse nient’altro che un’opinione? Potrebbe essere semplicemente
una razionalizzazione dovuta alla mia veneranda età. Chi può dirlo? Potrebbe essere perché il mio
corpo non è più spinto dal desiderio carnale. O potrebbe essere a causa della debolezza di una... senilità
imminente.»
«No» disse Fredrik. Sicuro.
«Ja, potrebbe essere, potrebbe essere» disse Raschler. Poi alzò lo sguardo. «Ma che cosa me
ne sto qui a mugugnare?» ridacchiò. «C’è ancora vita in questo vecchio ragazzo. E c’è ancora molto da
fare.»
Dette una pacca sulla spalla a Fredrik.
«Avrà la sua ricompensa, ne stia certo. Certo, sarà dura. Ma è qualcosa che dovrà affrontare,
così come abbiamo fatto tutti noi.»
Raggiunsero la fine del tunnel e rimasero ad aspettare che la porta si aprisse.
«La scelta fu fatta per me quando avevo trentun anni,» disse Raschler «e non lo rimpiango. Ma
non posso dire che non ci siano state notti in cui avrei potuto piangere di solitudine.» Sorrise
malinconico. «Non siamo dèi» disse.
La luce del sole calò su di loro come una benedizione e uscirono nell’aria fredda e cristallina,
che li circondò, riempiendo le loro menti e i loro corpi con la sua gelida fragranza. Cominciarono a
scendere lentamente lungo il costone.
Fred si guardò intorno, osservando il panorama e le montagne che puntavano silenziose i loro
picchi verso il cielo. Andrò da lei, pensò, e non le dirò niente di tutto questo. Gli anni passeranno e,
gradualmente, ci allontaneremo, invecchiando, senza mai avere una vita insieme. Quei pensieri gli
fecero salire un senso d’angoscia attraverso il corpo.
Strinse i pugni. «Vorrei tanto» disse «che le parole nella mia testa non avessero detto:
‘Ascoltaci, ora.’ Vorrei che avessero detto: ‘Ascoltami, ora. Poiché io sono con te.’»
Il vecchio continuò a guardare dritto davanti a sé, con gli occhi lucidi.
«Chi può dire che questo non voglia dire aspirare a un ingannevole conforto che ci lega le
mani?» disse. «Chi può sostenere che sia qualcosa di più che soltanto un desiderio, un sogno, il grido di
un bambino nella notte – in cerca d’amore, di assoluta e completa protezione?
«Noi non possiamo – lei, io, tutti noi – permetterci questo conforto, questa speranza.
Qualunque cosa crediamo, non potremo indossare i nostri abiti della domenica. Devono essere messi da
parte e dimenticati. Per noi ci sono soltanto le maniche rimboccate e la volontà di rendere il nostro
mondo un posto migliore.
«Per noi, ragazzo mio, esiste soltanto l’impegno concreto. Per noi non ci può essere forza nel
rimestare nei cieli con le dita piene di desideri.
«Questo è il nostro comandamento...»
Alfred Raschler alzò le braccia.
«Prendetevi cura della Terra!» gridò. «Poiché è il nostro unico regno...»
...
.
...
Fine.
...
.
...
Ritorno.
...
.
...
Titolo originale: Return. 1951.
Traduzione di Maurizio Nati.
...
.
...
Il professor Robert Wade stava per mettersi a sedere sull’erba folta e profumata, quando vide sua moglie Mary spuntare come un razzo da dietro l’Istituto di Scienze Sociali e precipitarsi verso il campus. A quanto pareva era arrivata correndo fin da casa... ottocento metri buoni. E con un bambino in grembo. Wade strinse rabbiosamente i denti sul cannello della pipa. Qualcuno l’aveva informata.
Vide che era tutta rossa e senza fiato, mentre correva intorno al marciapiede ellittico che
fronteggiava l’Istituto di Arti Liberali. Si costrinse ad alzarsi in piedi.
Adesso stava scendendo il largo vialetto che costeggiava per tutta la lunghezza il gigantesco
Centro di Scienze Fisiche, dalla facciata di granito. Il suo petto si alzava e si abbassava rapidamente.
Lei sollevò la mano destra e si ricacciò indietro i riccioli castani.
Wade la chiamò. «Mary! Da questa parte!» E fece un gesto con la pipa.
Lei rallentò, ansimando nell’aria fresca di settembre. I suoi occhi scrutarono l’ampio campus illuminato dal sole fino a quando non lo vide. Poi scese dal marciapiede e corse sull’erba. Lui notò l’accorata espressione di paura che le deformava i lineamenti, e la sua rabbia svanì. Perché gliel’avevano detto?
Mary si lanciò verso di lui. «Mi avevi promesso che questa volta non ci saresti andato» gli disse, con le parole che le uscivano fuori fra gli ansimi. «Avevi detto che questa volta ci sarebbe andato qu... qualcun altro.»
«Sssh, tesoro» cercò di calmarla. «Riprendi fiato.»
Tirò fuori un fazzoletto dalla tasca della giacca e le asciugò delicatamente la fronte.
«Robert, perché?» gli chiese.
«Chi te l’ha detto?» replicò lui. «Avevo chiesto di non dirti niente.»
Lei si ritrasse e lo fissò. «Di non dirmi niente!» esclamò. «Te ne saresti andato senza farmelo sapere?»
«Ti sorprende che non volessi spaventarti?» replicò lui. «Specialmente adesso che aspetti un bambino?»
«Ma Robert,» disse lei «una cosa come questa dovresti dirmela.»
«Vieni,» disse lui «sediamoci su quella panchina.»
Attraversarono il prato, abbracciati.
«Avevi detto che non saresti andato» gli ricordò lei.
«Tesoro, è il mio lavoro.»
Raggiunsero la panchina e si misero a sedere. Lui le appoggiò un braccio sulle spalle.
«Sarò a casa per cena» le disse. «È il lavoro di un pomeriggio.»
Lei assunse un’aria inorridita.
«Andare cinquecento anni nel futuro!» esclamò. «È il lavoro di un pomeriggio, secondo te?»
«Mary,» disse lui «lo sai che John Randall si è spostato di cinque anni, e io di cento. Perché
cominci a preoccuparti adesso?»
Mary chiuse gli occhi. «Non comincio adesso» mormorò. «Sono stata in ansia fin da quando
voialtri uomini avete inventato... quella cosa.»
Si incurvò e ricominciò a piangere. Lui le porse il fazzoletto, con un’espressione impotente sul viso.
«Ascoltami» le disse. «Tu pensi che John mi lascerebbe andare se ci fosse qualche pericolo?
Pensi che il dottor Phillips farebbe una cosa del genere?»
«Ma perché proprio tu?» chiese lei. «Perché non uno studente?»
«Non abbiamo il diritto di mandare uno studente, Mary.»
Lei fissò il campus, tormentando il fazzoletto.
«Lo sapevo che sarebbe stato inutile parlare con te» disse.
Lui non seppe cosa replicare.
«Oh, lo so che è il tuo lavoro» disse Mary. «Non ho il diritto di lamentarmi. È solo che...» Si
girò verso il marito. «Robert, non mentirmi. Sarai in pericolo? C’è qualche possibilità che tu... non torni indietro?»
Lui le sorrise con aria rassicurante. «Tesoro, non ci sono più pericoli di quanti ce ne fossero l’altra volta. In fin dei conti è...» Si interruppe mentre lei gli si stringeva contro.
«Non potrei più vivere senza di te» gli disse. «Questo lo sai. Morirei.»
«Sssh» fece lui. «Non parlare di morte. Ricordati che adesso dentro di te ci sono due vite. Non
hai più il diritto di disperarti da sola.» Le sollevò il mento con la mano. «Perché non sorridi?» le disse.
«Fallo per me. Ecco, così va meglio. Sei troppo bella per piangere.»
Lei gli accarezzò la mano.
«Chi te l’ha detto?» le domandò.
«Io non faccio la spia» rispose lei con un sorriso. «In ogni caso chi me lo ha detto presumeva
che io già lo sapessi.»
«Be’, adesso lo sai» disse lui. «Sarò di ritorno per cena. Più semplice di così.» Cominciò a
rimuovere la cenere della pipa. «Hai qualche commissione per me, nel 25esimop secolo?» le chiese, con un sorriso appena accennato agli angoli della bocca sottile.
«Salutami Buck Rogers» rispose Mary, mentre lui tirava fuori l’orologio. Lei assunse di nuovo un’espressione preoccupata, poi disse in un bisbiglio: «Fra quanto?»
«Circa quaranta minuti.»
«Quaranta min...» Gli afferrò la mano e se la premette contro la guancia. «Tornerai da me?» gli domandò, guardandolo negli occhi.
«Tornerò» rispose lui, accarezzandole affettuosamente la guancia. Poi assunse un’aria di affettata severità. «A meno che per cena non ci sia qualcosa che non mi piace.»
Stava pensando ancora a lei mentre si assicurava alla poltroncina con le cinture di sicurezza nella camera temporale in penombra.
La grande sfera scintillante poggiava su una base di spessi conduttori. L’aria sfrigolava per l’azione di dinamo gigantesche.
Attraverso le alte finestre a un solo pannello il sole si riversava sul pavimento rivestito di gomma e formava un tappeto di raggi dorati. Studenti e istruttori entravano e uscivano veloci dall’ombra, controllando e verificando la Trasposizione T-3. Sul muro un cicalino acustico ronzava minacciosamente.
Ognuno completò i propri preparativi, poi tutti si diressero verso l’ampia sala di controllo, oltre una parete di vetro.
Ne uscì fuori un ometto di mezza età con un camice bianco, che raggiunse la camera. Scrutò nell’interno male illuminato.
«Bob?» disse. «Volevi vedermi?»
«Sì» rispose Wade. «Volevo solo raccomandarti le solite cose. Nella remota evenienza che non potessi fare ritorno, io...»
«Le solite cose!» lo interruppe sbuffando il professor Randall. «Se pensi che ci sia anche la minima possibilità che succeda una cosa del genere, esci subito da quella camera. Il futuro non ci interessa fino a questo punto.» Sbirciò di nuovo all’interno. «Stai sorridendo?» chiese. «Non vedo bene.»
«Sì, sto sorridendo.»
«Bene. Non c’è niente di cui preoccuparsi. Resta lì legato, fa’ il bravo ragazzo e non metterti a fare il dongiovanni con le ragazze di Buck Rogers.»
Wade fece una risatina. «Questo mi fa venire in mente» disse «che Mary mi ha chiesto di salutarle Buck Rogers. Tu hai qualcosa da farmi fare?»
«Basta che torni entro un’ora» grugnì Randall, che poi entrò e strinse la mano a Wade. «Ti sei legato bene?»
«Benissimo» rispose Wade.
«D’accordo. Ti faremo partire fra, uhm...» Randall controllò il grosso orologio a parete con le lancette rosse. «Fra otto minuti. Hai capito?»
«Ho capito» rispose Wade. «Porgi i miei saluti al dottor Phillips.»
«Lo farò. Abbi cura di te, Bob.»
«Ci vediamo.»
Wade seguì con lo sguardo l’amico che tornava verso la sala di controllo. Poi, dopo avere respirato a fondo, tirò a sé la spessa porta circolare e ruotò la maniglia, bloccandola e isolando ogni suono proveniente dall’esterno.
«Duemilaquattrocentosettantacinque, sto arrivando» farfugliò.
L’aria sembrava pesante e rarefatta, ma lui sapeva che era solo un’illusione. Diede una rapida
occhiata all’orologio del quadro comandi. Sei minuti. O cinque? Che importava? Era pronto comunque.
Si passò la mano sulla fronte, e il sudore gli sgocciolò sul palmo.
«Fa caldo» disse. La sua voce era cavernosa, innaturale.
Quattro minuti.
Alleggerì la cintura di sicurezza con la sinistra, infilò la mano nella tasca posteriore dei
pantaloni e tirò fuori il portafogli. Mentre lo apriva per guardare la foto di Mary, le dita persero la presa
e il portafogli cadde con un tonfo sordo sul pavimento metallico.
Cercò di riprenderlo, ma le cinture lo trattennero. Guardò nervosamente l’orologio. Tre minuti
e mezzo. O uno e mezzo? Non ricordava più quando John aveva iniziato il conto alla rovescia.
Il suo orologio segnava un’ora diversa. Strinse i denti. Non poteva lasciare il portafogli per
terra. Poteva essere risucchiato dalla ventola e finire distrutto. Magari poteva andarci di mezzo anche lui.
Due minuti erano più che sufficienti. Armeggiò con le cinture sulla vita e sul petto, le aprì e
raccolse il portafogli. Mentre stava per riallacciarsele diede un’altra occhiata all’orologio. Un minuto e mezzo. O forse...
Improvvisamente la sfera cominciò a vibrare.
Wade sentì che i suoi muscoli si contraevano. La cintura, lenta sulla vita, si aprì del tutto e
guizzò verso la paratia. Un dolore improvviso gli morse il petto e lo stomaco. Il portafogli cadde di
nuovo.
Wade si aggrappò freneticamente alle maniglie sui braccioli, e cercò in tutti i modi di tenersi
aderente al sedile.
Venne scagliato dentro l’universo. Le stelle gli fischiarono intorno alle orecchie. Si sentiva il
cuore schiacciato da un pugno gelido di paura.
«Mary!» gridò, riuscendo a fatica a fare uscire la voce dalla gola rigida, stretta dal terrore.
Poi sbatté la nuca contro il metallo. Qualcosa esplose nel suo cervello e Wade si accasciò in
avanti. L’oscurità giunse come un torrente, cancellando ogni traccia di coscienza.
Era fresca. Aria pura, rigenerante, che sciacquò via, strato dopo strato, il torpore dal cervello di
Wade. Si sentì come accarezzato da un balsamo piacevole.
Wade aprì gli occhi e li puntò sul soffitto grigio, monotono. Piegò la testa per seguire la curva
delle pareti. Delle leggere fitte gli scorsero nella carne. Sbatté gli occhi e riportò la testa alla posizione originale.
«Professor Wade.»
Nel sentire quella voce, trasalì e ricadde all’indietro, trafitto da un dolore lancinante.
«Non si muova, la prego, professor Wade» disse la voce.
Wade cercò di parlare, ma le sue corde vocali erano torpide e pesanti.
«Non si sforzi di parlare» disse la voce. «Arrivo subito.»
Vi fu un clic, poi silenzio.
Lentamente, Wade girò la testa di lato e osservò la stanza.
Era di circa sette metri quadrati, con il soffitto alto cinque metri. Pareti e soffitto erano di un
grigio scialbo e uniforme. Il pavimento era nero, a mattonelle, o così gli sembrò. Sulla parete più
lontana si delineava il profilo quasi invisibile di una porta.
Oltre il lettino sul quale si trovava c’era una struttura a tre zampe di forma irregolare. A Wade
sembrò una sedia.
Non c’era nient’altro. Né mobili, né quadri o tappeti, e nemmeno una fonte di luce. Il soffitto
sembrava luminoso, ma in qualsiasi punto concentrasse lo sguardo, quella luminosità si spegneva in un
grigiore opaco.
Rimase sdraiato cercando di ricordare cosa fosse avvenuto. Tutto ciò che ricordava era il
dolore, la marea montante dell’oscurità.
Con grande sofferenza si rotolò sul fianco destro e infilò una mano tremante nella tasca
posteriore dei pantaloni.
Qualcuno aveva raccolto il portafogli dal pavimento della camera e glielo aveva infilato di
nuovo in tasca. Con le dita irrigidite lo tirò fuori, lo aprì e guardò Mary che gli sorrideva dalla veranda di casa.
La porta si aprì con un rantolo di aria compressa ed entrò un uomo che indossava una tunica.
Aveva un’età indefinibile. Era calvo, e i suoi lineamenti privi di rughe avevano la levigatezza
innaturale di una maschera immobile.
«Professor Wade» disse.
La lingua di Wade si mosse senza produrre alcun suono. L’uomo raggiunse il lettino e tirò
fuori una scatolina di plastica dalla tasca della tunica. L’aprì, ne estrasse una piccola siringa ipodermica
e la infilò nel braccio di Wade.
Wade sentì un tranquillizzante flusso di calore che gli penetrava nelle vene. Gli sembrò che
sciogliesse muscoli e legamenti, rilassasse la gola e attivasse i suoi centri cerebrali.
«Adesso va meglio» disse. «Grazie.»
«Benissimo» disse l’uomo, sedendosi sulla struttura a tre zampe e facendosi scivolare la
scatoletta in tasca. «Immagino che le piacerebbe sapere dove si trova.»
«Sì, mi piacerebbe.»
«Ha raggiunto la sua meta, professore. 2475, per la precisione.»
«Bene. Molto bene» disse Wade, alzando un sopracciglio. Il dolore era scomparso. «La mia
camera» chiese «è a posto?»
«Direi di sì» rispose l’altro. «Si trova in laboratorio.»
Wade emise un sospiro di sollievo. Si mise il portafogli nella tasca.
«Sua moglie era una donna deliziosa» disse l’uomo.
«Era?» chiese allarmato Wade.
«Non penserà che potesse vivere cinquecento anni, no?» disse l’altro.
Wade sembrò confuso. Poi un sorriso stentato gli salì alle labbra.
«È un po’ difficile da afferrare» disse. «Per me è ancora viva.»
Si drizzò a sedere e sporse le gambe dal lettino.
«Mi chiamo Clemolk» disse l’uomo. «Sono uno storico. Lei si trova nel Padiglione di Storia
della città di Greenhill.»
«Stati Uniti?»
«Stati Nazionalisti» replicò lo storico.
Wade rimase in silenzio per un attimo, poi alzò la testa di scatto e domandò: «Mi dica, per
quanto tempo sono stato privo di conoscenza?»
«È rimasto privo di conoscenza, come dice lei, per poco più di due ore.»
Wade saltò su. «Mio dio» disse, inquieto. «Devo andare.»
Clemolk lo fissò con aria distaccata. «Sciocchezze» disse. «La prego, si metta seduto.»
«Ma...»
«Per favore. Lasci che le dica perché è qui.»
Wade si mise a sedere, con un’espressione preoccupata. Cominciava a provare una vaga
sensazione di disagio.
«Perché sono qui?» ripeté.
«Le faccio vedere una cosa» disse Clemolk.
Estrasse dalla tunica un piccolo pannello di controllo e premette uno dei suoi molti pulsanti.
Le pareti sembrarono svanire. Wade riuscì a vedere l’esterno del palazzo. In alto, su una grossa
trabeazione, c’era scritto: LA STORIA VIVE. Dopo un momento le pareti riapparvero, solide e opache
come prima.
«Allora?» chiese Wade.
«Vede, noi creiamo i nostri libri di storia basandoci non sugli archivi, ma sulle testimonianze
dirette.»
«Non capisco.»
«Noi trascriviamo le testimonianze delle persone vissute nei tempi che desideriamo studiare.»
«Ma in che modo?»
«Mediante la ricostituzione di personalità disincarnate.»
Wade rimase di stucco. «I morti?» chiese con voce inespressiva.
«Noi li chiamiamo i senza-corpo» replicò Clemolk, che poi proseguì: «Nell’ordine naturale,
professore, la personalità dell’uomo esiste a prescindere dalla sua struttura corporea. Noi ci siamo
impadroniti di questa verità ovvia e ce ne serviamo a nostro vantaggio. Dal momento che la personalità
trattiene indefinitamente – anche se con forza decrescente – il ricordo del suo aspetto e del suo
equipaggiamento fisico, si tratta solo di fornire a questo ricordo i materiali organici e inorganici.»
«Ma questo è incredibile» disse Wade. «Al Fort... è l’università in cui insegno, noi abbiamo in
corso progetti nel campo della ricerca psichica, ma niente che somigli lontanamente a una cosa del
genere.» Tutto a un tratto impallidì. «Perché sono qui?»
«Nel suo caso» disse Clemolk «ci siamo risparmiati la difficoltà di ricostituire una personalità
da lungo tempo priva di corpo proveniente dal suo tempo. È stato lei a raggiungere il nostro tempo con
la sua camera.»
Wade si tormentò le mani scosse da un tremito convulso ed emise un profondo respiro.
«Tutto questo è molto interessante,» disse «ma non posso trattenermi a lungo. Se mi
domandasse quello che vuole sapere...»
Clemolk tirò fuori il pannello di controllo e premette un pulsante. «Ora verrà trascritta la sua
voce» disse.
Si piegò all’indietro e strinse in grembo le mani esangui.
«Il vostro sistema di governo» disse. «Credo che possiamo incominciare da questo.»
«Sì,» disse Clemolk «tutto questo quadra perfettamente con quello che già sappiamo.»
«Adesso posso vedere la mia camera temporale?» chiese Wade.
Gli occhi di Clemolk lo fissarono senza il minimo guizzo di vita. Il suo volto inespressivo
cominciava a innervosire Wade.
«Credo che possa vederla» rispose, alzandosi in piedi.
Wade si alzò anche lui e seguì lo storico oltre la porta e dentro una lunga sala, anch’essa
scialba e con lo stesso tipo di illuminazione.
Credo che possa vederla.
La fronte di Wade era segnata da rughe di preoccupazione. Come mai tanta enfasi su quel
verbo? Quasi come se vedere la sua camera fosse l’unica cosa che gli era consentita.
Clemolk sembrava non rendersi nemmeno conto del disagio di Wade.
«Come scienziato» stava dicendo «dovrebbe essere interessato agli aspetti della ricostituzione.
È un procedimento definito in ogni particolare. L’unica difficoltà che i nostri scienziati non hanno
ancora risolto del tutto è la forza del ricordo e il suo effetto sul corpo riformato. Quanto più debole è il
ricordo, capisce, tanto più rapidamente il corpo si disintegra.»
Wade non lo stava ascoltando. Pensava a sua moglie.
«Vede,» proseguì Clemolk «benché, come le ho detto, queste personalità disincarnate vengano
ricostituite in un modello vestigiale che include ogni minimo particolare – compresi i vestiti e gli effetti
personali – hanno una durata sempre più breve. L’arco di tempo varia. Una persona ricostituita,
diciamo del suo periodo, può durare circa tre quarti d’ora.»
Lo storico si interruppe e indicò a Wade di dirigersi verso una porta che si era aperta sulla
parete della sala.
«Ecco,» disse «adesso raggiungeremo il laboratorio con la sotterranea.»
Entrarono in un ambiente poco illuminato. Clemolk accompagnò Wade fino a una panca
fissata a muro.
La porta si richiuse subito e un ronzio si diffuse nell’aria. Wade ebbe l’immediata sensazione
di ritrovarsi nella sua cronocamera. Sentì il dolore, il peso opprimente della depressione, il terrore
senza nome che gli ritornava alla memoria.
«Mary.» Le sue labbra formarono il nome, senza emettere suono.
La cronocamera poggiava su un’ampia piattaforma metallica. Tre uomini somiglianti
nell’aspetto a Clemolk ne stavano esaminando la superficie esterna.
Wade salì sulla piattaforma e toccò con il palmo della mano il metallo levigato. Fu una
sensazione che lo confortò. Era un legame tangibile con il passato... e con sua moglie.
Poi il suo viso fu attraversato da un’espressione preoccupata. Qualcuno aveva bloccato la
porta. Aggrottò la fronte. Aprirla dall’esterno era una procedura difficile e impropria.
Uno degli studenti parlò. «Le dispiace aprirla? Non vorremmo farlo noi con la forza.»
Una fitta di paura percorse Wade. Se l’avessero forzata, lui non avrebbe più avuto la possibilità
di andarsene da lì.
«La aprirò io» disse. «Tanto devo comunque andarmene.» Lo disse con forzata aggressività,
come se li sfidasse a contraddirlo.
Il silenzio che accolse la sua affermazione lo spaventò. Sentì Clemolk che bisbigliava
qualcosa.
Strinse forte le labbra e, senza troppa lucidità, cominciò a muovere le dita sui quadranti
combinatori.
Si preparò subito mentalmente un piano nel caso la situazione si facesse disperata. Avrebbe
aperto la porta, sarebbe balzato dentro e l’avrebbe richiusa dietro di sé prima che gli altri potessero fare
un solo gesto.
Le sue dita armeggiarono goffamente sui grossi quadranti al centro della porta, come se
ricevessero dal cervello solo indicazioni vaghe. Le sue labbra si muovevano mentre lui ripeteva a sé
stesso i numeri della combinazione: 3.2 – 5.9 – 7.6 – 9.01. Fece una pausa, poi tirò a sé la maniglia.
La porta non si aprì.
Gocce di sudore gli sgorgarono dalla fronte e gli scorsero lungo il viso. La combinazione non
era quella giusta.
Cercò di concentrarsi e ricordare. Doveva ricordare! Chiuse gli occhi e si appoggiò contro la
camera. Mary, pensò, aiutami tu, ti prego. Tornò a lavorare sui quadranti.
Non 7.6, si rese conto all’improvviso. Era 7.8.
Riaprì gli occhi di scatto e ruotò il disco su 7.8. La porta era pronta ad aprirsi.
«Sa... sarà meglio che vi facciate indietro» disse Wade, rivolto ai quattro. «Potrebbe esserci
una fuga di... gas imprigionati.» Sperò che non si rendessero conto della sua bugia disperata.
Gli studenti e Clemolk indietreggiarono un poco. Erano ancora vicini, ma doveva correre il
rischio.
Wade aprì di scatto la porta e, mentre si lanciava dentro, scivolò sulla piattaforma liscia e
cadde sulle ginocchia. Prima che potesse rialzarsi si sentì afferrare sui fianchi.
Due studenti cominciarono a trascinarlo via.
«No!» urlò Wade. «Devo tornare indietro!»
Scalciò e lottò con tutte le sue forze, colpendo l’aria con i pugni. Adesso anche gli altri due
studenti lo tenevano fermo. Lacrime di rabbia gli uscirono dagli occhi mentre si dibatteva furiosamente
nella loro stretta, gridando: «Lasciatemi andare!»
Un dolore improvviso gli martoriò la schiena. Si liberò di uno studente e si trascinò appresso
gli altri in un ultimo sussulto di rabbiosa energia. Vide con la coda dell’occhio Clemolk pronto a fargli
un’altra iniezione.
Avrebbe anche provato a lanciarsi su di lui, ma proprio in quel momento un senso di enorme
spossatezza gli paralizzò le membra. Cadde in ginocchio, con gli occhi inespressivi, e la mano
intorpidita protesa in un inutile appello.
«Mary» mormorò con voce rauca.
Poi si ritrovò supino, con Clemolk sopra di lui. Lo storico sembrò ondeggiare e scomparire
davanti agli occhi annebbiati di Wade.
«Mi dispiace» stava dicendo Clemolk. «Lei non potrà tornare indietro... mai più.»
Wade giaceva di nuovo sul lettino, fissando il soffitto e rimuginando ancora nella mente le
parole di Clemolk.
«È impossibile che lei ritorni. È stato spostato nel tempo, e adesso appartiene a questo
periodo.»
Mary aspettava.
La cena era in forno. Poteva vedere Mary mentre apparecchiava la tavola, con le dita snelle che
sistemavano piatti, scodelle, bicchieri scintillanti e posate. Sul vestito indossava un grembiule pulito e
vaporoso.
Poi la cena sarebbe stata pronta. Lei si sarebbe seduta a tavola, aspettando suo marito. Wade
sentì nell’intimo il terrore inespresso che provava Mary.
Piegò la testa dolorante sul lettino. Poteva essere vero? Era davvero imprigionato in un tempo
lontano cinque secoli da quello che gli apparteneva? Era assurdo. Ma lui era lì. Il lettino sotto di lui era
morbido e tangibile, e così le pareti grigie che lo circondavano. Tutto era reale.
Aveva voglia di alzarsi e urlare, di scalciare e rompere qualcosa, con rabbia cieca. Ribolliva di
furia. Affondò i pugni nel cuscino e urlò parole sconclusionate, senza significato, un puro grido di
rabbia impotente. Poi rotolò su un fianco, guardando la porta. Il fuoco della rabbia si spense. La sua
bocca si ridusse a una tremante linea sottile.
«Mary» bisbigliò, in preda a un solitario terrore.
La porta si aprì ed entrò Mary.
Wade si mise a sedere rigido, a bocca spalancata, sbattendo gli occhi e convincendosi di essere
pazzo.
Lei era sempre lì, vestita di bianco, gli occhi caldi di un amore tutto per lui.
Wade non riusciva a parlare. Pur dubitando che i muscoli potessero sostenerlo, si alzò in piedi,
barcollando.
Lei gli andò incontro.
Non c’era terrore nei suoi occhi. Sorrideva di una felicità radiosa. La sua mano gli accarezzò la
guancia, e questo lenì la sua pena.
Un singhiozzo gli sgorgò dalle labbra al tocco della mano di Mary. Protese le braccia tremanti,
l’afferrò e la strinse forte a sé, affondando il viso nei suoi capelli morbidi.
«Oh, Mary» riuscì a dire.
«Sssh, amore mio» disse lei in un sussurro. «Adesso va tutto bene.»
La felicità gli scorse nelle vene mentre baciava le sue labbra calde. Il terrore e quel senso di
paurosa solitudine erano scomparsi. Fece scorrere le dita sul viso di sua moglie.
Sedettero sul lettino. Lui continuò ad accarezzarle le braccia, le mani, il viso, quasi non
riuscisse a convincersi che era tutto vero.
«Come sei arrivata qui?» le chiese con voce rotta.
«Sono qui. Non ti basta?»
«Mary.»
Premette il viso contro il suo corpo morbido. Lei gli accarezzò i capelli e lui si sentì confortato.
Poi, mentre se ne stava lì seduto, con gli occhi serrati, fu colpito da un pensiero orribile.
«Mary» disse, quasi timoroso di chiederlo.
«Sì, amore mio.»
«Come hai fatto ad arrivare qui?»
«È così...»
«Come?» Si tirò su e la fissò negli occhi. «Sono venuti a prenderti con la camera temporale?»
le domandò.
Sapeva che non era così, ma si aggrappò a quella possibilità.
Lei gli sorrise tristemente. «No, caro» rispose.
Wade si sentì scuotere da un brivido. Per poco non si ritrasse per la repulsione.
«Allora sei...» Aveva spalancato gli occhi per lo shock, e la faccia aveva perso ogni colorito.
Lei gli si accostò e lo baciò sulla bocca.
«Tesoro,» lo pregò «è così importante? Sono io, lo vedi? Sono proprio io. Oh, amore mio,
abbiamo così poco tempo. Amami, ti prego. Ho aspettato così tanto questo momento.»
Wade premette la guancia contro quella di sua moglie, e la strinse a sé.
«Oh, mio dio, Mary» gemette. «Che cosa devo fare? Per quanto tempo rimarrai?»
Una persona, diciamo del suo periodo, può durare circa tre quarti d’ora. Il ricordo delle parole
di Clemolk fu come una scudisciata sulla carne viva.
«Quaranta min...» cominciò, e non riuscì a finire.
«Non ci pensare, tesoro» lo implorò lei. «Ti prego. Adesso siamo insieme.»
Ma, mentre si baciavano, un pensiero gli fece accapponare la pelle.
Sto baciando una donna morta – la sua mente non rifiutò il termine – la sto stringendo fra le
braccia.
Sedettero vicini, senza parlare. Il corpo di Wade diventava sempre più teso a ogni secondo che
passava.
Per quanto tempo? Disintegrata... Come avrebbe potuto sopportarlo? Eppure sopportava
ancora di meno l’idea di lasciarla.
«Parlami di nostro figlio» disse, nel tentativo di ricacciare indietro la paura. «Era un maschio o
una femmina?»
Lei non disse nulla.
«Mary?»
«Non lo sai? No, certo, non puoi saperlo.»
«Sapere che cosa?»
«Non posso dirti nulla di nostro figlio.»
«Perché?»
«Sono morta quando è nato lui.»
Wade cercò di dire qualcosa, ma le parole gli si spezzarono in gola. Alla fine riuscì a chiedere:
«E perché non sono tornato?»
«Sì» rispose lei. «Non ne avevo il diritto, ma non volevo vivere senza di te.»
«E loro rifiutano di lasciarmi tornare indietro» disse lui, amaro. Poi passò le mani fra i capelli
folti di Mary e la baciò. La fissò negli occhi. «Ascoltami» le disse. «Io ritornerò.»
«Non puoi cambiare quello che è già successo.»
«Se torno indietro» disse lui «non sarà successo. Posso cambiarlo.»
Mary lo guardò con un’aria strana. «È possibile...» cominciò, e le sue parole morirono in un
gemito. «No, no, non può essere!»
«Sì!» disse lui. «È poss...» S’interruppe di colpo, con il cuore che gli batteva all’impazzata. Lei
stava parlando di qualcos’altro.
Il suo braccio stava scomparendo sotto le dita di Wade. La carne sembrò dissolversi, lasciando
il braccio putrefatto e senza più forma.
Lui rantolò, inorridito. Atterrita, sua moglie si guardò le mani. Si stavano disintegrando, e
brandelli di carne cadevano giù a spirale come leggere volute di fumo bianco.
«No!» esclamò Mary. «Non lasciare che succeda!»
«Mary!»
Lei cercò di prendergli le mani, ma non aveva più le sue. Allora si chinò rapida e lo baciò. Le
sue labbra erano fredde, e tremavano.
«Così presto» disse fra i singhiozzi. «Oh, vattene! Non guardarmi, Robert! Ti prego, non
guardarmi!» Poi si alzò, urlando: «Oh, amore mio, avevo sperato che...»
Il resto si perse in un gorgoglio gutturale, appena udibile. La sua gola cominciava a
disintegrarsi.
Wade balzò su e cercò di abbracciarla per tenere a bada l’orrore, ma stringendola non fece che
accelerare la dissoluzione. Il suono di quel disfacimento divenne un sibilo terribile.
Barcollò all’indietro con un grido, tenendo le mani davanti a sé come per ricacciare quella
visione spaventosa.
Il corpo di Mary si sgretolava in particelle sfrigolanti, poi si dissolveva nell’aria. Le mani e le
braccia non c’erano più. Le spalle cominciavano a svanire. Piedi e gambe si spaccarono e il turbine di
carne gassosa roteò nell’aria.
Wade si accasciò contro la parete, coprendosi la faccia con le mani tremanti. Non voleva
guardare, ma non riuscì a impedirselo. Tirò giù le dita e osservò, in preda a una sorta di paralizzata
fascinazione. Adesso stavano scomparendo il petto e le spalle. Il mento e la parte inferiore del viso
galleggiavano in una nuvola amorfa di carne che mulinava come neve nella tormenta.
Per ultimo toccò agli occhi. Sospesi, soli, in un velo di grigio, lo fissarono con un’intensità
bruciante. Nel cervello di Wade si formò l’ultimo messaggio di quella mente ancora viva: «Addio,
amore mio. Ti amerò sempre.»
Era rimasto solo.
Rimase a bocca aperta, con gli occhi ridotti a due cerchi di incredulo sbalordimento. Rimase lì
per diversi minuti, tremando in modo irrefrenabile e guardandosi intorno senza speranza. Non c’era più
nulla, nemmeno la più piccola traccia del passaggio di Mary.
Cercò di andare verso il lettino, ma le sue gambe erano diventate due blocchi di legno
inservibili. Tutto a un tratto il pavimento sembrò scagliarsi contro il suo viso.
Il dolore, bianco e assoluto, lasciò il posto a una nera prostrazione che reclamava la sua mente.
Clemolk era seduto sulla sedia.
«Mi dispiace che l’abbia presa così male» disse.
Wade non rispose nulla, ma il suo sguardo non abbandonò mai il volto dello storico. Il suo
corpo era percorso da una sensazione di calore, i suoi muscoli da spasmi continui.
«Probabilmente la riformeremo,» disse Clemolk, distaccato «ma la seconda volta il suo corpo
durerà ancora di meno. E poi non abbiamo...»
«Che cosa vuole?»
«Stavo pensando che potremmo parlare ancora del 1975, finché c’è...»
«Ah, è questo che pensava?» Wade si mise seduto, con gli occhi che tradivano una rabbia
impotente. «Mi tiene prigioniero, mi tortura con il fantasma di mia moglie, e adesso vuole anche
parlare!»
Balzò in piedi, le dita protese in un arco di carne inarticolata.
Anche Clemolk si alzò e frugò nella tasca della tunica. La totale indifferenza di quel
movimento fece infuriare ancora di più Wade. Quando lo storico tirò fuori la scatola di plastica, Wade
la sbatté a terra con un ringhio.
«Basta» disse Clemolk con voce piatta, l’espressione imperturbata.
«Io tornerò indietro» ruggì Wade. «Tornerò indietro e lei non mi fermerà!»
«Non sono io a fermarla» disse Clemolk, con un tono che si faceva iroso. «Lei si ferma da
solo. Gliel’ho già detto. Avrebbe dovuto prendere bene in considerazione quello che faceva, prima di
entrare nella sua cronocamera. E per quanto riguarda la sua Mary...»
Il suono di quel nome pronunciato con tanto compiaciuto distacco ruppe gli argini della furia
di Wade. La sua mano scattò e si strinse intorno al magro collo eburneo di Clemolk.
«Si fermi» disse Clemolk, con voce rotta. «Lei non può tornare indietro. Gliel’ho detto che...»
I suoi occhi da pesce si gonfiarono e si offuscarono. Un gorgoglio di timida protesta gli riempì
la gola mentre con le mani fragili cercava di opporsi alla stretta di Wade. Poco dopo le pupille gli si
rovesciarono all’indietro e il suo corpo si afflosciò. Wade allentò la presa e sistemò Clemolk sul lettino.
Corse alla porta, con la mente congestionata da progetti contrastanti. La porta non si aprì. La
spinse, vi si appoggiò con tutto il peso del corpo, cercò di infilare le unghie sotto il bordo per
scardinarla. Era bloccata. Tornò indietro, con il volto deformato da una rabbia impotente.
Ma certo!
Corse verso il corpo inerte di Clemolk, infilò la mano nella tasca e tirò fuori il piccolo pannello
di comando. Non c’erano cavi di collegamento. Wade premette un pulsante. Sopra di lui si illuminò la
grande scritta LA STORIA VIVE. Con un rantolo di impazienza Wade spinse un altro pulsante, poi un
altro ancora. Sentì la sua voce.
«...Il sistema di governo era basato sull’esistenza di tre poteri, due dei quali in teoria soggetti al
voto popolare...»
Premette un altro pulsante... e poi un altro ancora.
La porta emise una specie di ansito e si aprì senza fare rumore. Wade l’attraversò di corsa. La
porta si richiuse dietro di lui.
Adesso bisognava trovare il laboratorio. E se lì c’erano gli studenti? Doveva correre il rischio.
Sfrecciò lungo il corridoio insonorizzato, in cerca della porta della sotterranea. Fu una corsa da
incubo. Si precipitava qua e là come un pazzo, borbottando da solo. Poi si fermò e si impose di tornare
indietro, premendo pulsanti a casaccio, ignorando i suoni e le luci intorno a lui... le pareti che
svanivano, i morti che parlavano. Per poco non mancò la porta della sotterranea quando ci passò
accanto. Il suo profilo si confondeva con la parete.
«Fermo!»
Sentì il debole grido dietro di sé e si guardò freneticamente alle spalle. Clemolk avanzava
barcollando lungo il corridoio, indicandogli di fermarsi. Doveva avere ripreso i sensi ed essere uscito
mentre Wade portava avanti la sua disperata ricerca.
Wade s’infilò di corsa nella sotterranea e la porta si richiuse. Emise un sospiro di sollievo
quando sentì la cabina che sfrecciava lungo il tunnel. Qualcosa lo fece voltare. Gli sfuggì un rantolo
quando vide l’uomo in divisa seduto sulla panchina, che lo guardava dritto in faccia. Nella mano
stringeva un tubo nero e opaco puntato proprio contro il petto di Wade.
«Si sieda» disse l’uomo.
Sconfitto, Wade si lasciò cadere come un sacco di stracci. Mary. Il nome era un lamento
disperso nella sua mente.
«Perché voi riformati vi scaldate tanto?» chiese l’uomo. «Perché? Puoi darmi una risposta?»
Wade guardò su, mentre una scintilla di speranza gli accendeva l’animo. Quell’uomo pensava
che...
«Io... io ho ancora pochissimo tempo» disse in tutta fretta. «È questione di minuti. Volevo
andare in laboratorio.»
«Ma perché proprio lì, in nome del cielo?»
«Ho saputo che lì c’è una camera temporale» rispose Wade, inquieto. «Pensavo di...»
«Pensavi di usarla?»
«Sì, proprio così. Voglio tornare al mio tempo. Mi sento solo.»
«Non te l’hanno detto?»
«Detto cosa?»
La sotterranea si fermò con un sibilo. Wade si alzò. L’uomo gli fece cenno con la sua arma e
Wade tornò a sedersi. Erano già passati oltre?
«Appena il tuo corpo ricostituito torna all’aria» stava dicendo l’uomo «la tua forza psichica
ritorna al momento originale della morte... ehm, della separazione dal corpo, voglio dire.»
Wade non riusciva a concentrarsi per una sorta di paura nervosa. «Che cosa?» domandò
distrattamente, guardandosi intorno.
«La forza personale, la forza personale» bofonchiò l’uomo. «Quando lascia il corpo
ricostituito, tornerà al momento in cui originariamente sei... ehm, sei morto. In questo caso sarebbe...
quando?»
«Non capisco.»
L’uomo alzò le spalle. «Non importa, non importa. Credimi sulla parola. Tornerai presto nel
tuo tempo.»
«Che mi dici del laboratorio?»
«Prossima fermata» disse l’uomo.
«Ci si può andare, voglio dire?»
«Oh,» borbottò l’uomo «immagino che potrei farci un salto e dare un’occhiata. Credo che mi
lasceranno entrare. Sarebbe stato meglio se ci avessero informato. Non c’è mai collaborazione con i
militari. È sempre...» La sua voce si interruppe. «No» concluse. «A ripensarci, ho una gran fretta.»
Wade vide che l’uomo abbassava l’arma. Strinse i denti e si preparò a scattare.
«Be’,» disse l’uomo «ripensandoci proprio bene...»
Wade chiuse gli occhi, si appoggiò all’indietro ed emise un lungo respiro tremante fra le labbra
esangui.
Era ancora intatta. La sua lucida superficie metallica rifletteva le file di lampade sul soffitto... e
la porta circolare era aperta.
Nel laboratorio c’era un solo studente, seduto su una panca. Quando i due entrarono, alzò gli
occhi verso di loro.
«Posso aiutarla, comandante?» chiese.
«Non c’è bisogno, non c’è bisogno» disse l’ufficiale con voce annoiata. «Il riformato e io
siamo qui per vedere la cronocamera.» Fece un cenno verso la piattaforma. «È quella?»
«Sì, è quella» rispose lo studente, fissando Wade, il quale evitò di guardarlo in faccia. Non era
in grado di dire se quello studente fosse uno dei quattro che si trovavano lì la volta precedente. Si
assomigliavano tutti. Lo studente tornò al suo lavoro.
Wade e il comandante salirono sulla piattaforma. Il comandante scrutò all’interno della sfera.
«Be’,» disse in tono riflessivo «mi piacerebbe proprio sapere chi l’ha portata qui.»
«Non lo so» rispose Wade. «Non ne ho mai vista una.»
«E credevi che avresti saputo usarla!» Il comandante scoppiò a ridere.
Wade si guardò intorno nervosamente per accertarsi che lo studente non stesse guardando. Si
voltò, diede una rapida occhiata alla sfera e si rese conto che non era stata bloccata in nessun modo.
Trasalì quando risuonò un forte cicalino e, dopo un rapido controllo, vide lo studente che teneva
premuto un pulsante sul muro. Si irrigidì, impaurito.
Su un piccolo schermo video incassato nella parete era comparsa la faccia di Clemolk. Wade
non poteva sentire la voce dello storico, ma la sua faccia tradiva una grande eccitazione.
Wade girò su sé stesso, mettendosi di fronte alla camera, e chiese: «Crede che potrei vedere
cosa c’è dentro?»
«No, no» disse il comandante. «Faresti qualche pasticcio.»
«Non lo farò» disse lui. «Voglio solo...»
«Comandante!» esclamò lo studente.
Il comandante si voltò. Wade gli diede una spinta e il corpulento ufficiale barcollò in avanti,
agitando le braccia per non cadere, con un’espressione di sbalordito disappunto sul volto.
Wade si tuffò nella cronocamera, sbattendo le ginocchia sul bordo metallico, e armeggiò mani
e piedi per rimettersi dritto.
Lo studente si lanciò verso la sfera, puntando davanti a sé uno di quei tubi neri e opachi.
Wade afferrò la pesante porta e la richiuse con un grugnito. Il grosso cerchio metallico entrò
nel suo alloggiamento, proteggendolo da una vampata di fiamma azzurrina diretta verso di lui. Wade
girò freneticamente il volante fino a quando non fu certo che la porta fosse bloccata.
Potevano entrare con la forza da un momento all’altro.
I suoi occhi corsero ai quadranti mentre le dita lavoravano sulle cinture di sicurezza. Vide che
il quadrante principale era ancora regolato sui cinquecento anni in avanti. Allungò la mano e ne invertì
la posizione.
Sembrava tutto pronto. In ogni caso, doveva correre il rischio. Non c’era tempo per fare
controlli. In quello stesso momento una lama di fuoco poteva già essere puntata sul globo metallico.
Le cinture erano fissate. Wade si tenne forte e tirò la leva principale. Non successe nulla. Un
urlo di terrore mortale gli proruppe dalle labbra. I suoi occhi saettarono intorno, le sue dita volarono sul
pannello di comando mentre testava i collegamenti.
C’era una spina staccata. La strinse con tutte e due le mani e la inserì nella presa.
All’improvviso la camera cominciò a vibrare. L’acuto cigolio del meccanismo fu musica per le sue orecchie.
L’universo tornò a rovesciarsi su di lui, la notte nera gli passò sopra come un’ondata di marea. Questa volta non perse conoscenza. Era al sicuro.
.
La camera smise di vibrare. Il silenzio era quasi assordante. Wade sedeva spossato nella semioscurità, ansimando per riprendere fiato. Poi afferrò il volante e lo girò rapidamente. Spalancò la porta con un calcio, balzò nel laboratorio dell’università di Fort e si guardò intorno, ansioso di rivedere le cose a lui familiari.
Il laboratorio era vuoto. Una luce a parete brillava debolmente nel silenzio, delineando grandi ombre di macchine, e facendo risaltare sul muro la sua stessa ombra. Toccò le panche, gli sgabelli, i manometri, i macchinari, ogni cosa, tanto per convincersi che era tornato.
«È reale.» Lo disse e continuò a ripeterlo.
Si sentì avvolgere da un rilassante manto di stanchezza. Si chinò a osservare la camera. Vide
qua e là dei segni neri sulla superficie, e c’erano anche dei pezzi di metallo che sporgevano, mezzi
staccati. Era quasi innamorato di quella macchina. Anche se parzialmente danneggiata, lo aveva riportato a casa.
All’improvviso guardò l’orologio. Le due del mattino... Mary... Doveva andare a casa. Subito, subito.
La porta era chiusa. Armeggiò in cerca delle chiavi, l’aprì e si precipitò nel corridoio. Il palazzo era deserto. Giunse all’ingresso principale, lo aprì e ricordò di chiuderlo dietro di sé, anche se tremava per l’eccitazione.
Cercò di procedere a un passo normale, ma poi non ce la fece più, e si mise a correre, con la
mente già proiettata in avanti. Giunse sulla veranda, attraversò la porta, corse su in camera da letto...
Mary, Mary, chiamava... Entrò in camera come una furia... Lei era accanto alla finestra. Si girò di
scatto, lo vide, e un’espressione di inarrestabile felicità si dipinse sul suo volto. Emise un grido di
gioia... e poi si ritrovarono abbracciati, a baciarsi. Insieme, insieme.
«Mary» mormorò con voce strozzata mentre cominciava di nuovo a correre.
Il palazzo di Scienze Sociali, alto e nero, era alle sue spalle. Adesso dietro di lui c’era il
campus, e lui correva felice lungo University Avenue.
I lampioni stradali sembravano ondeggiargli davanti. Il suo petto si sollevava in respiri
ansimanti. Un dolore acuto gli tormentava il fianco. Aprì la bocca e poi, stremato, fu costretto a
rallentare. Riprese fiato e ricominciò a correre.
Solo altri due isolati. Il profilo buio di casa sua si stagliava contro il cielo. C’era una luce in
salotto. Lei era sveglia. Non si era arresa!
Il suo cuore volò fino a lei. Il desiderio del suo calore era quasi insopportabile.
Si sentiva stanco. Rallentò e si accorse che braccia e gambe gli tremavano vistosamente. Era
l’eccitazione. Gli doleva il corpo, e si sentiva stordito.
Era arrivato al vialetto di casa. La porta era aperta. Attraverso la zanzariera, vide le scale che
portavano al piano di sopra. Si fermò, con gli occhi che scintillavano febbrilmente.
«A casa» farfugliò.
Risalì barcollando il vialetto, fino ai gradini della veranda. Il suo corpo era scosso da spasmi di
dolore. Si sentiva come se la testa dovesse esplodergli da un momento all’altro.
Aprì la zanzariera e raggiunse l’arco del salotto.
La moglie di John Randall dormiva sul divano.
Non c’era tempo per parlare. Lui voleva Mary. Si voltò e salì per le scale, incespicando.
Perse l’equilibrio, per poco non cadde. Cercò a tastoni il corrimano con la destra. Un urlo gli
sgorgò e gli morì in gola. La mano si stava dissolvendo nell’aria. Rimase a bocca aperta, travolto
dall’orrore.
«No!» Si sforzò di urlare, ma dalle sue labbra uscì solo un gemito beffardo.
Lottò per rimettersi in piedi. La disintegrazione stava accelerando. Le mani e i polsi si
separavano. Si sentiva come se lo avessero gettato in una vasca di acido bollente.
Cercò di capire, ma la sua mente si avvitava su sé stessa. E intanto continuava a trascinarsi su
per le scale, ora sulle caviglie, ora sulle ginocchia, i rimasugli corrosi delle gambe in via di sparizione.
Poi capì tutto. Perché la cronocamera era chiusa. Perché non volevano mostrargli il suo
cadavere. Perché il suo corpo era durato così a lungo. Era perché lui aveva raggiunto il 2475 vivo e
dopo era morto. Adesso doveva tornare a quell’anno. Non poteva stare con lei nemmeno da morto.
«Mary!»
Cercò di gridare per chiamarla. Lei doveva sapere. Ma non uscì nessun suono. Sentì la sua gola
che cadeva a pezzi. In qualche modo doveva raggiungerla, farle sapere che era tornato indietro.
Giunse al pianerottolo e attraverso la porta aperta la vide sdraiata sul letto: dormiva, stremata
dal dolore.
La chiamò. Nessun suono. Lacrime di rabbia si riversarono dai suoi occhi doloranti. Era giunto
alla porta, e si sforzava di entrare.
Senza di te per me non c’è più vita.
Ricordare quelle parole lo torturava. Il suo grido fu come un dolce gorgoglio di lava.
Ormai era svanito quasi del tutto. Ciò che rimaneva di lui si riversò sul tappeto come una
nebbia mattutina: i suoi occhi neri erano come cristalli splendenti nel turbinio indistinto.
«Mary, Mary...» ormai poteva solo pensare «...quanto ti amo.»
Lei non si svegliò.
Con la forza di volontà si avvicinò al letto e si abbeverò della sua fuggevole visione. Era
oppresso da una disperazione assoluta. Un flebile gemito si librò intorno al suo spettro.
Poi la donna sorrise nel suo sonno tormentato e rimase sola nella stanza, a parte due occhi
spiritati che per un attimo restarono sospesi e poi scomparvero, come minuscoli mondi che avvampano alla nascita e, nello stesso momento, muoiono.
...
.
...
Fine.
...
.
...
La cosa.
...
.
...
Titolo originale: The Thing. 1951.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
«Non mi piace» disse decisa la signora Lee facendo tintinnare la tazza sul piattino. «Non mi piace l’idea di portare Billy a vederla.»
«Io voglio che la veda» disse suo marito. «È grande abbastanza.»
Sedevano tutti e quattro intorno al tavolo della camera da pranzo. L’illuminazione indiretta faceva brillare i bicchieri scheggiati, metteva in rilievo la trama consunta della tovaglia e dei tovaglioli e traeva un cupo bagliore dalla vecchia argenteria. Il vassoio ellittico in mezzo al tavolo era quasi vuoto, a parte qualche avanzo di roast beef e chiazze di sugo.
Il signor Tomson prese l’ultimo pezzo di pane e lo passò sul sugo rimasto. Poi con un languido sospiro se lo infilò in bocca e lo mandò giù a occhi chiusi. «Ah» gemette. «Uno quasi se ne dimentica.
Il senso del gusto viene meno e le papille si atrofizzano.» Riaprì gli occhi e passò in rassegna il tavolo.
«È stato magnifico» disse compiaciuto. «Un piacere antico.»
Il signor Lee finì il suo caffè e mise giù la tazza con un gesto di allegra spavalderia. «Be’,
questa è fatta» disse. «D’ora in avanti... pillole, ghiottonerie artificiali e l’incubo dei succhi vitaminici
concentrati. La scienza ci ha mostrato la via.»
La signora Lee ripiegò nervosamente il suo tovagliolo. «Vorrei che non parlassi così» disse.
«Lo sai che non è giusto.»
«Sta solo scherzando» disse la signora Tomson. «Harry si comporta come lui.» Rivolse al
marito un’occhiata divertita fingendo superiorità. «Agli uomini piace sempre dire cose blasfeme in
presenza delle loro adorate compagne.»
Harry Tomson fece una risatina. «Le donne» disse «sono gli scienziati ideali. Il mondo
femminile è opportunamente limitato almeno quanto quello del Comitato Politico.»
Kathryn Lee si alzò con un movimento secco e impaziente. «Bene» si affrettò a dire.
«Sparecchiamo prima che qualcuno venga e veda tutto.»
«Certo» convenne Myra Tomson. «Sarebbe proprio bello se ci mandassero in un Campo
Politico solo per aver mangiato un po’ di roast beef.»
«Mia cara moglie» disse Harry, rivolto a nessuno in particolare. Poi si alzò e sollevò il
bicchiere. Sul fondo oscillavano alcune gocce di autentico, vecchio vino. «Amici miei...» brindò
«questa è un’occasione solenne. I vostri refrigeratori nascosti – e i nostri – a questo punto sono
completamente vuoti. Le ultime vestigia di vero cibo sono finite. Adesso dobbiamo tornare alla
meschina e sordida prospettiva di non poterci più nutrire in modo onesto. La scienza dice pillole e noi,
come un gregge di pecore, mandiamo giù pillole. Niente malattie, dicono i guerrieri delle provette,
niente bacilli, niente microscopici mostri con gli occhi da insetto. E dunque abbasso la fetta di carne!»
Gesticolò con il bicchiere. «Io bevo» aggiunse «al privilegio dell’indigestione, al defunto –
anche se non meno glorioso – diritto dell’uomo di procurarsi con le sue stesse mani un bel mal di pancia.»
Ralph Lee ridacchiò. «A questo bevo anch’io» disse. «Signore, i vostri bicchieri.»
Myra chiocciò in modo materno e sorrise alla signora Lee. Kathryn si leccò le labbra senza
volerlo.
«Lasciamoli fare, cara» disse Myra. «In fin dei conti è l’ultima volta.»
Tirata dentro, Kathryn sollevò il bicchiere e sorseggiò quel poco che rimaneva. Al di sopra del
fragile bordo dorato incrociò gli occhi del marito. Lui sorrise, con un angolo dell’occhio che
ammiccava in modo quasi faceto. Poi riabbassò il bicchiere. «Ancora non capisco perché dobbiamo
andare a vedere quella cosa stasera. E nemmeno perché insisti tanto che ci venga pure Billy.» Scosse la
testa e cominciò a raccogliere i piatti.
«Sai come sono i nostri mariti» disse Myra, possessiva. «Non ne vogliono sapere di crescere.»
«Ehi, perché non facciamo un salto a casa a prendere anche Lilly?» disse suo marito. «Vorrei
che la vedesse anche lei.»
«Non ci pensare nemmeno» disse decisa Myra, alzandosi dalla tavola. «Non voglio che sia
tirata giù dal letto.»
«Non capisco perché Billy debba venire» brontolò Kathryn «solo per vedere una stupida...»
«Kate!»
La donna si girò di scatto verso il marito e lo guardò con un’aggressività che stupì anche lei.
«Non c’è bisogno di alzare la voce» disse, imbarazzata per essere stata ripresa davanti ai Tomson.
«Non sono molte le cose che mi fanno arrabbiare» replicò Ralph gettando sul tavolo il
tovagliolo. «Questo lo sai.» Si rivolse a tutti: «Non dobbiamo mai chiamare stupida quella cosa. Nella
nostra pietosa società è l’unica cosa che non sia stupida.»
«Amen» disse Harry.
Myra alzò le spalle.
«Sembrate tornati ai tempi dell’università» disse. «Bla bla bla. Spezzare il sistema o il sistema
spezzerà voi. Spezzare...»
«Vediamo di sparecchiare» intervenne suo marito. «E facciamo presto, noialtri nemici dello
Stato.»
«Ci pensiamo noi» disse Kathryn. «Voi uomini potete andare in biblioteca a chiacchierare.»
«Quello che non vedevate l’ora di fare per tutto il pasto» osservò Myra. «Però tenete la voce
bassa.»
«Andiamo» disse Ralph con un sorriso. «Qui non siamo graditi. E poi ho una sorpresa per te.»
«Sul serio?» Gli occhi di Harry si illuminarono. «Bene» disse poi. «In questa società è rimasto
ben poco che possa sorprendermi.»
«Eccoli che ricominciano» disse Myra dirigendosi verso la zona apparati con le mani piene di
piatti sporchi.
Kathryn toccò il braccio del marito. «Dobbiamo proprio portarci Billy?» chiese. «Lo sai che
vederla è contro la politica.»
Ralph le diede una pacca rassicurante sulla spalla. «Non ti preoccupare» disse. «Lo sai che
Harry e io ci andiamo regolarmente. E nessuno ci ha mai arrestato, no?»
Lei scosse lentamente la testa. «Non mi piace lo stesso» disse.
«Sistema i piatti più in fretta che puoi, cara» le disse Ralph. «Non vogliamo portare Billy
troppo tardi.»
Lei se ne tornò nella zona apparati con un sospiro. Dalla porta girevole le giunse la voce
soffocata di Myra. «Non so proprio dove andremo a lavarli» disse. «Al giorno d’oggi i piatti non si
usano nemmeno più.»
«Be’, andiamocene in biblioteca» disse Ralph. I due uomini attraversarono il pavimento
piastrellato e risalirono una rampa munita di ringhiera.
«Che ve ne farete delle stoviglie?» chiese Harry. «Le terrete?»
«Tu e Myra che farete?»
«Oh» rispose Harry. «Myra le ha nascoste da qualche parte. Un posto segreto, da donne. Un
souvenir del passato ormai defunto. Roba del genere.»
«Immagino che Kate farà la stessa cosa.»
Entrarono nella piccola biblioteca. Incassati nelle pareti, gli scaffali antipolvere erano pieni
fino all’inverosimile di plastilibri.
Con le mani sui fianchi Harry scorse i titoli: Astronomia categorica, I princìpi della fisica
assoluta, L’universo immutabile, Lo schema contiguo. Emise un respiro sibilante fra i denti stretti.
«Accidenti, dopo un po’ ti cominci a chiedere se sia tutto vero, se in questi libri ci siano davvero tutti i
fatti.»
«Converrei con te» disse Ralph «se non fosse per la cosa.»
«Già, la cosa.» Harry lo disse quasi in tono riverente. «La cosa meravigliosa. Un faro nel buio
assoluto.» Allontanò una leggera irritazione. «Allora,» chiese allegramente «dov’è la sorpresa?»
Con un’espressione di malizia repressa Ralph estrasse un libro dall’ultimo palchetto e lo porse
a Harry in modo che potesse leggerne il titolo: Dentro questa barriera. Girò il libro su un fianco e
sollevò delicatamente la copertina.
«Sigari!»
Harry rimase a bocca spalancata, fuori di sé per l’eccitazione. «Buon dio, amico, ma sono
veri?»
«Annusa» disse Ralph con aria trionfante. «Scegline uno grosso.»
Harry si sporse e inalò avidamente l’intenso aroma del tabacco. «Oh» gemette. «Sono morto e
sto andando in paradiso. Dove li hai trovati?»
«Reperti storici» rispose Ralph. «Prendine uno.»
Harry non se lo fece dire due volte, tirò fuori un sigaro e lo arrotolò quasi con reverenza fra le
dita grassocce. Se lo passò sotto il naso e poi, con un sospiro di piacere, ne inserì un’estremità fra i
denti e morse la punta.
«Magnifico!»
«E adesso preghiamo che questo fiammifero primordiale sappia ancora fare il suo dovere»
disse Ralph. Se lo sfregò sul tacco e quello si accese di una luce gialla. La sua testa fu avvolta da una
nube di fumo leggera come un velo.
Ralph emise una lunga, persistente boccata. «Sono tornato ragazzo» disse con l’aria
soddisfatta.
Se ne stavano seduti nelle poltrone informi che si adattavano alla corporatura delle persone
accanto al televisore a parete.
«È stata una serata meravigliosa» disse Harry. «Un sogno, un desiderio fantastico che si è
avverato.»
«Non è patetico che debba esprimerti così?» disse Ralph lasciando cadere la cenere
nell’involucro del libro. «Non è un commento spietato sui tempi che il più semplice e comune dei
piaceri possa assumere una così vasta e incredibile importanza?»
«Lo è, lo è» convenne Harry stancamente mentre osservava malinconico il mozzicone del
sigaro. «Be’, è colpa nostra. Ci siamo fregati da soli. Ci siamo costruiti addosso un sistema così rigido e
così virtuoso da diventare una gabbia.»
«Dài, prendine un altro» disse Ralph avvicinandogli la scatola. «No, no, fa’ pure. Ce ne sono
altri due. Perché prolungare la tortura? Fumiamoceli tutti e dimentichiamoci che sia mai esistita una
simile delizia.»
«Mi chiedo» disse Harry mentre si accendeva il secondo sigaro «se non ci siamo abbandonati a
quella filosofia in tutti i sensi. Un’accettazione rassegnata. È un abisso in cui sprofondiamo ogni giorno
di più. Sai, potrebbe succedere che un giorno anche la cosa venga dimenticata, che anche
quell’infinitesimale scintilla di coscienza finisca con lo scomparire.»
«È possibile» disse cupamente Ralph. «Indubbiamente, orribilmente possibile. Abbiamo
dimenticato troppo. Come lottare, come innalzarsi fino ad altezze vertiginose e poi precipitare in abissi
senza fondo. Non abbiamo più aspirazioni. Abbiamo dimenticato anche le sfumature più sottili della
disperazione. Abbiamo smesso di correre. Ci limitiamo ad arrancare, dalla struttura al convogliamento
all’impiego, e poi ricominciamo di nuovo. Viviamo all’interno dei confini che la scienza ha stabilito
per noi. Il metro per misurarli è corto e dolce: l’intera estensione della vita è un breve, ombroso
continuum che passa dal grigio al più grigio. L’arcobaleno non ha più colori. Non siamo quasi più
capaci nemmeno di dubitare.»
Harry Tomson si mosse sulla poltrona e passò in rassegna la sfilata di libri. «Giusto» disse.
«L’hai detto. La vita sotto una logaritmica arroganza. Parole già scritte, gonfie di dogmatismo, che
proclamano la fine della sorpresa. Non c’è più niente di strano, niente più che vada oltre gli schemi. Il
Nostro Ordine è il Vero Ordine.» Sospirò e guardò l’amico.
Ralph gli sorrise. «Be’,» disse «c’è ancora la cosa. Finché esiste... possiamo sperare.»
«Ralph?»
Era Kathryn. Lui si alzò e si girò verso l’arcata della porta. «Sì, cara?»
«Per l’ultima volta» lo supplicò lei. «Dobbiamo proprio portarlo?»
Lui annuì. «Sì, Kathryn. Voglio che la veda. Mi rifiuto di lasciarlo crescere senza che ne
sappia niente.»
«Ma se ne parlasse con qualcun altro? È solo un ragazzino.»
«Non sarà il solo che l’ha vista. Smettila di preoccuparti.»
Lei unì le mani e lo fissò.
«Farai meglio ad andarlo a prendere» le disse lui.
Kathryn si voltò lentamente e lui sentì il rumore dei suoi tacchi che scendevano la rampa.
Ralph guardò Harry. «Sei proprio convinto che sia giusto che Billy la veda, non è vero?» gli chiese.
«Buon dio, sì» esclamò Harry. «Mi dispiace solo di non poterci portare anche Lilly. Mi
piacerebbe che la vedesse anche lei.»
Poi sbadigliò e irrigidì i muscoli, alleggerendoli e lasciando che le sue membra si rilassassero.
«Qualche altro tiro» disse «e ci metteremo in marcia.»
Billy se ne stava raggomitolato sul grembo di Kathryn. I suoi occhi appesantiti dal sonno
guardavano fuori dal finestrino.
«Dove stiamo andando, mamma?» domandò per la quinta volta.
«A fare una passeggiata» gli rispose Kathryn, che poi rivolse un’occhiataccia al marito. «Sarà
così insonnolito che non si renderà nemmeno conto di quello che vede.»
«Si renderà conto eccome» disse Ralph. «Mio padre mi ha portato a vederla quando ero un
ragazzino. Anch’io ero insonnolito, ma me lo ricordo benissimo. Me lo sono sempre ricordato.»
Continuava a tenere lo sguardo fisso sull’ampia autostrada che scorreva fra le corsie pedonali
come un nastro inamidato. Sopra di loro incombevano le torri commerciali che tagliavano le nuvole.
La macchina oltrepassò uno dei grandi cartelloni a specchio che costeggiavano maestosi il
bordo dell’autostrada ogni centinaio di metri. LA SCIENZA È VERITÀ, dicevano le parole luminose.
Dietro di essi si stendeva una fila prospettica di altri cartelli.
Se la scienza dice no... è no!
Tutto ha uno schema.
Il Nostro Ordine è il Vero Ordine.
«È proprio come dici tu, Harry» gli disse Ralph voltandosi appena. «Dopo un po’ si comincia a
prendere le parole per buone. L’abitudine ha il sopravvento. È una cosa terribile, ma se tu ripeti
qualcosa abbastanza a lungo, se la ripeti all’infinito, a un certo punto cominci a credere anche quello
che non è vero. Tutto viene ribaltato.»
«Già» disse Harry. «Verissimo.»
«Ma voi due dovete sempre borbottare?» disse Myra. «Ci sembra di essere sposate a dei
politici.»
Harry ridacchiò. «Che farei senza di te, dolcezza?» disse accarezzandole la mano. «Tu sei
l’assenza di passione che fa girare il mondo.»
«Cretino.»
«Guarda, Billy!» esclamò improvvisamente Ralph, facendo trasalire sua moglie. «Lassù!»
«Che c’è, papà?»
«Guarda la stella cadente» disse Ralph. «Da quella parte.» Ruotò dolcemente la testa di Billy
con la mano destra.
«Oh!» disse Billy. «La vedo. Che cos’è, papà?»
«Una stella cadente, caro» disse Kathryn. «Papà te l’ha appena detto.»
«Chi l’ha fatta cadere, papà?»
Tutti risero divertiti, ma senza entusiasmo.
«Nessuno l’ha fatta cadere, tesoro» gli spiegò Kathryn. «È solo un pezzo di roccia che si è
avvicinato troppo alla nostra Terra e ha preso fuoco. Adesso tutti gli scienziati lo stanno osservando.»
«Perché, mamma?»
«Perché? L’aspettavano e volevano vedere quello che succede. Sai, sapevano che sarebbe
caduta da un bel po’ di tempo. Lo sapevano addirittura da prima che tu nascessi.»
Ralph strinse le labbra. «Non dirgli queste cose» disse rabbiosamente. «Lo sai che non è vero.»
Lei respirò a fondo. «Gli sto dicendo la verità» replicò in tono sostenuto. «Gli scienziati della
Politica non commettono errori. L’universo è ordinato. Vuoi forse far credere a tuo figlio che non lo
è?»
«Voglio che mio figlio veda con i suoi occhi» ribatté Ralph.
«Avremmo dovuto portare Lilly» disse Harry.
«Questo sarebbe stato il massimo, eh?» disse Myra.
«Povero me» disse Harry in tono divertito.
«E non ricominciare con le tue dotte dissertazioni sulla cosa» sbottò Myra.
«È semplicissimo, mia cara» le disse suo marito. «Rompe lo schema, ergo niente più schema.»
«Sciocchezze.»
«Logica irrefutabile, secondo me» disse Harry con una risatina.
La macchina di superficie di Ralph svoltò e risalì a tutta velocità una rampa laterale fino a
raggiungere una stradina deserta alla periferia della città.
«E se la Guardia Politica facesse irruzione in... in quel posto dove stiamo andando?» disse
Kathryn.
«Non lo faranno» replicò Ralph.
Diede un’occhiata a Billy. La piccola testa bionda si era accasciata contro la spalla di Kathryn.
Fissava il parabrezza con gli occhi quasi chiusi. Ralph sorrise.
«È una cosa che non dimenticherai mai, Billy» disse Ralph.
«Sì, papà.»
Kathryn baciò il figlio sulla fronte e gli accarezzò i capelli con affetto.
«Mi sento proprio una criminale» disse Myra mentre attendevano nel vicolo buio che qualcuno
rispondesse alla porta.
Kathryn si guardava intorno nervosamente, tenendo Billy stretto a sé. «Ti prego, Ralph,» lo
implorò «andiamocene a casa. Torneremo un’altra sera.»
«No» disse Ralph, ostinato. «Ormai siamo qui, non ha senso tornare indietro.»
Una finestrella si aprì nella porta. Kathryn ansimò mentre un sottile raggio di luce le colpiva la
faccia. Poi la luce fu nascosta da due occhi sospettosi che li fissavano.
«Sì?» chiese una voce profonda.
«Noi, ecco...» disse Ralph in tono esitante. «Noi vogliamo vedere la cosa. Voglio che la veda
mio figlio.»
Gli occhi guizzarono su Billy, aggrappato a sua madre. Poi lo sguardo gelido oltrepassò le loro
spalle ed esaminò il lungo vicolo deserto.
«Mi faccia vedere la sua carta di identificazione» disse la voce.
Ralph estrasse il portafoglio e vi pescò una piccola tessera di plastica. La mise davanti alla
finestrella e delle dita l’afferrarono. Tutti attesero.
«Tutto questo è assurdo» disse Myra, che non riusciva a frenare il nervosismo. «Cosa siamo,
bambini che giocano?»
«Zitta, cara» disse Ralph. «Altrimenti parto con l’orazione.»
Myra lo fulminò con lo sguardo.
Dopo un po’ si sentì il rumore di un catenaccio che scorreva e la porta si aprì scricchiolando.
«Entrate in fretta» disse l’uomo.
Era alto, di mezza età, vestito di grigio. Richiuse la porta non appena furono entrati tutti.
I loro passi echeggiarono sui gradini consumati di una scala mentre scendevano dopo di lui.
L’aria era fredda e umida.
«Se si ammala...» disse minacciosa Kathryn rialzando il colletto di Billy.
«Non c’è malattia nel nostro schema» disse Ralph con un’amarezza contenuta. Poi fissò sua
moglie con aria colpevole. «Non staremo qui tanto a lungo» aggiunse.
Entrarono in un’ampia sala con le pareti di pietra. Sembrava un auditorium, con le sedie
disposte a intervalli irregolari, tutte rivolte verso la piattaforma appena rialzata. C’era un gruppetto di
uomini anziani e una giovane coppia che sedevano silenziosi nel buio, in attesa. Sulla piattaforma si
vedeva il profilo di una grossa cassa semisferica completamente nascosta da un lungo telo nero.
Le scarpe ticchettarono sul pavimento quando si sistemarono dietro la terza fila. Myra si
schiarì la gola e quel suono si diffuse in tutta la sala come uno sciame di pipistrelli in volo. Si guardò
intorno frettolosamente, mentre le guance le si arrossavano per l’imbarazzo.
Harry fece un sorriso stentato e le accarezzò la testa. Lei lo ricambiò con un’occhiata che
esprimeva impotente frustrazione.
Alla fine si sistemarono sulle sedie traballanti.
«Lascia che lo tenga io» disse Ralph prendendo Billy dalle mani della moglie.
Lei lasciò il bambino a labbra strette e posò le mani in grembo, tormentandosi la gonna. Un
brivido gelido le attraversò la schiena.
Per cinque minuti rimasero lì in silenzio.
Myra si mosse.
«Quando hanno intenzione di mostrarcela, per l’amor del cielo?» farfugliò stizzita al marito.
Lui alzò le spalle. «Non ne ho idea» rispose. «Stai diventando nervosa?»
«Sì» disse lei a denti stretti. «Sono spaventata a morte.»
Harry sorrise.
«Non mi piace» disse Kathryn a Myra. «Non è giusto essere qui.»
Myra le strinse la mano. «È solo un gioco, Katie» disse. «Non farti prendere dal panico.»
L’uomo vestito di grigio salì sulla piattaforma e si piazzò accanto alla cassa coperta. Tossì,
guardò la parete in fondo alla sala.
«Signore e signori» esordì in un tono solenne e controllato. «Forse qualcuno di voi è venuto
qui stasera per divertirsi. Può darsi. Tuttavia debbo credere e sperare che la maggior parte di voi sia
stata spinta dalla stessa ragione per la quale noi del Comitato dei Fenomeni Fuorilegge rischiamo la
vita per salvaguardare la cosa.
«Potete credermi, signore e signori, quando vi dico che questo fenomeno, uno dei pochi
rimasti, riveste per noi un’importanza incommensurabile.
«Perché?, vi chiederete.» Fece una pausa a effetto protendendo la mano scheletrica sopra il
telo. «Rispondetevi da soli» concluse.
Tirò giù il telo.
I presenti si sporsero involontariamente in avanti, e le vecchie sedie di legno scricchiolarono
all’unisono. Tutti trattennero il fiato. Gli occhi scrutavano ansiosamente nella penombra.
Sotto la semisfera di plastica c’era una piccola macchina scintillante. I suoi ingranaggi
giravano lentamente e senza emettere il minimo rumore. C’erano come delle pietre preziose, al centro,
che luccicavano sotto il faretto appeso al soffitto.
«Questa è la cosa» disse l’uomo a bassa voce. «Questa è la macchina che non si ferma mai.»
Ralph si sporse oltre la testa di suo figlio e sussurrò: «Vedi bene, Billy?»
«Sì, papà» rispose la vocetta obbediente del bambino.
«Sai che significa?»
«Ehm, no, papà.»
Kathryn strinse la mano sinistra di Billy nella sua.
«Significa» disse Ralph «che le cose che ti diranno a scuola non saranno tutte vere.»
«Ralph!» sibilò sua moglie.
Lui la allontanò con un gesto secco. Kathryn contorse le spalle con impazienza, spaventata.
Billy le rivolse un’occhiata, poi tornò a guardare il padre.
«Non mi aspetto che tu capisca tutto» riprese Ralph. «Ma ricordati una cosa, Billy. La scienza,
per bocca del Comitato Politico, afferma che quella macchina non può funzionare. Questo lo capisci?»
«Sì, papà.»
«Però funziona, Billy. Tu la vedi funzionare! Sono più di cinquemila anni che continua a girare
senza posa. Da prima che tu nascessi, da prima che io nascessi, o mio padre, o il padre di mio padre.
«E continuerà a girare quando tu sarai cresciuto e porterai tuo figlio qui a vederla. E quando lo
farai dovrai dirgli, come io sto dicendo a te, che la macchina funzionerà per sempre. Anche se tutti i
Comitati Politici di questo mondo diranno che non è vero.»
Billy osservò gli ingranaggi in movimento a bocca spalancata. Sbatté le palpebre senza mai
distogliere lo sguardo, quasi imbevendosi di quella visione.
Kathryn lo guardò in silenzio, la faccia tirata per la paura. Gli toccò involontariamente la mano
e una lacrima le scese lungo la guancia.
Billy si voltò e disse qualcosa; Ralph si accucciò per sentire. Anche Harry si piegò sulle gambe
della moglie, incuriosito.
«Che hai detto?» chiese Ralph.
«Si fermerà mai, papà?» chiese di nuovo Billy.
Harry piegò le labbra all’insù in un sorriso profetico. Poi si raddrizzò, prese la mano di Myra e
gliela strinse forte, come a volerla proteggere.
Ralph accarezzò il braccio di Billy e parlò pianissimo, fissando sua moglie.
«No, Billy» disse. «Noi non la faremo fermare mai.»
...
.
...
Fine.
...
.
...
Dai canali.
...
.
...
Titolo originale: Through Channels. 1951.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
Clic. Swish swish swish. Tutto pronto, sergente? Pronto. Okay. Questa registrazione viene effettuata il quindici gennaio millenovecentocinquantaquattro, ventitreesimo distretto di polizia... Swish. ...Alla presenza del detective James Taylor e, ehm, del sergente Louis Ferazzio. Swish swish.
Nome, prego. Eh?
Come ti chiami, figliolo?
Come mi chiamo?
Andiamo figliolo, stiamo cercando di aiutarti.
Swish.
L... Leo.
Cognome.
Io n... non... Leo.
Qual è il tuo cognome, figliolo?
Vo... Vo...
Tranquillo, figliolo. Non agitarti.
V... Vogel.
Leo Vogel. Ti chiami così?
Già.
Indirizzo?
V... ventidue trenta, Avenue J.
Età?
Ho... ho quasi... Do... dov’è mamma?
Swish swish.
Spenga un attimo, sergente.
D’accordo.
Clic.
Clic.
Swish.
Bene, figliolo. Sei tranquillo, adesso?
C... certo. Ma dov’è...?
Quanti anni hai?
Qui... Quindici.
Ora, ecco, dove sei stato ieri sera dalle sei fino a quando non sei ritornato a casa?
Io... io sono andato... al cinema. Mamma mi ha dato... me li ha dati lei, i soldi.
Perché non sei rimasto a casa a guardare la televisione insieme ai tuoi genitori?
Perché... perché...
Sì?
Dovevano venire i Le... i Lenotti a guardarla con loro.
Vengono spesso?
N... no. Era la prima volta che... che venivano.
Ah-ah. E così tua madre ti ha mandato al cinema.
G... già.
Sergente, offra al ragazzo un po’ di quel caffè. E veda se riesce a rimediargli una coperta.
Subito, capo.
Adesso, ecco, figliolo. A che ora sei uscito dal cinema?
A che ora? Io... io non so che ora fosse.
Verso le nove e mezza, diciamo?
Credo di sì. Io non lo so... che ora era. Tutto quello che...
Sì?
Niente.
Be’, hai visto lo spettacolo una volta sola, no?
Swish.
Eh?
L’hai visto una volta sola. Non è che l’hai visto due volte, vero?
No. No. L’ho visto una volta sola.
Bene. Questo significa, ehm...
Swish.
...Che devi essere uscito dal cinema più o meno verso le nove e mezza. Sei andato subito a
casa?
Certo... voglio dire, no.
Dove ti sei fermato?
Ho preso una coca al... al bar.
Capisco. Poi sei andato a casa.
S... sì...
Swish.
...Sì, poi sono andato a casa.
La casa era buia?
Certo. Ma... quando guardano la tivù non accendono mai le luci.
Ah-ah. Sei entrato?
S... sì.
Prenditi un sorso di caffè, giovanotto, prima che diventi freddo. Sta’ tranquillo, fa’ con
comodo. Non strozzarti. Ecco. Va meglio?
Sì.
Benissimo, allora. Ora... oh, bene. Gliela metta sulle spalle, sergente. Ci siamo. Ti senti
meglio?
Mmm.
Bene. Andiamo avanti. E credimi, figliolo, neanche io mi sto divertendo. L’abbiamo visto
anche noi.
Voglio mamma. La voglio. Per favore, posso...
Oh. Che stavo... be’, lo spenga, sergente. Ecco, figliolo. Non ce l’hai un fazzoletto, vero?
Tieni. Ha spento, sergente?
Oh. Lo spengo subito.
Swish clic.
Clic.
Quando sei entrato, c’era qualcosa di... strano?
Cosa?
Ieri sera ci hai detto che avevi sentito un odore.
Sì. Era... era... C’era un odore strano.
Di qualcosa che conosci?
Eh?
Era un odore che avevi già sentito prima?
No. Non era forte. Non in... corridoio.
D’accordo. Allora sei entrato in salotto.
No. No. Sono andato... Mamma. Posso...
Swish swish.
Andiamo, figliolo, fatti coraggio. Lo sappiamo che hai passato un momentaccio, ma stiamo
cercando di aiutarti.
Swish swish swish.
Tu, insomma, non sei andato in salotto. Non hai pensato che quell’odore significasse qualcosa?
Io... io ho sentito che era accesa e...
Accesa?
La televisione. Ho pensato... ho immaginato che la stessero ancora guardando.
E poi?
E poi mamma non voleva che entrassi quando guardavano la televisione. Allora sono andato in
camera mia, così non avrei... mi capisce.
Non li avresti disturbati.
G... già.
D’accordo. Quanto tempo sei rimasto lassù?
Ero... non lo so per quanto. Forse un’ora.
E poi?
Non... non si sentiva nessun rumore, giù in basso.
Proprio nessuno?
No. Non si sentiva niente.
E questo non ti ha insospettito?
Certo. Be’, ho pensato che... dovevano ridere, o parlare forte o...
Silenzio assoluto.
Sì. Silenzio assoluto.
Allora sei sceso?
S... sono sceso più tardi. Stavo per andare a letto. Ho pensato di...
Volevi dargli la buonanotte.
Già. Io...
Swish.
Sei sceso e hai aperto la porta del salotto?
Sì. Io... sì.
Che cosa hai visto?
Io... io... Oh, perché non mi... Voglio la mia mamma. Lasciatemi in pace. Io voglio lei!
Figliolo! Lo tenga, sergente. Calmati!
Swish swish.
Mi dispiace, giovanotto. Ti ho fatto male? Dovevo calmarti. Io... so quello che provi, Leo.
Abbiamo visto anche noi. Anche noi ci siamo sentiti male... è stato orribile.
Swish.
Solo qualche altra domanda, poi ti porteremo da tua zia. La prima cosa: la televisione. Era
accesa?
Sì. Era accesa.
E tu... hai sentito qualche odore?
Sì. Come in corridoio. Solo che era peggio. Tanto, tanto peggio.
Quell’odore.
Quell’odore. Di morte. Una puzza di morte. Come una pila di cadaveri, di roba morta... Non lo
so. Di immondizia. Un mucchio di immondizia.
Nessuno parlava?
No, non si sentiva niente. A parte la tivù.
Che trasmetteva?
Ve l’ho già detto.
Lo so, lo so. Dillo di nuovo. Dobbiamo fare il verbale.
Si vedevano... come ho detto... solo quelle lettere. Lettere grandi e grosse.
Che dicevano?
C... ehm... M-A-N-G-I-A-R-E.
M-A-N-G-I-A-R-E?
S... sì. Lettere grandi e storte.
Le avevi mai viste prima?
Certo. Ve l’ho già detto. C’erano sempre, sul nostro televisore... Non proprio sempre, ma
abbastanza spesso.
I tuoi genitori non se n’erano mai stupiti?
No. Dicevano... pensavano che fosse una specie di pubblicità. Capisce.
Ma tu ci vedevi delle cose.
Non lo so. Mamma diceva... che era roba per ragazzi. Alcune, voglio dire.
Tu che hai visto?
Swish swish swish.
Come delle... bocche. Bocche enormi. Aperte. Spalancate, tutte spalancate. Non erano bocche
di p... di persone.
Swish.
A che somigliavano? Voglio dire, non potresti dirmi com’erano?
No. Insomma... erano come... insetti, forse, o forse... v... vermi. Grossi vermi. Tutte bocche.
Bocche aperte.
Va bene.
Swish.
Tu hai detto che le lettere si accendevano, poi si spegnevano e tu vedevi le bocche, e poi di
nuovo le lettere?
Già. Proprio così.
Questo succedeva tutte le sere?
Sì.
Alla stessa ora?
No. A ore diverse.
Fra un programma e l’altro?
No. In qualsiasi momento.
Sempre sullo stesso canale?
No. Ovunque. Qualunque canale stessimo guardando... le vedevamo sempre.
E...
Voglio andare via. Posso... Mamma! Dov’è? Voglio la mia mamma. La voglio.
Swish clic.
Clic.
Solo qualche altra domanda, Leo, e abbiamo finito. Dunque, tu hai detto che i tuoi genitori non
avevano mai fatto controllare il televisore.
No, gliel’ho detto. Credevano che fosse...
Va bene.
Swish.
Sei entrato in salotto. Hai detto che sei scivolato, o qualcosa del genere, vero?
Sì. Su quella roba.
Che roba?
Non lo so. Roba unta. Come grasso caldo. E mandava una puzza orrenda.
E poi hai... hai trovato...
Swish.
Ho trovato loro. Mamma e papà. E i Lenotti. Erano... Oooh, voglio...
Leo! E la televisione? Che mi dici della televisione, Leo?
Eh, come?
Che si vedeva sullo schermo? Hai detto che c’era qualcosa.
Io, sì... io...
C’erano le lettere, Leo, vero?
Sì, sì. Quelle lettere. Quelle grosse lettere tutte storte. Stavano lì. Sullo schermo. Le ho viste.
E... e...
Che cosa?
Le ultime due lettere. Si sono come... cancellate. Sono scomparse. E... e... Che cosa, Leo?
Sono state sostituite da altre due. T-O. Era un’altra parola. Swish swish swish.
Lo accompagni da sua zia, sergente. E lo schermo è diventato nero...
Va bene, Leo. Il sergente ti accompagnerà a ca... da tua zia. Ho acceso le luci. Va bene, Leo. Ho acceso la luce! Mamma! MAMMA! Clic.
...
.
...
Guerra di streghe.
...
.
...
Titolo originale: Witch War. 1951.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
Sette belle ragazze sedute in fila. Fuori è notte, piove a dirotto... il tipico tempo da guerra.
Dentro un caldo secco, piacevole. Sette ragazzine in tuta che chiacchierano. Sul muro una targa che dice: CENTRO B.R.
Il cielo si schiarisce la gola con il tuono, e si scrolla le spalle immense di fulmini sfilacciati. La pioggia zittisce il mondo, piega gli alberi, buttera la terra. Un palazzo squadrato, basso, con una parete di plastica.
Dentro, il parlottio confuso di sette belle ragazze.
«Così gli dico: ‘Non mi dia quello, signor Prepotente’. E lui mi dice: ‘Ah, davvero?’ e io dico: ‘Davvero!’»
«Sul serio, non vedo l’ora che tutto questo sia finito. Durante l’ultimo permesso ho visto un cappellino che era un amore. Oh, quanto mi piacerebbe metterlo!»
«Anche tu? Non dirmelo! Non si riesce a tenere i capelli in ordine. Non con questo tempo. Perché non ci permettono di liberarcene?»
«Uomini! Mi danno il voltastomaco.»
Sette modi di gesticolare, sette modi di atteggiarsi, sette risate che risuonano argentine fra un tuono e l’altro. Denti che si scoprono in risatine femminili. Mani instancabili che disegnano ghirigori nell’aria.
Centro B.R. Ragazze. Sette. Belle. Nessuna oltre i sedici anni. Riccioli. Trecce. Piccole labbra che sporgono... sorridono, fanno il broncio, danno forma a un’emozione dopo l’altra. Occhi giovani, luminosi... che scintillano, ammiccano, si restringono, freddi o caldi.
Sette giovani corpi che sprizzano salute, irrequieti sulle sedie di legno. Membra lisce di adolescenti. Ragazzine, ragazzine graziose. Sette in tutto.
Un esercito di uomini brutti, informi, che sguazzano nella melma, che arrancano lungo la strada fangosa, nera come pece.
Pioggia torrenziale. Cade a secchiate su ognuno degli uomini, sfinito dalla stanchezza. Il rumore risucchiante di grossi stivali che sprofondano nel fango giallastro e appiccicoso e neriemergono sgocciolando la poltiglia dalle suole.
Uomini che avanzano faticosamente – a centinaia – fradici, abbattuti, senza più energie.
Giovani curvi come vecchi. Mascelle pendule, bocche spalancate a cercare di respirare l’aria nera e umida, lingue ciondolanti, occhi infossati e inespressivi, che non guardano nulla. Riposo.
.
Uomini impantanati nella fanghiglia, schiacciati dal peso degli zaini. Teste piegate all’indietro,
bocche aperte, la pioggia che scroscia sui denti gialli. Mani immobili... mucchietti scheletrici di ossa e
carne. Gambe che non si muovono più... come pezzi di legno in pantaloni cachi mangiati dai vermi.
Centinaia di arti inutili ancorati a centinaia di tronchi altrettanto inutili.
Sulle retrovie, davanti, di lato, passano rombando camion, carri armati e piccole autovetture.
Spessi pneumatici che sputano melma, lasciando solchi profondi e sollevando schizzi d’acqua fangosa.
La pioggia martella le dita umide strette sul metallo e sui teli.
Vampate di flash che non servono per fotografie. Esplosioni momentanee di luce. Il volto della
guerra per un secondo: un volto fatto di cannoni rugginosi, ruote che girano e occhi sbarrati.
Oscurità. La mano della notte che spazza via il fugace bagliore della tempesta. Pioggia portata dal vento che imperversa sui campi e sulle strade, che inzuppa gli alberi e i camion. Rivoli d’acqua infuriata che scavano ferite sulla faccia della terra. Tuoni e fulmini.
Un fischio. Cadaveri che risorgono. Stivali che tornano a sguazzare nel fango, più vicini, sempre più vicini a una città che sbarra la strada a una città che sbarra la strada a una città che... Un ufficiale sedeva nella sala comunicazioni del Centro B.R. Teneva d’occhio l’operatore che se ne stava chino sul pannello della trasmittente, con le cuffie sulle orecchie, intento a trascrivere un messaggio.
L’ufficiale osservava attentamente. Stanno arrivando, pensò. Fradici, infreddoliti e impauriti, stanno marciando su di noi. Rabbrividì e chiuse gli occhi.
Li riaprì subito. Aveva le pupille annerite piene di visioni: di volute di fumo, di uomini in fiamme, di orrori inesprimibili che prendevano forma senza bisogno di immagini o disegni.
«Signore,» disse l’operatore «dall’avamposto di osservazione avanzata. Forze nemiche in vista.»
L’ufficiale si alzò, andò dall’operatore e prese il messaggio. Lo lesse, senza tradire la minima espressione, con la bocca aperta. «Sì» disse.
Girò sui tacchi e si diresse verso la porta. L’aprì ed entrò nell’altra stanza. Le sette ragazze smisero di parlare. Il silenzio era quasi tangibile.
L’ufficiale rimase in piedi, con la schiena rivolta alla parete di plastica. «Nemici» disse «a circa tre chilometri. Proprio davanti a voi.»
Si voltò e indicò la finestra. «In quella direzione. A tre chilometri. Qualche domanda?»
Una ragazza fece una risatina.
«Ci sono veicoli?» chiese un’altra.
«Sì. Cinque camion, cinque piccole vetture per gli ufficiali, due carri armati.»
«È troppo facile» disse ridendo la ragazza, con le dita snelle che giocherellavano fra i capelli.
«È tutto» disse l’ufficiale. Fece per uscire dalla stanza. «Datevi da fare» aggiunse. E poi, fra i denti: «Mostri!»
Se ne andò.
«Oh, povera me» sospirò una delle ragazzine. «Ci siamo di nuovo.»
«Che barba» disse un’altra. Aprì la bocca aggraziata e sputò il chewing gum. Lo appiccicò sotto la sedia.
«Almeno ha smesso di piovere» osservò una con i capelli rossi, legandosi i lacci delle scarpe.
Le sette ragazzine si guardarono in faccia. Siete pronte? chiedevano i loro occhi. Io sono
pronta, credo. Si sistemarono con smorfie e gridolini da bambine. Agganciarono i piedi intorno alle
gambe delle sedie. Tutte le gomme erano state messe via. Le bocche erano strette in una severa
immobilità. Le sette graziose ragazzine si stavano preparando a giocare.
Alla fine, nel silenzio più totale, furono pronte. Una di loro respirò a fondo. Così fece un’altra.
Tutte irrigidirono i corpi bianchi come latte e intrecciarono le dita sottili. Una si grattò rapidamente la
testa e tornò subito in posizione. Un’altra starnutì senza fare troppo rumore.
«Adesso» disse quella che stava in fondo a destra.
Sette paia di piccoli occhi si chiusero. Sette piccole menti innocenti cominciarono a immaginare, a visualizzare, a trasferirsi.
Le bocche erano ridotte a fessure sottili, i volti persero ogni colore, i corpi fremevano di
fervore. Le dita contratte per la concentrazione, sette graziose ragazzine stavano combattendo una guerra.
Gli uomini stavano risalendo il fianco di una collina, quando ebbe inizio l’attacco. I primi, con
il piede che accennava il passo successivo, presero fuoco.
Non ci fu tempo di gridare. I fucili caddero nel fango, gli occhi scomparvero fra le fiamme.
Avanzarono di qualche passo, incespicando, e si accasciarono al suolo, sibilando e ardendo come torce.
Gli altri cominciarono a urlare. Le fila si ruppero. Tutti imbracciarono le armi e spararono
contro la notte. Altri soldati si accesero come fiammiferi, avvamparono, morirono.
«Sparpagliatevi!» gridò un ufficiale, poi le sue dita inarticolate presero fuoco e la sua faccia
esplose in un guizzo di fiamma giallastra.
Gli uomini si guardavano intorno con i volti paralizzati dal terrore, in cerca di un nemico.
Sparavano verso i campi e verso i boschi, colpendosi fra loro, e accasciandosi senza vita in mucchi
disordinati nel fango.
Un camion venne avviluppato dalle fiamme. L’autista saltò giù, una torcia appoggiata su due
gambe. Il mezzo proseguì la sua marcia saltellante lungo la strada, si rovesciò, precipitò in un campo,
s’infranse contro un albero, esplose e scomparve in una fiammata accecante. Nell’alone luminoso
danzavano ombre nere irregolari. La notte era trafitta dalle grida.
Tutti gli uomini, uno dopo l’altro, avvamparono e caddero a faccia avanti nella melma.
Chiazze di luce infuocata sferzavano la notte intrisa di umidità: urla, carboni ardenti che
scoppiettavano, s’illuminavano e si spegnevano, interi reparti che ardevano come fiaccole, camion
carbonizzati, carri armati che esplodevano.
Una biondina deliziosa, il corpo teso da un’eccitazione repressa. Le labbra si piegano, una
risatina rimane sospesa nella gola. Le narici si dilatano. È scossa da un brivido di paura che la
stordisce. Immagina, immagina...
Un soldato corre a capofitto lungo un campo, urlando, con gli occhi pazzi dal terrore. Un
masso gigantesco piove dal cielo nero e si schianta su di lui.
Il suo corpo sprofonda nel terreno, ne diviene parte. Dal bordo del masso sporgono delle dita.
Il masso si solleva da terra, si abbatte ancora come un martello senza forma. Un camion in
fiamme viene schiacciato. Il masso si solleva verso il cielo nero.
Una graziosa brunetta, il suo volto è una maschera deformata dall’esaltazione. Nel suo
cervello virginale ribolliscono pensieri convulsi. I capelli le si drizzano in testa per una paura estatica.
Le labbra si ritraggono scoprendo denti serrati. Un rantolo di terrore le sfugge dalle labbra.
Immagina, immagina...
Un soldato cade in ginocchio. La sua testa scatta all’indietro. Illuminato dai compagni in
fiamme fissa inebetito l’ondata di schiuma bianca che torreggia su di lui.
Gli si abbatte addosso, spazza via il suo corpo sulla terra fangosa, gli riempie i polmoni di
acqua salata. L’ondata ruggisce per tutto il campo, affoga un centinaio di uomini in fiamme, solleva i
loro corpi sulla cresta spumosa.
All’improvviso l’acqua si ferma, vola via in un milione di particelle e si disintegra.
Una ragazzina dai capelli rossi, carina, le mani strette a pugno sotto il mento, esangui. Le sue
labbra tremano, il petto è scosso da un fremito di piacere. La gola bianca si contrae, lei deglutisce,
manda giù una boccata d’aria. Il naso si arriccia per una gioia feroce. Immagina, immagina...
Il soldato che fugge si scontra con un leone. Nel buio non vede bene. Le mani si aggrappano
freneticamente alla folta criniera. Colpisce con il calcio del fucile.
Urla. Una zampata gli strappa via la faccia. Un ruggito da giungla si leva nella notte.
Un elefante con gli occhi iniettati di sangue avanza a passo di carica sul fango, afferra gli
uomini con la grossa proboscide e li scaraventa in aria, poi li schiaccia sotto le zampe simili a colonne
di marmo nero in movimento.
L’oscurità rigurgita lupi, che scattano e azzannano le gole. I gorilla strepitano e fanno grandi
salti nel fango, schiacciando i soldati caduti.
Un rinoceronte, con la corazza che emette bagliori alla luce delle torce umane, si schianta
addosso a un carro armato in fiamme, lo rovescia, attraversa rumorosamente la notte e scompare.
Zanne, artigli, denti snudati, urla, barriti, ruggiti. Dal cielo piovono serpenti.
Silenzio. Un grande silenzio opprimente. Non un filo di vento, non una goccia di pioggia, non
un’eco del tuono lontano. La battaglia è finita.
La nebbia grigia del mattino si srotola sui corpi bruciati, maciullati, annegati, schiacciati,
avvelenati, su quella distesa immensa di cadaveri.
Camion immobili, carri armati silenziosi dai cui gusci schiantati si levano ancora sbuffi di
fumo oleoso. La grande morte ricopre tutto il campo. Un’altra battaglia di un’altra guerra.
Vittoria... sono morti tutti.
Le ragazze si stiracchiarono languidamente. Allungarono le braccia e rotearono le spalle lisce.
Le labbra rosa si aprirono in piccoli, vezzosi sbadigli. Si guardarono e ridacchiarono, imbarazzate.
Qualcuna arrossì. Poche avevano l’aria colpevole.
Poi tutte risero forte. Scartarono i nuovi pacchetti di gomme, tirarono fuori i portacipria dalle tasche, parlottarono fra loro sottovoce, con la familiarità di scolarette che si confidavano piccoli segreti prima di dormire.
La stanza, calda e accogliente, si riempì di risatine soffocate. «Non siamo tremende?» disse una mentre si incipriava il nasino impertinente.
Più tardi scesero tutte al piano di sotto e fecero colazione.
...
.
...
Fine.
...
.
...
Prima che avvenga.
...
.
...
Titolo originale: Advance Notice. 1952.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
Caro Don,
be’, la musica è finita. Dovrai trovarti un altro ragazzo che mi sostituisca. Non riesco più a
scrivere, ho chiuso. Perché?, mi chiederai. Hai ragione. Quante volte ti ho ripetuto che avevo ancora
vent’anni di storie da raccontare? Forse un milione. Be’, è tutto finito.
Sarai l’ultimo a saperlo. Non volevo scrivere prima al mio agente, non prima di esserne sicuro.
Be’, adesso sono sicuro, dannazione.
È cominciato tutto un mese fa. Faccio una citazione, stammi a sentire. Aperte virgolette: 3-B-5
Le astronavi marziane appaiono all’inizio come luci ammiccanti nell’area immediatamente
intorno alla Luna. Sono visibili per dieci minuti ogni volta con intervalli di quindici minuti fra l’una e l’altra.
Chiuse virgolette.
Allora, sono seduto nel mio studio tentando di tirar fuori una storia dalla testa. È una di quelle
mattine in cui avresti voglia di fondere la macchina da scrivere, ridurla a un ammasso di metallo e
usarla per colpirti a morte.
Mi sta venendo fuori una storia con dei dialoghi indecorosi, una trama che non si regge in
piedi e dei personaggi (diciamocelo francamente) che mi fanno vomitare. Strappo un altro foglio di
carta e lo scaravento nel cestino, che quel giorno ha già avuto abbastanza da mangiare. Me ne sto
seduto contemplando il suicidio.
Per completare la scena, Ava è in cucina a preparare una torta e nel suo lettino il piccolo
Hoagy si sta imbrattando le mutande.
Incapace di sopportare il silenzio, che è poi il mio cervello ridotto in pappa, accendo la radio.
Quasi subito capto le ultime parole di un interessante annuncio in cui si dice che il granturco e il
frumento sono saliti di due punti e il mercato è irregolare. Ne prendo nota in vista di un futuro racconto
e cambio stazione. Anche in questo caso arrivo quando la notizia è già quasi alla fine.
«E queste luci ammiccanti» recita il commentatore «sono rimaste visibili per periodi di dieci
minuti. Gli osservatori di tutto il Paese stanno indagando su questo insolito fenomeno. Intanto il
mercato del granturco...» Spengo la radio.
Proprio così. Non ci ho fatto caso. Per un altro questo potrebbe sembrare sorprendente, ma tu
mi conosci, Don. Qualcuno deve sempre avvisarmi prima se mi viene addosso un camion.
Non succede niente fino all’ora di pranzo.
Sto trangugiando la minestra e litigando con una copia del Sunday Times vecchia di due
settimane. Il piccolo Hoagy si sta ingegnando per massacrare la sua pappetta con un cucchiaio.
Rinuncio a leggere, getto il giornale nel cestino e accendo la piccola radio sullo scaffale.
La Sesta di Tchaikovsky muore di morte lenta, poi ecco un altro notiziario. Il commentatore dice: Gli scienziati e le autorità governative stanno ancora indagando sulle strane luci ammiccanti viste ieri sera intorno alla Luna. Queste luci sono apparse per dieci minuti, a intervalli di un quarto d’ora fra un’apparizione e l’altra. Sono state decisamente smentite le voci secondo le quali si tratterebbe di astronavi interplanetarie.
In contemporanea con queste luci sono pervenuti dei segnali radio che raggiungevano la Terra
a intervalli di mezz’ora. Non è stato possibile tradurre questi segnali in codici conosciuti.
Deposito mezzo sandwich sul tavolo e corro nello studio. Tiro fuori il grosso fascicolo con su
scritto MARTE. Tu conosci questo fascicolo, Don, sai che ci lavoro da anni e sai anche che l’ho
riempito con tutte cose inventate da me. Apro il fascicolo alla sezione 3, comma B, paragrafo 5. E
quale gemma di informazione rallegra i miei occhi?
Quella che ti ho già citato.
E questo, mi dico, le batte tutte. Chi sono io, mi chiedo, il Nostradamus di East Flatbush? Sono
inquieto e rileggo:
I segnali radio dei marziani vengono ricevuti a intervalli di trenta minuti durante il periodo in
cui le luci ammiccanti sono visibili intorno alla Luna.
Me ne rimango lì a leggere e rileggere quello che ho scritto. Il pranzo mi è rimasto sullo
stomaco. Il cuore non fa che sbattere contro una porta pesante. Devo pizzicarmi una gamba. «Ahi»
faccio, rendendomi conto con un sussulto che sta succedendo per davvero.
Eccomi qui, mi dico, un povero scrittore sottopagato di libri di fantascienza che ha accumulato
tutta questa massa di informazioni su Marte ricavandola da un cervello sottosopra. Continuo a dirmi
che quando il fascicolo sarà completo avrò vent’anni di materiale per la mia serie di avventure eroiche
sul pianeta Marte. Io sono felice, gli editori sono felici, Don è felice. Siamo tutti felici e battiamo le
mani e facciamo un bel girotondo.
Con un piccolo problema: tutto quello che ho inventato si sta avverando!
Mi siedo per un po’, prima di rimettere a posto il fascicolo. Torno in cucina a finire di
mangiare e rifletto a lungo su questa strana coincidenza.
Ripenso al mio fascicolo.
La sezione 3 si intitola ‘Dichiarazione di guerra dei marziani contro i diversi pianeti’.
Il comma A si intitola ‘Dichiarazione contro Venere’.
Come ricorderai, io ti ho citato il comma B.
Afferrato?
Lo shock è come un fuoco. Bisogna aggiungere combustibile, altrimenti si spegne. Trascorro
alcune notti insonni. Chiamo l’università di New York, la Columbia, il college di Brooklyn e qualche
altro. Chiedo di parlare con i docenti di astronomia, e non so nemmeno perché li chiamo. Ho solo
bisogno di dirlo a qualcuno. È inutile dirlo al presidente, ha già troppe rogne con il Vietnam. Così
provo con i professori di astronomia.
Non mi sono di molto aiuto. Tre di loro parlano di meteore, due di comete. Uno, non ci
crederai, pensa a un isterismo di massa. Ah bene, penso, non si sa mai. Se mi dicono che quei segnali
radio sono provocati dalle eruzioni del Sole io me la bevo. Perché no? Credi che sia così ansioso di
convincermi di essere un profeta?
Me ne dimentico. Le mie viscere tornano sulla Terra e tutto è a posto. La settimana dopo
scrivo altre due storie su Marte. Te le ho mandate e tu le hai vendute.
Poi, una mattina, mi ritrovo nel Mare dei Sargassi della creatività. L’aria crepita di silenzio.
Sono nelle doglie del nulla.
Ancora una volta cerco un po’ di consolazione nella radio.
Un uomo sta parlando con la bocca piena di ciambelle e di caffè istantaneo.
«Ehi, Bella» dice, e so che sto ascoltando il programma dei signori qualunque che
chiacchierano di tutto e di niente all’ora di colazione. «Ehi, Bella» ripete. Bella dorme, o forse è morta
stecchita sul suo pane tostato.
«Eeeh?» risponde poi lei.
«Ho sentito che girano di nuovo quelle voci assurde sui marziani. Un retaggio di Orson.»
«Ah» dice Bella. Una fine dicitrice.
«Proprio così» continua l’uomo, facendo una pausa per un sorso di caffè. Lo deglutisce così
rumorosamente che mi sembra di sentirne il sapore. «Davvero» aggiunge poi mezzo strozzato. «Dicono
che quelle luci sono certamente, proprio certamente, navi spaziali. Walter Contadino lo ha scritto
chiaro nel suo editoriale: ‘Che altro potrebbero essere quelle luci sulla Luna che la base aerea del
Wyoming ha visto sui radar, calcolando – senti qui, Bella – che viaggiavano almeno a ottomila
chilometri l’ora?’ Che ne pensi, Bella?»
«Wow!» esclama Bella.
«E non è tutto» prosegue l’uomo. «C’è un professore di archeologia dell’università del
Lichene il quale sostiene che i segnali radio ricevuti si possono decifrare utilizzando un codice che ha
trovato in un’antica tomba egiziana.»
«Ma va!»
Non è Bella. Sono io che salto su e corro a controllare il mio fascicolo. Sto sudando. Perché?
...
.
...
3
B. Caratteristiche
1. Le macchine militari marziane possono muoversi a una velocità di crociera di trecento
chilometri l’ora e raggiungere una velocità massima di oltre quindicimila.
Il che include gli ottomila di cui avevano parlato alla radio.
Non ti sembra abbastanza sconvolgente? Certo, se fosse tutto qui. Ma ecco quello che taglia la
testa al toro, mio caro agente. Reggiti forte.
5-D-7
Alcune spedizioni marziane atterrarono sulla Terra durante e dopo l’anno 1600 avanti Cristo.
Collocarono in diversi luoghi delle targhette metalliche su cui erano iscritte le tabelle di conversione
del loro segnale radio. Per esempio, dopo il regno di Thothmes III le targhette vennero piazzate nelle
tombe di un centinaio di differenti notabili egiziani.
Il sottolineato è mio.
Tombe egiziane! Buon dio, mi dico, comincio a spaventarmi da solo. Mi accascio per qualche
minuto in quello che può essere definito un coma. Intanto sento Ava che mi strilla di portare qualcosa
da qualche parte e di farne non so bene cosa. Non ne prendo atto.
Dopo essersi sfiatata viene da me e mi dice dolce dolce, con le mani piazzate sui fianchi: «Sei
sordo o che?»
«Vieni qui» le dico... con la voce di un profeta. «Siediti accanto a me. È un brutto momento.»
«Ho da fare.»
Insisto e lei si siede. Le dico tutto e le leggo alcuni dei passaggi selezionati.
«Allora?» dice lei.
«Come allora!» strillo io. «Sei sorda? Non capisci quello che significa? Queste cose che ti ho
appena letto le ho inventate io. E sono vere! Vere!»
«Come possono essere vere se le hai inventate tu?»
«Non lo so» dico in un bisbiglio. Mi guardo dietro. «Forse tutte queste storie sono state dettate
al mio subconscio dai marziani. Forse ogni singolo racconto che ho scritto dice il vero. Forse, perdio,
sono un pubblicitario cosmico senza saperlo!»
«Piantala, giovanotto» ribatte lei.
«Stanno dichiarando guerra alla Terra! Ci annienteranno!»
Lei si alza per andarsene. «Non dimenticarti di portare i panni sporchi in lavanderia» dice.
Ormai sono diverse settimane che il mio sistema automatico ha tirato le cuoia. Sto salendo
nell’ascensore dello Shill Building per andare a trovare Mike, il tuo e il mio editor preferito.
Mi fa entrare in ufficio e dopo esserci stretti la mano ci mettiamo a sedere uno di fronte
all’altro. «Ho grandi notizie per te» gli dico. «In questi ultimi dieci anni Storie spaziali da incubo ha
raccontato la verità.»
Lui sbatte le palpebre, poi si alza indignato. «Stai cercando di insultare me e i miei
collaboratori?» dice. Io gli faccio cenno di sedersi e lui torna a sprofondare nella poltrona di cuoio.
«Che vai farneticando?» mi chiede.
Gli espongo i fatti e lui perde il suo pallore editoriale assumendo quello di un pupazzo di neve
mentre gli spiego come il mio rappresentante di riferimento alla Camera non abbia risposto al mio
telegramma e il direttore della difesa civile abbia archiviato la mia informazione come ‘stronzate’.
Concludo. «Questo tanto per farci due risate» dico. «E adesso che succede? Ci mettiamo in
concorrenza con Storia americana?»
Lui rimane seduto senza battere ciglio mangiucchiandosi le nocche già consumate mentre io
sprofondo in un analogo sogno a occhi aperti.
Ben presto torna a fissarmi.
«Dobbiamo accettarlo» dice. «Ogni tanto ricordiamo ai nostri lettori che Storie spaziali
rappresenta il meglio del genere. Adesso siamo diventati dei bugiardi, ma bisogna reagire. Daremo il
via a una serie di articoli in cui spiegheremo tutto nei dettagli.»
Controlla un taccuino.
«Riesci a fare avere a Don i primi articoli prima di mercoledì prossimo?» mi chiede.
«Taglieremo un racconto di Matheson e ci metteremo la tua storia.»
«Però» dico «non sembri renderti conto che... insomma, questa è una guerra.»
«E quando diavolo non lo è?» ribatte Mike. «E adesso veniamo ai dettagli.»
Così torno a casa. Mi metto seduto, tutto solo. Ava è andata allo zoo di Prospect Park con
Hoagy, dice il biglietto lasciato sulla macchina da scrivere.
Timoroso di muovermi accendo la radio. Spero di sentire della musica. Sento le ultime note del
Don Juan di Gluck. Resisto e segue il notiziario.
Gli astronomi in tutto il Paese hanno riferito una decisa concentrazione delle misteriose luci
ammiccanti intorno alla Luna. Adesso sono visibili anche di giorno. Funzionari del governo stanno
svolgendo delle indagini molto accurate.
Spengo la radio fissando il muro. Indagini molto accurate, che bella notizia. Continuo a
pensare a quanto sia bella mentre tiro fuori il mio fascicolo e controllo la sezione 15.
15-B-3
Per un periodo variabile dalle cinquanta alle cinquecento ore, tempo della Terra, le astronavi
marziane si concentreranno intorno alla Luna fino a che saranno pronte.
Già ti sento chiedere: ‘Pronte per cosa?’
Mi dispiace dirlo ma questa sezione si intitola: ‘Invasione marziana della Terra.’
E così eccomi qui, scrittore maledetto. Secondo i miei archivi, che credevo creati dal nulla, una
di queste mattine le navi marziane circonderanno la Terra proteggendosi con uno scudo di energia
impenetrabile. Poi scenderanno i globi d’assalto, vale a dire truppe provviste di armi in grado di
disintegrare ogni cosa nel raggio di quasi mille metri.
Questa sezione, la 15, è stata quella che ho compilato per ultima. Pensavo di servirmene verso
il ventesimo anno della mia carriera di scrittore. Avevo addirittura scelto un titolo provvisorio per
l’ultimo racconto. Credo che lo cambierò. Diventerà ‘La fine della Terra’.
Be’, ho quasi finito, Don. Fine della storia. Non posso più scrivere. Mi limito a starmene qui seduto a rimuginare.
Perciò trovati un altro ragazzo. Perché? Dannazione, amico, adesso che tutto il mio archivio è
diventato realtà di che diavolo posso ancora scrivere? Lo sai che la saggistica non è il mio forte.
Desolato, Burt.
...
.
...
FINE Parte 1.